Perché Wiesbaden 1932


PERCHE' "WIESBADEN 1932"? Leggete qui



Detto ciò, benvenuti nel mio Blog, angolo per riflessioni da condividere con colleghi e amici selezionati.











domenica 17 marzo 2013

PASSIONI VIOLENTE


Per Odile R., io sono un dio, dotato di tutte le peggiori qualità degli dei. Al pari di Zeus dispongo di fulmini, ed è un problema sapere come e perché li lancerò. Perché un dio, per essere veramente tale, non può essere misericordioso ma soltanto privo di pensiero e di riconoscimento, come lo è il Destino.
Ma le mie specialità persecutorie non si limitano alla saetta seguita dal terribile boato: io posso far di peggio, semplicemente volgendo lo sguardo altrove. Perché, secondo lei, chi esce dal mio campo visivo semplicemente cessa di esistere. 
Tra me e Odile vi sono forti sentimenti affettivi (lei non mi lascerebbe mai, né io desidero che mi lasci finché non sarà arrivata a destinazione, un tragitto che ha l'andamento tortuoso della tela di Penelope), ma anche sentimenti di ostilità e rabbia.
L'ostilità Odile me la esprime in maniera perentoria quando rovescia il suo bisogno di essere accolta su di me, capovolgendo violentemente la situazione. Lo fa rimanendo per quarantacinque minuti a testa china, rinchiusa in un silenzio impenetrabile. In quei momenti lei è Matilde di Canossa, contenitore e ospite di un Papa che vuol essere adorato incondizionatamente, e io (cioè Dio) un povero Enrico IV inginocchiato per giorni nella neve.
Il silenzio di Odile mi rende furioso. Per molti anni (io e Odile ci frequentiamo, più o meno, da sempre) ho tentato di seppellire la mia rabbia sotto la maschera glaciale e impenetrabile dello psicoanalista della tradizione classica. Poi, di pari passo con la mia emancipazione, Odile mi ha aiutato a cambiare, facendomi comprendere come il silenzio non possa guarire il silenzio.
Nel suo incessante lavoro di cura, Odile mi ha fatto recentemente entrare in contatto anche con le piccole "rabbie sottili" che mi provocano certi suoi atteggiamenti, anche quando parla.
Insomma: in quest'analisi reciproca si direbbe che io sia, per il momento, il maggior beneficiato. Ma non dispero di portare, di certo non prima che la mia carriera giunga al termine, il mio lavoro a compimento. Se non l'ammazzo prima.

mercoledì 6 marzo 2013

OLTRE L'ANALISI PERSONALE (DELL'ANALISTA E NON SOLO)

Scrive Winnicott che  la ricerca psicoanalitica – e dunque, aggiungo io, il lavoro psicoanalitico – è sempre, in una certa misura un tentativo da parte dell’analista di spingere il lavoro della propria analisi oltre il punto cui il proprio analista ha potuto condurlo”.
Questa affermazione ha valore dirompente perché pronunciata in un saggio (L'Odio nel Controtransfert, 1949), nel quale si afferma allo stesso tempo che la scoperta di "aree cieche" nell'analista deve sempre spingere quest'ultimo verso una ripresa della propria analisi personale, e che questo tipo di "patologia professionale" investirebbe, a detta di Winnicott, gli psicoterapeuti più che gli psicoanalisti.
Ora, ammesso che quest'ultima definizione, quando riferita all'ambito psicoanalitico, non possa essere riformulata più comprensibilmente in una distinzione fra psicoanalisti più e meno preparati, non si potrà non notare che in primo luogo,  essa considera l'analista come qualcuno che "non ha (o non dovrebbe avere) più" nuclei conflittuali irrisolti (affermazione molto impegnativa rispetto a ciò che ci aspettiamo dalla psicoanalisi e dalla capacità diagnostica di chi ha il compito di valutare i futuri psicoanalisti); e che essa implica il fatto che qualora lo psicoanalista debba trovarsi in tale sfavorevole condizione, debba senz'altro tornare a sottoporsi a un'analisi presso un collega.
Ora, a parte le difficoltà di una simile soluzione, che potrebbe implicare anche un'assenza di motivazioni a una relazione di dipendenza da parte di uno psicoanalista in là negli anni, c'è da osservare la totale sfiducia nel pensiero psicoanalitico prevalente all'epoca di Winnicott nelle possibilità che uno psicoanalista formato possa, dopo un congruo periodo di tirocinio, andare avanti da solo con la propria autoanalisi, così come ogni individuo adulto non deve necessariamente tornare fra le braccia della madre, ogni qualvolta i propri conflitti lo facciano soffrire.
Un po' contraddittoriamente ma con grande lucidità, Winnicott è raggiunto, in un periodo di relativa oscurità, dall'intuizione che ciò sia possibile.
La questione mi intriga molto, perché da tempo sono spinto dal desiderio di scoprire che cosa, in termini emotivi, mi diano i miei pazienti: ad esempio di come, attraverso il continuo lavoro di rêverie, io espanda continuamente la mia capacità di fantasticare; e come sia possibile comunicare loro il senso della mia  gratitudine. Altrimenti potrebbe capitare che qualcuno di loro si sentisse schiacciato da un debito troppo unilaterale. Non è mai bene essere soltanto i beneficiari di qualcosa. Occorre anche saper riconoscere a se stessi la capacità di far star bene gli altri.

lunedì 4 marzo 2013

LA MENTE ESTERNA


A proposito di "suggestione, intimidazione, imposizione di una volontà estranea" (DC, 24 gennaio, p. 66), Ferenczi scrive:  "R.N. [una paziente gravemente traumatizzata da abusi e violenze inflittele durante la prima infanzia], fu resa consenziente con la narcosi. La narcosi stessa è vissuta come qualcosa di contrario alla vita e rifiutato; in effetti si può essere anestetizzati soltanto con la forza, anche quando si è dato coscientemente il proprio assenso senza la pressione di forze esterne: non si rinuncia mai alla volontà di mantenere il controllo delle sensazioni e della motilità. Si cede alla violenza, ma con "reservatio mentalis". Rimozione, infatti, significa venir repressi pur mantenendo la tendenza originaria (...). Ma dove si trova il rimosso, qual è il suo contenuto, in quale forma rimane in rapporto con le parti dell'individuo sottoposto a violenza e per quale via può infine aver luogo la riunificazione? Risposta: la volontà repressa, cioè piegata dalla forza, si trova fuori di sé (...). La propria volontà si trova da qualche parte nell'"irreale" in senso fisico, vale a dire nella realtà psichica quale tendenza che non ha strumenti di potere e perciò non dispone di alcuna risorsa organica né cerebrale e nemmeno delle immagini mnestiche, che sono ancora più o meno fisiche; in altre parole, questa volontà che sente di essere integra e che nessuna forza può sopprimere si trova al di fuori della persona che agisce con violenza [l'Autore parla qui di una vittima di violenza costretta a compiere a sua volta atti di violenza] e continua a negare, a causa di questa scissione, che sia lei a compiere le azioni".

In questo brano, Ferenczi tratta il tema di ciò che  chiamiamo  "dissociazione" o  "scissione verticale", per distinguerlo dal concetto di "rimozione", che è una sorta di  "scissione orizzontale". Se il secondo concetto è rappresentabile in termini di "sopra" (coscienza) e "sotto" (inconscio), dove l'"orizzontalità" è indicata dalla direzione del "taglio", il primo indica uno spostamento di contenuti mentali che in qualche modo può essere rappresentato come "laterale" (taglio verticale).

L'aspetto che più mi interessa trattare in questa circostanza riguarda il fatto che Ferenczi sembra descrivere il costituirsi di uno spazio mentale esterno, una sorta di backup memory utile a stivare contenuti mentali per diverse ragioni non processabili da quell'"unità centrale" che è l'Io cosciente.
Ciò avviene normalmente durante la prima infanzia quando molti contenuti mentali e molti processi indispensabili alla conservazione sono delegati alla mente del caregiver.
Se guardiamo alle funzioni protettive, ad esempio, dobbiamo ammettere che esse "non abitano" se non in minima parte, nella mente del piccolo che, non soltanto nella specie umana, è totalmente soggetto, in condizioni ottimali, alla vigilanza e alla protezione di almeno un adulto.
Lo stesso instaurarsi del "basic trust" (fiducia di base) è determinato dalla medesima necessità di affidare la cura della propria sopravvivenza, delegandola al caregiver, che funziona come "mente esterna", provvista di un Io che assume funzioni vicarie.
La funzione protettiva dello spazio mentale esterno, può essere quindi riutilizzata in condizioni di necessità, e proprio quando la sopravvivenza sia minacciata. Essa diventa il contenitore di pensieri insostenibili e di ricordi inaccettabili, aventi però una funzione diversa da quelli rimossi; l'inconscio dinamico è infatti uno spazio pur sempre "interno" utile all'allocazione di contenuti indesiderabili, la cui provenienza interna è d'altronde nota. Altro sono le minacce mortali provenienti da relazioni esterne che necessitano di essere mantenute separate dal Sé per poter essere controllate.

domenica 17 febbraio 2013

CONVERSAZIONE MAI AVVENUTA


M. è un collega. Durante una discussione su di un caso clinico mi racconta un fatto personale che trovo molto interessante. "Posso raccontarlo sul mio Blog?" gli chiedo. "Mi farebbe molto piacere", mi risponde. "Io non saprei farlo, anche se sento che questa mia esperienza debba essere comunicata".

Molti anni fa, M. era un giovane laureato in materie umanistiche, che durante gli studi universitari aveva sofferto per stati d'angoscia. Per questo aveva deciso di rivolgersi a F., un'analista con la quale si stabilì un rapporto molto intenso e gratificante, per quanto doloroso e difficile, al termine del quale non soltanto aveva risolto il problema per il quale aveva cercato aiuto, ma aveva sentito sorgere in lui un prepotente desiderio di saperne di più, di continuare quella che gli era sembrata un'avventura affascinante, di studiare la psicoanalisi e di imparare a curare pazienti. In una parola: di diventare psicoanalista. Siccome durante i decenni trascorsi era stato un cattivo studente (o così, perlomeno, gli era sembrato) aveva deciso, con un po' di ossessività, che questa volta non avrebbe sbagliato, che la sua formazione avrebbe dovuto essere di prim'ordine. Si era così risolto a rivolgersi alla Società Psicoanalitica Italiana, meta allora molto ambita da tutti coloro che desideravano intraprendere quella professione, ed ottenne di essere ammesso alle selezioni, iniziando così una seconda analisi, che avrebbe dovuto obbligatoriamente essere svolta con un analista didatta.
Per la verità, M. non capiva molto bene il perché di quel passaggio: lui aveva già fatto un'analisi piuttosto lunga: cinque anni a quattro sedute la settimana. Certo, la sua analista non aveva ancora conseguito il titolo di didatta, ma poiché l'analisi aveva raggiunto i propri scopi, perché mai farne un'altra? E soprattutto perché farla sull'onda di una motivazione così "burocratica" in un tempo nel quale, semmai, sarebbe stato meglio sedimentare ciò (non proprio poco) che era stato elaborato durante quei cinque anni? Saggezza avrebbe voluto che M. aspettasse che di fare una seconda analisi gli tornasse almeno la voglia, ma si intravedeva all'orizzonte il traguardo dei quarant'anni, oltre il quale la Società Psicoanalitica Italiana non lo avrebbe più accettato (ma perché, poi? Non era quello dello psicoanalista un mestiere adatto a persone un po' più anziane e un po' più sagge?), decise di procedere con la seconda analisi, pur cercando di ignorare la sgradevole impressione di star facendo qualcosa di forzato. Si rivolse ad E., uno studioso noto per i suoi scritti, considerati all'avanguardia, un didatta provvisto di tutti i requisiti necessari. Il loro incontro avvenne quando ancora la prima analisi era in corso, e la sua analista gli disse che, in merito al suo progetto, lei ed E. si erano sentiti telefonicamente, secondo una prassi allora molto in uso nei passaggi da un analista all'altro, ad evitare, "colpi di testa" di pazienti troppo angosciati. Ad ogni buon conto, seguendo i consigli di entrambi gli analisti, M. concluse la prima analisi, e lasciò passare circa due anni prima di iniziare la seconda, nella presunzione che quel tempo, dettato da esigenze non soltanto sue, sarebbe stato sufficiente alla "rimonta del desiderio".
Ma non fu così, e la seconda analisi, come M. ebbe ripetute occasioni di spiegarmi, non conseguì successo a causa di quella forzata adesione a un progetto così poco sentito sul piano emotivo.
Anche stasera M. è tornato sull'argomento (che evidentemente ancora, a distanza di tanto tempo, non lo lascia in pace). Questa volta, però, M. ha aggiunto un aneddoto che ha destato la mia curiosità facendomi pensare a lungo.

M. mi parla di un momento della seconda analisi, nella quale egli aveva evocato il ricordo di ciò che F. gli aveva detto a proposito della telefonata fra lei ed E..
Il commento di E. fu una doccia gelata: "Quella telefonata non c’è mai stata. Si tratta di un ricordo delirante", sentenziò. Dunque, fu la conclusione implicita del discorso, dei ricordi di M. non c'era da fidarsi.

"Sai, mi dice oggi M., io non ho mai veramente creduto alle parole di E. Naturalmente so benissimo quanto i ricordi possano trasformarsi nel tempo. Io stesso ho sperimentato come un sogno fatto e trascritto tanti anni fa e rievocato oggi, risulti sensibilmente diverso  rispetto alla versione originale. E poi ho sempre saputo (all’epoca ne avevo già raccolto molte prove) che E. era un uomo singolarmente distratto e smemorato, e in questo, un po’ ci assomigliavamo. Ho quindi convissuto a lungo con un atteggiamento di incredulità e con un senso di disagio provocato dal fatto che sentivo quella refrattarietà come qualcosa che mi rendeva un po' inadatto alla psicoanalisi, ammesso che quella e quella soltanto, si potesse considerare "psicoanalisi". Ma, allora, l'idea di terre a me sconosciute, la cui esistenza non fosse ancora certificata da una concordanza con la narrazione biblica era per me inavvicinabile. In psicoanalisi è accaduto un po' ciò che si era verificato in occasione delle grandi scoperte scientifiche. Come rendere la scoperta di Colombo compatibile con l'Antico Testamento? Come spiegare che i nativi americani discendevano anch’essi da Adamo per impedire che la nuova scoperta geografica fosse considerata il frutto di una seduzione demoniaca? Così accadde per le idee psicoanalitiche non discese direttamente da Freud o da coloro che nel suo nome fossero stati ordinati sacerdoti e depositari del Verbo.
Per ritornare a E., fu quell'implicito invito a non fidarmi delle mie percezioni che mi ferì profondamente. Io allora, ero già abbastanza "strizzacervelli" per sapere chiaramente ciò che avrebbe nuociuto a un paziente. E., invece, sembrava ignorarlo. E io non potevo ammettere che un analista didatta, e per di più il mio analista, fosse uno sprovveduto privo di tatto e di empatia, perché ciò avrebbe mandato all'aria tutta la mia costruzione idealizzante di una psicoanalisi infallibile (l'unico sintomo che dovetti curarmi da solo!), e capace di salvarsi se mi fossi affidato, totus tuus (per usare il motto apostolico di un Papa), in maniera incondizionata a un Credo. Ecco, il sintomo che mi impediva di aver successo nella mia analisi didattica fu proprio l'irriducibile rifiuto, che volli ostinatamente mantenere al di sotto della coscienza per non addentrarmi in una guerra dispiegata, per qualsiasi forma di sottomissione a un pensiero che non mi rendesse ragione di sé. Fu arroganza, questa? È possibile, ma ciò mi fece perdere la possibilità di ricevere l'iniziazione (ciò che non troppo scherzando oggi paragono a un'"ordinazione sacerdotale" nella sottomissione e nel silenzio della coscienza) e mi salvò l'"anima", qualunque cosa essa sia". 

Ti capisco, amico mio. E sento profondamente come questo dolore, per dirla con Dante, "ancor t'offende". Certo, potremmo anche osservare che fortunatamente abbiamo vissuto, tu ed io, rispondendo abbastanza accettabilmente alle sfide che la vita ci ha imposto: tu per queste ragioni, io per altre non troppo dissimili dalle tue. Però noi, oggi, abbiamo, sia pure retrospettivamente, un ampio dominio di quei fatti. Ciò che oggi fa ancora male è il ricordo di quel dolore, ma se oggi potessimo rivivere le medesime circostanze che imposero una battuta d’arresto al nostro cammino non avremmo alcuna esitazione nel farvi fronte. A volte sai, mi scopro a ripercorrere vecchie situazioni che mi hanno ferito, e mi consola il pensiero del come reagirei oggi. A te non capita?

"Qualche volta, si", mi risponde M. "Anzi, sai che ti dico? Mi fai venire voglia di inscenare, qui con te, il remake di quella seduta, per poter rispondere a quelle parole, cosa che allora non feci".

Ma perché? Di una situazione così pesante non avete mai più parlato? Lui ti stava diagnosticando un disturbo del pensiero, una forma, sia pure momentanea, di delirio e non avete detto più niente? Sei rimasto così, con la tua bella diagnosi di psicosi sulla groppa?

"Io preferii non approfondire. E sinceramente non so dirti se il mio timore principale fosse allora di star sul serio delirando, oppure di scoprire che ero caduto nelle mani sbagliate. Ma a giudicare dal fatto che dopo di allora (e son passati quasi trent'anni) non sono mai stato sfiorato dal timore di essere matto, credo di avere in mente la risposta. Ma, sai che cosa ti dico? Che avrebbe dovuto essere lui ad avere il senso del peso delle sue parole, e a tentare di indagare l'effetto che avevano avuto su di me. Ma continuò a tacere, in attesa di che cosa non si sa".

E allora tu oggi vorresti fare, qui in mia presenza, una specie di psicodramma, attraverso il quale dire ad E. ciò che allora non gli dicesti? Mi sembra un'idea molto interessante. Soltanto, sono un po' imbarazzato per il privilegio che mi concedi. Essere il testimone di pensieri tanto intimi è qualcosa che presuppone un grande senso di responsabilità. Ma voglio essere degno della tua fiducia fino in fondo.
Come intendi procedere?

"Semplice. Mi sdraio sul lettino, qui nel tuo studio dove ci troviamo adesso, tu abbassi appena un po' la luce, e io iniziò a parlare. Tu non devi fare nulla: solo rimanere in silenzio dietro di me ed ascoltare. A te non affido il compito di interpretare teatralmente la sua parte, perché fatalmente cercheresti di riparare ciò che ha fatto. Ma nessuno può farlo. È una cosa fra me è me, con te come testimone muto".

Vai,  ho detto a M. abbassando un po' la luce, fai pure quello che credi.

.....

"Delirante, dice lei? Un ricordo delirante? Certo: delirante. E delle conseguenze delle sue parole non si preoccupa? Che cosa devo fare io, ora, delle mie percezioni, dei miei ricordi? Non devo fidarmene? Saranno tutti deliranti? E a quale "verità", a quale salvagente potrò aggrapparmi? Lei non è delirante, vero? E neppure smemorato, perché se glielo facessi notare, probabilmente lei direbbe che voglio "farle le interpretazioni", invertire i ruoli rispettivi, rifiutare la dipendenza e la posizione asimmetrica. Quindi a me nella mia condizione attuale, non resta che tacere, far finta di non averla sentita, perché le conclusioni cui potremmo giungere se andassimo in fondo a questa discussione o affonderebbero me (e la cosa non mi piacerebbe per niente), o affonderebbero lei, e io sarei costretto a seguirla, come lo scorpione sulla rana nella favola di Esopo. Quindi, per non affondare del tutto, preferisco non pungerla. Lei deve star su per sorreggermi, anche se non so ancora (lo saprò dopo) quanto ciò mi costerà.

Ma se il discorso potessi farglielo "quando sarò grande"  (diciamo: fra una trentina d'anni), allora le direi ....

Delirante, sì, lei ha ragione. Il mio discorso è delirante. O perlomeno dobbiamo supporlo tale perché non ci sono le prove che quella telefonata fra lei e F. sia realmente avvenuta. Se ci fosse stata, due soli sarebbero i testimoni possibili: lei, che non la ricorda, e F.. Ora, se la cosa fosse realmente avvenuta e anche F. ne avesse smarrito la memoria (sono trascorsi alcuni anni), io sarei certamente in una brutta situazione, e quindi non voglio rischiare. Per questo le dico: escludiamo pure ogni altra ipotesi e ammettiamo che il fatto non sia accaduto e che il mio ricordo sia, come lei dice, "delirante".

Però, se la psicoanalisi non è una bagattella, anche dietro a un discorso delirante bisogna cercare un significato, un desiderio che, allucinatoriamente soddisfatto, abbia dato luogo a un falso convincimento.

Ammettiamo pure che io abbia creduto di ricordare qualcosa: perché? A me la risposta sembra abbastanza semplice: perché desideravo fortemente che quella telefonata ci fosse stata. Si, lo so: nella psicoanalisi di questo tempo (siamo negli anni 80), quando un paziente sogna che l'analista pensi a lui, o si occupi di lui al di fuori dei minuti canonici, commette un’immaginaria intrusione, che però sembra pesare come un’intrusione reale. È il talamo nuziale della sua mente ad essere violato dalle mie fantasie intrusive, a causa del mio bisogno di avere di più di quanto mi è stato accordato. L'avidità è il mio male, e lei ha il compito, per la tutela di entrambe le nostre menti, di scoraggiare tali barbariche invasioni.

Ma forse c'è un'altra spiegazione: io ho costruito quella fantasia delirante perché speravo di creare così un legame tra voi, qualcosa che mi potesse consolare del dolore del distacco dalla mia prima analisi. Telefonandole, e affidandomi nelle sue mani, la mia analista mi dava un suo viatico, e forse mi rassicurava sul fatto di non essere ostile al mio voler crescere, lasciando la casa che mi aveva fatto nascere.
Ci sarebbe stato qualcosa di male in tutto questo? Qualcosa di particolarmente vergognoso, al punto di tacciarlo di follia? Io non credo.

Adesso, lei mi dirà certamente che in lei non c'era tanta cattiveria da aver albergato tutte le fantasie mortifere che io le ho appena attribuito: il fatto che lei mi ritenesse sfrontato perché mi ero permesso di pensare che avesse parlato di me al telefono, il fatto che io avessi una prepotente nostalgia della mia prima analisi, e che ciò non fosse lecito. No, lei probabilmente ha ragione a rifiutare un'etichetta di tale "arroganza" (ricordo bene che questo termine le piaceva). Può darsi che ciò sia vero. Ma è un fatto che tutte queste fantasie, che non hanno mai prima di oggi raggiunto il livello della verbalizzazione, hanno continuato a vivere in me, come in un nido di serpenti, e mi hanno impedito di fidarmi di lei, rana traghettatrice. 
Se lei fosse stato più attento e sollecito, meno addormentato e distratto, forse la nostra storia avrebbe avuto un senso. Invece è rimasta soltanto una grande occasione perduta.

Si è fatta sera e M. rimane ancora un po’ sul lettino, in un silenzio pensieroso. Ma non è nei patti che io ora gli chieda altro. Quasi quasi, mi dispiace dirgli che dobbiamo andare.

lunedì 11 febbraio 2013

SULL'ANALISI RECIPROCA DI FERENCZI


Ogni individuo può costruirsi una casa affinché lo contenga, ma nessuno può costruirsi una madre affinché lo partorisca. Noi non possiamo neppure curare l'incapacità genitoriale in tempo utile perché essa sia idonea a crescere i propri figli.
Per questo, l'analisi reciproca è stata probabilmente una messa in scena psicodrammatica del desiderio del poppante saggio di curare i propri genitori affinché lo possano crescere. Contro la tirannia del tempo, non possiamo nulla.

lunedì 28 gennaio 2013

RELIGIONI SCIENTIFICHE

La dottoressa Margareth Bourbon, psicologa clinica, lavorava presso un importante istituto pedopsichiatrico di fama internazionale, il cui Direttore, uomo di scarsa preparazione scientifica e di estrema arroganza, aveva instaurato un clima dittatoriale, scoraggiando negli studenti, negli allievi avanzati e persino nei collaboratori lo studio di ogni opzione scientifica che non fosse quella da lui prediletta, al punto che era persino loro impedito di rivolgergli domande durante lo svolgimento delle lezioni. Ciò era, presumibilmente, da mettersi in relazione con la segreta angoscia del Prof. M. di essere trovato impreparato su troppi argomenti.
La Collega, che ebbi occasione di conoscere, mi raccontò un giorno che, mentre somministrava test proiettivi come il Rorschach o il CAT ai suoi giovanissimi pazienti, il prof. M. soleva irrompere nella stanza interrompendo l’indagine diagnostica, per ingiungerle perentoriamente di fargli un caffè.

Quel racconto mi colpì particolarmente, perché pensai che in quel momento, M. avesse espresso una forma di disprezzo che si era dispiegato in svariate direzioni. Infatti, con quel gesto sprezzante, egli aveva insultato:

-La persona della Collega;
-Il paziente, che soffriva di uno status doppiamente svantaggiato, essendo, per l’appunto, paziente e minorenne;
-La donna;
-Il ruolo gerarchico, subordinato, ma non per questo meritevole di disprezzo;
-La materia (essendo la Psicologia Clinica considerata dal medesimo -come da lui lasciato intendere in svariate occasioni- una disciplina che non poteva competere con la Medicina, perché assolutamente insignificante);
-La tecnica diagnostica (i test proiettivi consistono nella somministrazione di immagini a un soggetto che ha in conseguenza di ciò delle reazioni emotive, la cui valutazione è l’oggetto dell’indagine. Va da sé che l’irruzione e l’interazione seguente erano stimoli, oltreché violenti, non previsti dal protocollo operativo, e pertanto suscettibili di alterarne l’esito in misura determinante);
-La relazione di cura fra la dottoressa e il suo paziente, che dovrebbe essere sempre contrassegnata da stima reciproca.

Ora, immagino che qualcuno, leggendo questo raccontino, potrebbe chiedersi se fosse proprio necessario narrare una piccola e imbarazzante storia di meschinità quotidiana, solo perché ammantata di supponenza accademica.
Questa storia non mi sarebbe di certo tornata alla mente, se non fossi stato costretto a riflettere sul significato dell’espressione “religione scientifica”, quando Federica, ieri, mi ha chiesto: “Secondo lei,  per quale ragione i miei genitori (due famosi clinici) non hanno mai fatto nulla, quando ero bambina, per farmi curare? Io ero una bimba gravemente problematica: ero molto intelligente e l’apprendimento avveniva in maniera fluida e ricca; ma non appena mi trovavo davanti a un’insegnante, mi fingevo totalmente impreparata, anzi: non proferivo parola. E non sapevo perché”.

Naturalmente, io non so rispondere a questa domanda: i genitori di Federica sono mancati da tempo, e nessuno avrà mai più la possibilità di immergersi in quell’intrico di pensieri e di emozioni che avrebbe dovuto essere l’incubatrice della sua mente di bambina all’alba dello sviluppo.
Però, ascoltando la paziente, mi è tornato alla mente il Professor M., uomo che condivise con i genitori di lei il medesimo ambiente accademico e lo stesso clima culturale.
La risposta che sono stato tentato di dare a F. ha rischiato di essere troppo semplificata o rozza, perché incapace di scalfire la grave esperienza di trascuratezza che la mia paziente ebbe a sperimentare su di sé. Ero infatti tentato di dirle -ben sapendo che l’argomentazione non avrebbe coperto che una piccola parte del problema- che i suoi genitori non erano stati in grado di aiutarla perché incapaci di riconoscere dignità scientifica al suo problema, così poco “organicistico”, e così lontano dalle loro sia pure notevoli conoscenze scientifiche.

In quell’epoca lontana, infatti, soltanto la medicina biologica aveva avuto diritto di cittadinanza; e soltanto ai medici, per quanto del tutto impreparati ad affrontare qualsiasi emergenza psichica (si pensi, ad esempio, al problema del dolore dei superstiti, in un reparto di pediatria, di fronte alla morte di un bambino), era spettato di dire l’ultima parola su tutto, essendo i loro subordinati (fossero essi psicologi, assistenti sociali, infermieri, ausiliari, tecnici di radiologia o di laboratorio) da considerarsi poco più che dei paria. Questa barbarie sociale era stata il frutto di un atteggiamento verso la scienza che aveva le stigmate della sottomissione a un credo religioso, anziché a metodi di indagine adeguati alla specifica natura dell’oggetto “umano”. E i genitori di Federica erano stati, a loro insaputa, loro malgrado e come tantissimi loro colleghi, involontari clerici di quell’oscura religione.
In uno dei suoi ultimi lavori, Franco Fornari, descrisse il funzionamento emotivo di un reparto ospedaliero di ginecologia, mettendo in luce due diversi codici affettivi contrapposti: il codice paterno, che costruisce l’azione sanitaria ispirandosi al modello dell’Esercito, imponendo stili relazionali di stampo militare caratterizzato dalla proiezione delle parti deboli, indifese e sofferenti che in origine appartengono al sé, sull’”altro”, che in tal modo diventa un “alienus” sideralmente lontano. L’alienus (il batterio, il virus, la degenerazione) diventa così un nemico da abbattere con ogni mezzo disponibile e lo stile diventa sorprendentemente simile  a quello militare (camici come divise, organizzazione gerarchica, rigida divisione funzionale fra uomini e donne, “consegna in caserma” per le più giovani allieve infermiere, che, a fine turno serale non potevano rientrare nelle proprie case fino al mattino seguente, essendo obbligate a pernottare in ospedale; e ciò in Italia, fino a tutti gli anni sessanta), e un codice alternativo al precedente, che egli definisce “materno”, fatto di calore, ascolto, attenzione,  accoglienza, identificazione.
Quando c’è in ballo la nascita alla vita (fisica, psichica o nascita tout-court), il codice ideale sarebbe in verità quello materno, perché il dolore, il sentirsi indifesi e preda dell’angoscia di morte, abbisognano di vicinanza affettiva, di ascolto e di attenzione. Invece, la medicina tecnologica post-ottocentesca aveva deciso di considerare la malattia un nemico da battere con tutte le armi di dissuasione e di sterminio che si fossero rese disponibili, e di conseguenza le virtù militari come le sole idonee all’impresa.

domenica 27 gennaio 2013

TEMPO DI EROI


Quando ero bambino, l'eroe con il quale mi identificavo maggiormente era Nembo Kid, il "character" (cioè il personaggio, parola che preferisco scrivere in inglese per sottolinearne l'irrealtà che il termine italiano non rende a sufficienza), che oggi è noto al pubblico, nella sua edizione più volte aggiornata, con il nome di Superman.
"Essere" Nembo Kid era quasi come avere un'identità segreta. Anzi, quella caratteristica del personaggio era infinitamente comoda, perché consentiva a chi la portava di distinguere fra un interno in qualche modo esoterico (la parte intima e segreta del processo di fantasia che si mostrava soltanto alla ristretta cerchia degli iniziati, cioè a se stessi) e l'esterno da mostrare in pubblico, identità manifesta e artefatta come lo è ogni espressione destinata a celare la verità.
Quell'uso della fantasia megalomanica che pure ha una sua utilità rispetto all'esigenza di padroneggiare l'angoscia ispirata dagli ostacoli che paiono insuperabili non solo nella giovane età, era reso agevole proprio dalla sua "doppia" identità, dalla compresenza di quel versante segreto e inconfessabile che, seppur collegato a un imbarazzante senso di vergogna, forniva un prezioso sistema di orientamento fra il dentro e il fuori, fra il mondo della fantasia e quello della realtà, indispensabile all'uso maturo dello strumento hi-tech che chiamiamo "mente".
Oggi, invece, non è più tempo di eroi. O meglio: gli eroi sono diventati monodimensionali, non essendo più possibile distinguerne l'apparenza dalla realtà interiore, la sostanza reale dalla raffigurazione fantastica. Ciò accade perché la società dello spettacolo e la televisione in particolare promettono un quarto d'ora di celebrità a tutti, e perché la dimensione supernaturale è troppo banalmente a portata di mano. Oggi chiunque può sognare di diventare famoso, restando però deprivato della consapevolezza, seppure parziale, di star muovendosi in una dimensione di fantasia, utile a fronteggiare i mostri della crescita, ma letale, se ridotta a pura bidimensionalità. Basta diventare calciatore, velina, cantante, attore, e persino escort.
Leggo su un magazine inglese che un adolescente su dieci abbandonerebbe volentieri la scuola se avesse l'opportunità di lavorare in televisione, che il nove per cento crede che diventare famosi sia il modo più rapido per diventare ricchi, che la ricchezza faccia tutt'uno con la felicità e che quest'ultima sia ormai indistinguibile dal divertimento.
Timothy, sedici anni, i cui eroi sono il calciatore Thierry Henry e l'attore Denzel Washington, dice che lascerebbe volentieri la scuola se gli fosse offerto di recitare in televisione, perché in tal modo diverrebbe ricco, e la fama, si sa, "rende tutto più facile". Anch'io, da ragazzo sognavo cose che mi rendessero tutto più facile: volare, essere invulnerabile, avere la vista a raggi X e l'ultra-soffio che fermava gli uragani, e le ciglia sbattenti di Lois Lane, mi avrebbero reso la vita molto più agevole nonostante la kryptonite. Ma la loro irrealizzabilità era anche una pesantissima àncora che mi legava saldamente a terra. Qui invece si rischia di vivere esclusivamente dentro sogni seriali indistinguibili dalla realtà.
Al risveglio, quei ragazzi non troveranno nessuno ad aspettarli. Neppure se stessi.