Perché Wiesbaden 1932


PERCHE' "WIESBADEN 1932"? Leggete qui



Detto ciò, benvenuti nel mio Blog, angolo per riflessioni da condividere con colleghi e amici selezionati.











giovedì 18 aprile 2013

LA SCRITTURA DELLA CLINICA

Ma chi l’ha stabilito che la scrittura creativa debba essere per forza appannaggio esclusivo di scrittori e poeti? Chi ha detto che scrivere è necessariamente un dono del Cielo, un talento naturale, e peggio per chi ne è sprovvisto, che dovrà in tal modo rassegnarsi a esprimere periodi ridondanti, frasi irrisolte, anacoluti e riflessioni adatte più a distrarre il lettore che a catturarne l’attenzione?
Io non sono di certo un letterato: ma considero ugualmente la scrittura un insostituibile strumento operativo indispensabile al mio lavoro (che di certo non è quello di scrivere), perché soltanto attraverso la scrittura è possibile scendere fra le pieghe dei propri ragionamenti oltre un certo livello di profondità, oltre la nebbia di certe fantasie, oltre la cortina fumogena dei pensieri immaturi, e soprattutto tra i frammenti delle intuizioni preconsce che nel contatto quotidiano con i pazienti ci giungono in forma pre-verbale o addirittura non-verbale, e quasi sempre al di sotto di una certa soglia di percezione.
Questo mi sforzo d’insegnare ai giovani che arrivano pieni di speranza, spavento e frustrazione, dopo le prime esperienze cliniche in cui hanno ascoltato famelici il sogno di un paziente nell'improbabile desiderio di impadronirsi un Traduttore dei Sogni che consenta loro di decifrare immediatamente un linguaggio oscuro in una divinazione a chiave, in un algoritmo in grado di  “cracckare” la barriera dell’inconscio. E la delusione più grande e più utile è la scoperta che quel Traduttore semplicemente non esiste: non è neppure la freudiana Traumdeutung, troppo spesso confusa da giovani e volenterosi kamikaze con  la Smorfia napoletana.
Scrivendo queste ultime righe, mi accorgo di aver barato: no, quelli che ho appena descritto non sono gli allievi che vengono a fare il loro tirocinio nei nostri servizi: “quelli” sono io, trent’anni fa. Io che mi ritrovo oggi, nel momento in cui inizio il dialogo con i tirocinanti in supervisione, a proseguire, non di rado polemicamente, quello iniziato tanto tempo fa con i Maestri.
Ai miei allievi (ma dovrei dire, vista la prevalenza di genere: “alle mie allieve”) io raccomando sempre di scrivere. E sovente sono stupite e quasi sempre imbarazzate quando mi attardo a guardare i loro scritti con gli occhi di un insegnante d’Italiano.
“Ma perché lo fai? Ti diverti a massacrarmi la tesi?” mi chiede la dottoressa Domitilla A., specializzanda dell’ultimo anno. “No”, rispondo. “Sto semplicemente defoliandola di tutto il superfluo, di tutte queste erbe infestanti che ti impediscono di veder chiaro fra i tuoi pensieri”.
“Ma non mi hai detto niente dei contenuti!”, insiste delusa. “Stai semplicemente inseguendo la proprietà di linguaggio, il rispetto delle consecutio, e soprattutto tagli via un mucchio di subordinate. Mi fai venire in mente mia madre: ma almeno lei è una professoressa di lettere, mentre tu sei un medico!”.
Apparentemente, Domitilla ha ragione: e per difendermi dalle sue lamentele, eccomi qui a scrivere anch’io, proprio per trovare le parole adatte a esprimere pensieri che non sento ancora giunti a completa maturazione verbale.
La scrittura di Domitilla è disarmonica non perché lei, che ha fatto ottimi studi classici, non sappia scrivere; anzi. Il suo malfunzionamento letterario tradisce un’ansia da prestazione dovuta all’incombere del giudizio del relatore di tesi, ansia che può essere dominata solo da un’infinita pazienza. Il suo scritto è pesante, involuto e sospeso, perché dell’esperienza della relazione con l’Altro sofferente, le giunge una massa di input dei quali soltanto alcuni assumono una forma parlata. Per interpretare la realtà emotiva di chi ci sta di fronte occorre esercitare una particolare sensibilità che molti di noi possiedono senza saperlo, e che per poter usare devono scoprire. E’ la capacità di cogliere impressioni fuggevoli, flash improvvisi, sguardi, discorsi fatti a metà, lapsus, sensazioni che nemmeno noi, a una prima impressione, registriamo consapevolmente.
Per fare clinica occorre riguardare il materiale con un occhio distaccato e rivedere la scena –noi con il nostro paziente- una seconda e una terza volta, come se fossimo osservatori esterni; ed è proprio la scrittura a consentirci tutto questo. Ogni volta che un allievo psicoterapeuta scrive la seduta (spesso senza averne il tempo, quasi sempre con la preoccupazione di non ricordare abbastanza, e in ogni caso maledicendo il supervisore che pretende quella fatica), deve pensare che la sua supervisione inizierà al momento stesso della rilettura dello scritto, cioè molto prima di incontrare il Collega più anziano. E se lo scritto sarà destinato a qualche forma di pubblicazione (una tesina, la dissertazione finale, o un articolo per una rivista), sarà bene che l’allievo impari a lavorare sul testo, proponendosi un esercizio apparentemente semplice: togliere ogni parola superflua, senza rinunciare a un solo concetto. E’ un esercizio che ho appreso durante gli anni in cui collaboravo regolarmente con un quotidiano scrivendo “il parere dello psichiatra” ogni volta che questo era chiamato in causa da fatti di cronaca. Poiché i pezzi richiesti non dovevano mai superare le quaranta o al massimo le sessanta righe, stufo di vedermi tagliare, cominciai a usare il computer in modo tale da controllare sempre il numero esatto di battute che mi venivano richieste di volta in volta. Fu così che imparai a dimezzare gli articoli scrivendo esattamente le stesse cose espresse durante la prima stesura, e per di più fui anche piacevolmente sorpreso nel constatare che il tal modo la leggibilità ne guadagnava moltissimo.
Ora lo stesso metodo mi torna comodo quando scrivo i casi clinici dei quali mi restano memorie incomplete, aree oscure, pensieri che richiedono di essere nuovamente pensati. E’ un esercizio di cui non posso più fare a meno.

P.S.: Rileggendo questo Post, mi accorgo che è po' lungo e pieno di frasi che potevano essere risparmiate, ma è tardi, e sono un po’ stanco. Abbiate pazienza.
P.P.S.: Rileggendolo ancora il giorno dopo, vi ho persino trovato un grave errore di sintassi. Paola si lamenta che correggo sempre i miei post, ma bisogna sempre rileggere. Chissà se ne scoprirò altri.

giovedì 11 aprile 2013

VIA DELLA VERITA'

Sandra viene in supervisione con l’aria di chi deve confessarmi qualcosa. “Ho una notizia da darti. Ho finalmente scelto una scuola di psicoterapia. A Milano”.
“Direi che questa è una buona notizia”, commento.
“Aspetta a dirlo” aggiunge con imbarazzata ironia. “Quella che ho scelto non è propriamente una scuola psicoanalitica”.
Capisco che l’imbarazzo è dovuto al timore di una mia disapprovazione. Io, in realtà, non so nulla della scuola che Sandra dopo un po’ si decide a nominare, e so abbastanza poco anche della teoria che sottende l’indirizzo da lei scelto.
“Lo sai” mi dice, “io sono in analisi da tanto tempo e sono proprio contenta di aver scelto X come analista, perché mi ha sempre lasciato una libertà totale” (per quel poco che conosco il Collega X, non sono per niente stupito da questa affermazione), “ma sai”, aggiunge, “c’è qualcosa in tutto questo che non mi appartiene. Durante la formazione che ho avuto finora, mi sono imbattuta in troppi divieti, mentre io, quando sono con i pazienti, mi sento spinta a fare cose che i miei maestri disapproverebbero. E poi il corporeo … non posso farne a meno”.
Mentre Sandra parla, a me torna in mente un’immagine: Freud seduto per terra con una paziente isterica.
C’è un passo del Diario Clinico (o è in una lettera indirizzata a Groddeck che l’ho letto?), in cui Ferenczi dice, più o meno testualmente: "una volta Freud era capace di rimanere molte ore seduto per terra ad ascoltare una paziente isterica. Adesso non più". Ma quante cose ha fatto Ferenczi sfidando le proibizioni? Quanto tempo passava con le pazienti più gravi? E che cosa è veramente accaduto nelle sedute di analisi reciproca? Di tutto questo abbiamo per lo più notizie imprecise. Ma da tutta questa somma di errori è scaturita un’eredità che non cessa ancora di fruttificare.
Quindi: che cosa della psicoanalisi continua a germogliare e che cosa è destinato a trasformarsi o a scomparire? Che cosa è scorza –per dirla con Abraham e Torok-, e che cosa nocciolo? Tutto ciò che è vivo si muove e si trasforma, e, da questo punto di vista l’enfasi sul rispetto dell’ortodossia è stata piuttosto la difesa di un oggetto morto, un cadavre éxquis, nascosto dietro una cortina d’interdizioni. Certo: la relazione, il transfert, il controtransfert sono beni preziosi e irrinunciabili. E anche il setting. Ma, del setting, che cosa è vitale e che cosa è rituale? Per quante volte potremo lasciar sprofondare il paziente in nome della nostra fede nei Comandamenti?
Mentre Sandra parla, questi pensieri tornano per la centesima volta ad affollare la mia mente.
E mi rivedo, giovanotto, tentare inutilmente di affogare i miei dubbi come gattini ciechi. Anche allora avevo intravisto (proprio come oggi fa la coraggiosa Sandra) la via della “mia” verità, in mezzo a una nebbia non illuminata da alcun Maestro. E fu proprio quella solitudine a spaventarmi, togliendomi il coraggio di guardare fino in fondo a quegli interrogativi come a fili da dipanare.
“Perché si interessa di queste cose?” mi fu chiesto. Era la risposta a una mia domanda semplice semplice: quale differenza c’è fra l’analisi personale e l’analisi didattica? perché l’analisi del futuro analista deve necessariamente essere condotta da un didatta? Non basta un analista “autentico”, o “sincero”? Magari “capace”? O addirittura “simpatico” al suo paziente?
Queste domande furono giudicate in vario modo: nevrosi, inautenticità, eccessiva ambivalenza, voglia di barare, incapacità di stare al gioco, e qualcuno si prese persino la briga di citarmi un articolo di Eugenio Gaddini, nel quale si parlava dell’”impostore”, colui cioè che imbroglia le carte per diventare analista, dissimulando i propri conflitti per raggiungere una posizione professionalmente e socialmente prestigiosa. Non fui in grado allora, di spiegare ai miei illustri interlocutori che ciò che volevo era semplicemente la “verità”. E soltanto molti anni più tardi mi resi conto che quelle domande rimaste senza risposta conducevano molto lontano, sulle vie della scoperta di una degenerazione clericale che aveva imbrigliato la psicoanalisi e che rischiava di soffocarla.
Bisognava puntare alla libertà di pensiero, un bene non proprio estraneo alla psicoanalisi. Un bene per il quale vale la pena di spendere la vita. E libertà di pensiero significa anche libertà di ricercare, con tutti i rischi che ne conseguono. Perché l’errore, in fondo, è umano, mentre la scomunica è del Maligno.

domenica 17 marzo 2013

PASSIONI VIOLENTE


Per Odile R., io sono un dio, dotato di tutte le peggiori qualità degli dei. Al pari di Zeus dispongo di fulmini, ed è un problema sapere come e perché li lancerò. Perché un dio, per essere veramente tale, non può essere misericordioso ma soltanto privo di pensiero e di riconoscimento, come lo è il Destino.
Ma le mie specialità persecutorie non si limitano alla saetta seguita dal terribile boato: io posso far di peggio, semplicemente volgendo lo sguardo altrove. Perché, secondo lei, chi esce dal mio campo visivo semplicemente cessa di esistere. 
Tra me e Odile vi sono forti sentimenti affettivi (lei non mi lascerebbe mai, né io desidero che mi lasci finché non sarà arrivata a destinazione, un tragitto che ha l'andamento tortuoso della tela di Penelope), ma anche sentimenti di ostilità e rabbia.
L'ostilità Odile me la esprime in maniera perentoria quando rovescia il suo bisogno di essere accolta su di me, capovolgendo violentemente la situazione. Lo fa rimanendo per quarantacinque minuti a testa china, rinchiusa in un silenzio impenetrabile. In quei momenti lei è Matilde di Canossa, contenitore e ospite di un Papa che vuol essere adorato incondizionatamente, e io (cioè Dio) un povero Enrico IV inginocchiato per giorni nella neve.
Il silenzio di Odile mi rende furioso. Per molti anni (io e Odile ci frequentiamo, più o meno, da sempre) ho tentato di seppellire la mia rabbia sotto la maschera glaciale e impenetrabile dello psicoanalista della tradizione classica. Poi, di pari passo con la mia emancipazione, Odile mi ha aiutato a cambiare, facendomi comprendere come il silenzio non possa guarire il silenzio.
Nel suo incessante lavoro di cura, Odile mi ha fatto recentemente entrare in contatto anche con le piccole "rabbie sottili" che mi provocano certi suoi atteggiamenti, anche quando parla.
Insomma: in quest'analisi reciproca si direbbe che io sia, per il momento, il maggior beneficiato. Ma non dispero di portare, di certo non prima che la mia carriera giunga al termine, il mio lavoro a compimento. Se non l'ammazzo prima.

mercoledì 6 marzo 2013

OLTRE L'ANALISI PERSONALE (DELL'ANALISTA E NON SOLO)

Scrive Winnicott che  la ricerca psicoanalitica – e dunque, aggiungo io, il lavoro psicoanalitico – è sempre, in una certa misura un tentativo da parte dell’analista di spingere il lavoro della propria analisi oltre il punto cui il proprio analista ha potuto condurlo”.
Questa affermazione ha valore dirompente perché pronunciata in un saggio (L'Odio nel Controtransfert, 1949), nel quale si afferma allo stesso tempo che la scoperta di "aree cieche" nell'analista deve sempre spingere quest'ultimo verso una ripresa della propria analisi personale, e che questo tipo di "patologia professionale" investirebbe, a detta di Winnicott, gli psicoterapeuti più che gli psicoanalisti.
Ora, ammesso che quest'ultima definizione, quando riferita all'ambito psicoanalitico, non possa essere riformulata più comprensibilmente in una distinzione fra psicoanalisti più e meno preparati, non si potrà non notare che in primo luogo,  essa considera l'analista come qualcuno che "non ha (o non dovrebbe avere) più" nuclei conflittuali irrisolti (affermazione molto impegnativa rispetto a ciò che ci aspettiamo dalla psicoanalisi e dalla capacità diagnostica di chi ha il compito di valutare i futuri psicoanalisti); e che essa implica il fatto che qualora lo psicoanalista debba trovarsi in tale sfavorevole condizione, debba senz'altro tornare a sottoporsi a un'analisi presso un collega.
Ora, a parte le difficoltà di una simile soluzione, che potrebbe implicare anche un'assenza di motivazioni a una relazione di dipendenza da parte di uno psicoanalista in là negli anni, c'è da osservare la totale sfiducia nel pensiero psicoanalitico prevalente all'epoca di Winnicott nelle possibilità che uno psicoanalista formato possa, dopo un congruo periodo di tirocinio, andare avanti da solo con la propria autoanalisi, così come ogni individuo adulto non deve necessariamente tornare fra le braccia della madre, ogni qualvolta i propri conflitti lo facciano soffrire.
Un po' contraddittoriamente ma con grande lucidità, Winnicott è raggiunto, in un periodo di relativa oscurità, dall'intuizione che ciò sia possibile.
La questione mi intriga molto, perché da tempo sono spinto dal desiderio di scoprire che cosa, in termini emotivi, mi diano i miei pazienti: ad esempio di come, attraverso il continuo lavoro di rêverie, io espanda continuamente la mia capacità di fantasticare; e come sia possibile comunicare loro il senso della mia  gratitudine. Altrimenti potrebbe capitare che qualcuno di loro si sentisse schiacciato da un debito troppo unilaterale. Non è mai bene essere soltanto i beneficiari di qualcosa. Occorre anche saper riconoscere a se stessi la capacità di far star bene gli altri.

lunedì 4 marzo 2013

LA MENTE ESTERNA


A proposito di "suggestione, intimidazione, imposizione di una volontà estranea" (DC, 24 gennaio, p. 66), Ferenczi scrive:  "R.N. [una paziente gravemente traumatizzata da abusi e violenze inflittele durante la prima infanzia], fu resa consenziente con la narcosi. La narcosi stessa è vissuta come qualcosa di contrario alla vita e rifiutato; in effetti si può essere anestetizzati soltanto con la forza, anche quando si è dato coscientemente il proprio assenso senza la pressione di forze esterne: non si rinuncia mai alla volontà di mantenere il controllo delle sensazioni e della motilità. Si cede alla violenza, ma con "reservatio mentalis". Rimozione, infatti, significa venir repressi pur mantenendo la tendenza originaria (...). Ma dove si trova il rimosso, qual è il suo contenuto, in quale forma rimane in rapporto con le parti dell'individuo sottoposto a violenza e per quale via può infine aver luogo la riunificazione? Risposta: la volontà repressa, cioè piegata dalla forza, si trova fuori di sé (...). La propria volontà si trova da qualche parte nell'"irreale" in senso fisico, vale a dire nella realtà psichica quale tendenza che non ha strumenti di potere e perciò non dispone di alcuna risorsa organica né cerebrale e nemmeno delle immagini mnestiche, che sono ancora più o meno fisiche; in altre parole, questa volontà che sente di essere integra e che nessuna forza può sopprimere si trova al di fuori della persona che agisce con violenza [l'Autore parla qui di una vittima di violenza costretta a compiere a sua volta atti di violenza] e continua a negare, a causa di questa scissione, che sia lei a compiere le azioni".

In questo brano, Ferenczi tratta il tema di ciò che  chiamiamo  "dissociazione" o  "scissione verticale", per distinguerlo dal concetto di "rimozione", che è una sorta di  "scissione orizzontale". Se il secondo concetto è rappresentabile in termini di "sopra" (coscienza) e "sotto" (inconscio), dove l'"orizzontalità" è indicata dalla direzione del "taglio", il primo indica uno spostamento di contenuti mentali che in qualche modo può essere rappresentato come "laterale" (taglio verticale).

L'aspetto che più mi interessa trattare in questa circostanza riguarda il fatto che Ferenczi sembra descrivere il costituirsi di uno spazio mentale esterno, una sorta di backup memory utile a stivare contenuti mentali per diverse ragioni non processabili da quell'"unità centrale" che è l'Io cosciente.
Ciò avviene normalmente durante la prima infanzia quando molti contenuti mentali e molti processi indispensabili alla conservazione sono delegati alla mente del caregiver.
Se guardiamo alle funzioni protettive, ad esempio, dobbiamo ammettere che esse "non abitano" se non in minima parte, nella mente del piccolo che, non soltanto nella specie umana, è totalmente soggetto, in condizioni ottimali, alla vigilanza e alla protezione di almeno un adulto.
Lo stesso instaurarsi del "basic trust" (fiducia di base) è determinato dalla medesima necessità di affidare la cura della propria sopravvivenza, delegandola al caregiver, che funziona come "mente esterna", provvista di un Io che assume funzioni vicarie.
La funzione protettiva dello spazio mentale esterno, può essere quindi riutilizzata in condizioni di necessità, e proprio quando la sopravvivenza sia minacciata. Essa diventa il contenitore di pensieri insostenibili e di ricordi inaccettabili, aventi però una funzione diversa da quelli rimossi; l'inconscio dinamico è infatti uno spazio pur sempre "interno" utile all'allocazione di contenuti indesiderabili, la cui provenienza interna è d'altronde nota. Altro sono le minacce mortali provenienti da relazioni esterne che necessitano di essere mantenute separate dal Sé per poter essere controllate.

domenica 17 febbraio 2013

CONVERSAZIONE MAI AVVENUTA


M. è un collega. Durante una discussione su di un caso clinico mi racconta un fatto personale che trovo molto interessante. "Posso raccontarlo sul mio Blog?" gli chiedo. "Mi farebbe molto piacere", mi risponde. "Io non saprei farlo, anche se sento che questa mia esperienza debba essere comunicata".

Molti anni fa, M. era un giovane laureato in materie umanistiche, che durante gli studi universitari aveva sofferto per stati d'angoscia. Per questo aveva deciso di rivolgersi a F., un'analista con la quale si stabilì un rapporto molto intenso e gratificante, per quanto doloroso e difficile, al termine del quale non soltanto aveva risolto il problema per il quale aveva cercato aiuto, ma aveva sentito sorgere in lui un prepotente desiderio di saperne di più, di continuare quella che gli era sembrata un'avventura affascinante, di studiare la psicoanalisi e di imparare a curare pazienti. In una parola: di diventare psicoanalista. Siccome durante i decenni trascorsi era stato un cattivo studente (o così, perlomeno, gli era sembrato) aveva deciso, con un po' di ossessività, che questa volta non avrebbe sbagliato, che la sua formazione avrebbe dovuto essere di prim'ordine. Si era così risolto a rivolgersi alla Società Psicoanalitica Italiana, meta allora molto ambita da tutti coloro che desideravano intraprendere quella professione, ed ottenne di essere ammesso alle selezioni, iniziando così una seconda analisi, che avrebbe dovuto obbligatoriamente essere svolta con un analista didatta.
Per la verità, M. non capiva molto bene il perché di quel passaggio: lui aveva già fatto un'analisi piuttosto lunga: cinque anni a quattro sedute la settimana. Certo, la sua analista non aveva ancora conseguito il titolo di didatta, ma poiché l'analisi aveva raggiunto i propri scopi, perché mai farne un'altra? E soprattutto perché farla sull'onda di una motivazione così "burocratica" in un tempo nel quale, semmai, sarebbe stato meglio sedimentare ciò (non proprio poco) che era stato elaborato durante quei cinque anni? Saggezza avrebbe voluto che M. aspettasse che di fare una seconda analisi gli tornasse almeno la voglia, ma si intravedeva all'orizzonte il traguardo dei quarant'anni, oltre il quale la Società Psicoanalitica Italiana non lo avrebbe più accettato (ma perché, poi? Non era quello dello psicoanalista un mestiere adatto a persone un po' più anziane e un po' più sagge?), decise di procedere con la seconda analisi, pur cercando di ignorare la sgradevole impressione di star facendo qualcosa di forzato. Si rivolse ad E., uno studioso noto per i suoi scritti, considerati all'avanguardia, un didatta provvisto di tutti i requisiti necessari. Il loro incontro avvenne quando ancora la prima analisi era in corso, e la sua analista gli disse che, in merito al suo progetto, lei ed E. si erano sentiti telefonicamente, secondo una prassi allora molto in uso nei passaggi da un analista all'altro, ad evitare, "colpi di testa" di pazienti troppo angosciati. Ad ogni buon conto, seguendo i consigli di entrambi gli analisti, M. concluse la prima analisi, e lasciò passare circa due anni prima di iniziare la seconda, nella presunzione che quel tempo, dettato da esigenze non soltanto sue, sarebbe stato sufficiente alla "rimonta del desiderio".
Ma non fu così, e la seconda analisi, come M. ebbe ripetute occasioni di spiegarmi, non conseguì successo a causa di quella forzata adesione a un progetto così poco sentito sul piano emotivo.
Anche stasera M. è tornato sull'argomento (che evidentemente ancora, a distanza di tanto tempo, non lo lascia in pace). Questa volta, però, M. ha aggiunto un aneddoto che ha destato la mia curiosità facendomi pensare a lungo.

M. mi parla di un momento della seconda analisi, nella quale egli aveva evocato il ricordo di ciò che F. gli aveva detto a proposito della telefonata fra lei ed E..
Il commento di E. fu una doccia gelata: "Quella telefonata non c’è mai stata. Si tratta di un ricordo delirante", sentenziò. Dunque, fu la conclusione implicita del discorso, dei ricordi di M. non c'era da fidarsi.

"Sai, mi dice oggi M., io non ho mai veramente creduto alle parole di E. Naturalmente so benissimo quanto i ricordi possano trasformarsi nel tempo. Io stesso ho sperimentato come un sogno fatto e trascritto tanti anni fa e rievocato oggi, risulti sensibilmente diverso  rispetto alla versione originale. E poi ho sempre saputo (all’epoca ne avevo già raccolto molte prove) che E. era un uomo singolarmente distratto e smemorato, e in questo, un po’ ci assomigliavamo. Ho quindi convissuto a lungo con un atteggiamento di incredulità e con un senso di disagio provocato dal fatto che sentivo quella refrattarietà come qualcosa che mi rendeva un po' inadatto alla psicoanalisi, ammesso che quella e quella soltanto, si potesse considerare "psicoanalisi". Ma, allora, l'idea di terre a me sconosciute, la cui esistenza non fosse ancora certificata da una concordanza con la narrazione biblica era per me inavvicinabile. In psicoanalisi è accaduto un po' ciò che si era verificato in occasione delle grandi scoperte scientifiche. Come rendere la scoperta di Colombo compatibile con l'Antico Testamento? Come spiegare che i nativi americani discendevano anch’essi da Adamo per impedire che la nuova scoperta geografica fosse considerata il frutto di una seduzione demoniaca? Così accadde per le idee psicoanalitiche non discese direttamente da Freud o da coloro che nel suo nome fossero stati ordinati sacerdoti e depositari del Verbo.
Per ritornare a E., fu quell'implicito invito a non fidarmi delle mie percezioni che mi ferì profondamente. Io allora, ero già abbastanza "strizzacervelli" per sapere chiaramente ciò che avrebbe nuociuto a un paziente. E., invece, sembrava ignorarlo. E io non potevo ammettere che un analista didatta, e per di più il mio analista, fosse uno sprovveduto privo di tatto e di empatia, perché ciò avrebbe mandato all'aria tutta la mia costruzione idealizzante di una psicoanalisi infallibile (l'unico sintomo che dovetti curarmi da solo!), e capace di salvarsi se mi fossi affidato, totus tuus (per usare il motto apostolico di un Papa), in maniera incondizionata a un Credo. Ecco, il sintomo che mi impediva di aver successo nella mia analisi didattica fu proprio l'irriducibile rifiuto, che volli ostinatamente mantenere al di sotto della coscienza per non addentrarmi in una guerra dispiegata, per qualsiasi forma di sottomissione a un pensiero che non mi rendesse ragione di sé. Fu arroganza, questa? È possibile, ma ciò mi fece perdere la possibilità di ricevere l'iniziazione (ciò che non troppo scherzando oggi paragono a un'"ordinazione sacerdotale" nella sottomissione e nel silenzio della coscienza) e mi salvò l'"anima", qualunque cosa essa sia". 

Ti capisco, amico mio. E sento profondamente come questo dolore, per dirla con Dante, "ancor t'offende". Certo, potremmo anche osservare che fortunatamente abbiamo vissuto, tu ed io, rispondendo abbastanza accettabilmente alle sfide che la vita ci ha imposto: tu per queste ragioni, io per altre non troppo dissimili dalle tue. Però noi, oggi, abbiamo, sia pure retrospettivamente, un ampio dominio di quei fatti. Ciò che oggi fa ancora male è il ricordo di quel dolore, ma se oggi potessimo rivivere le medesime circostanze che imposero una battuta d’arresto al nostro cammino non avremmo alcuna esitazione nel farvi fronte. A volte sai, mi scopro a ripercorrere vecchie situazioni che mi hanno ferito, e mi consola il pensiero del come reagirei oggi. A te non capita?

"Qualche volta, si", mi risponde M. "Anzi, sai che ti dico? Mi fai venire voglia di inscenare, qui con te, il remake di quella seduta, per poter rispondere a quelle parole, cosa che allora non feci".

Ma perché? Di una situazione così pesante non avete mai più parlato? Lui ti stava diagnosticando un disturbo del pensiero, una forma, sia pure momentanea, di delirio e non avete detto più niente? Sei rimasto così, con la tua bella diagnosi di psicosi sulla groppa?

"Io preferii non approfondire. E sinceramente non so dirti se il mio timore principale fosse allora di star sul serio delirando, oppure di scoprire che ero caduto nelle mani sbagliate. Ma a giudicare dal fatto che dopo di allora (e son passati quasi trent'anni) non sono mai stato sfiorato dal timore di essere matto, credo di avere in mente la risposta. Ma, sai che cosa ti dico? Che avrebbe dovuto essere lui ad avere il senso del peso delle sue parole, e a tentare di indagare l'effetto che avevano avuto su di me. Ma continuò a tacere, in attesa di che cosa non si sa".

E allora tu oggi vorresti fare, qui in mia presenza, una specie di psicodramma, attraverso il quale dire ad E. ciò che allora non gli dicesti? Mi sembra un'idea molto interessante. Soltanto, sono un po' imbarazzato per il privilegio che mi concedi. Essere il testimone di pensieri tanto intimi è qualcosa che presuppone un grande senso di responsabilità. Ma voglio essere degno della tua fiducia fino in fondo.
Come intendi procedere?

"Semplice. Mi sdraio sul lettino, qui nel tuo studio dove ci troviamo adesso, tu abbassi appena un po' la luce, e io iniziò a parlare. Tu non devi fare nulla: solo rimanere in silenzio dietro di me ed ascoltare. A te non affido il compito di interpretare teatralmente la sua parte, perché fatalmente cercheresti di riparare ciò che ha fatto. Ma nessuno può farlo. È una cosa fra me è me, con te come testimone muto".

Vai,  ho detto a M. abbassando un po' la luce, fai pure quello che credi.

.....

"Delirante, dice lei? Un ricordo delirante? Certo: delirante. E delle conseguenze delle sue parole non si preoccupa? Che cosa devo fare io, ora, delle mie percezioni, dei miei ricordi? Non devo fidarmene? Saranno tutti deliranti? E a quale "verità", a quale salvagente potrò aggrapparmi? Lei non è delirante, vero? E neppure smemorato, perché se glielo facessi notare, probabilmente lei direbbe che voglio "farle le interpretazioni", invertire i ruoli rispettivi, rifiutare la dipendenza e la posizione asimmetrica. Quindi a me nella mia condizione attuale, non resta che tacere, far finta di non averla sentita, perché le conclusioni cui potremmo giungere se andassimo in fondo a questa discussione o affonderebbero me (e la cosa non mi piacerebbe per niente), o affonderebbero lei, e io sarei costretto a seguirla, come lo scorpione sulla rana nella favola di Esopo. Quindi, per non affondare del tutto, preferisco non pungerla. Lei deve star su per sorreggermi, anche se non so ancora (lo saprò dopo) quanto ciò mi costerà.

Ma se il discorso potessi farglielo "quando sarò grande"  (diciamo: fra una trentina d'anni), allora le direi ....

Delirante, sì, lei ha ragione. Il mio discorso è delirante. O perlomeno dobbiamo supporlo tale perché non ci sono le prove che quella telefonata fra lei e F. sia realmente avvenuta. Se ci fosse stata, due soli sarebbero i testimoni possibili: lei, che non la ricorda, e F.. Ora, se la cosa fosse realmente avvenuta e anche F. ne avesse smarrito la memoria (sono trascorsi alcuni anni), io sarei certamente in una brutta situazione, e quindi non voglio rischiare. Per questo le dico: escludiamo pure ogni altra ipotesi e ammettiamo che il fatto non sia accaduto e che il mio ricordo sia, come lei dice, "delirante".

Però, se la psicoanalisi non è una bagattella, anche dietro a un discorso delirante bisogna cercare un significato, un desiderio che, allucinatoriamente soddisfatto, abbia dato luogo a un falso convincimento.

Ammettiamo pure che io abbia creduto di ricordare qualcosa: perché? A me la risposta sembra abbastanza semplice: perché desideravo fortemente che quella telefonata ci fosse stata. Si, lo so: nella psicoanalisi di questo tempo (siamo negli anni 80), quando un paziente sogna che l'analista pensi a lui, o si occupi di lui al di fuori dei minuti canonici, commette un’immaginaria intrusione, che però sembra pesare come un’intrusione reale. È il talamo nuziale della sua mente ad essere violato dalle mie fantasie intrusive, a causa del mio bisogno di avere di più di quanto mi è stato accordato. L'avidità è il mio male, e lei ha il compito, per la tutela di entrambe le nostre menti, di scoraggiare tali barbariche invasioni.

Ma forse c'è un'altra spiegazione: io ho costruito quella fantasia delirante perché speravo di creare così un legame tra voi, qualcosa che mi potesse consolare del dolore del distacco dalla mia prima analisi. Telefonandole, e affidandomi nelle sue mani, la mia analista mi dava un suo viatico, e forse mi rassicurava sul fatto di non essere ostile al mio voler crescere, lasciando la casa che mi aveva fatto nascere.
Ci sarebbe stato qualcosa di male in tutto questo? Qualcosa di particolarmente vergognoso, al punto di tacciarlo di follia? Io non credo.

Adesso, lei mi dirà certamente che in lei non c'era tanta cattiveria da aver albergato tutte le fantasie mortifere che io le ho appena attribuito: il fatto che lei mi ritenesse sfrontato perché mi ero permesso di pensare che avesse parlato di me al telefono, il fatto che io avessi una prepotente nostalgia della mia prima analisi, e che ciò non fosse lecito. No, lei probabilmente ha ragione a rifiutare un'etichetta di tale "arroganza" (ricordo bene che questo termine le piaceva). Può darsi che ciò sia vero. Ma è un fatto che tutte queste fantasie, che non hanno mai prima di oggi raggiunto il livello della verbalizzazione, hanno continuato a vivere in me, come in un nido di serpenti, e mi hanno impedito di fidarmi di lei, rana traghettatrice. 
Se lei fosse stato più attento e sollecito, meno addormentato e distratto, forse la nostra storia avrebbe avuto un senso. Invece è rimasta soltanto una grande occasione perduta.

Si è fatta sera e M. rimane ancora un po’ sul lettino, in un silenzio pensieroso. Ma non è nei patti che io ora gli chieda altro. Quasi quasi, mi dispiace dirgli che dobbiamo andare.

lunedì 11 febbraio 2013

SULL'ANALISI RECIPROCA DI FERENCZI


Ogni individuo può costruirsi una casa affinché lo contenga, ma nessuno può costruirsi una madre affinché lo partorisca. Noi non possiamo neppure curare l'incapacità genitoriale in tempo utile perché essa sia idonea a crescere i propri figli.
Per questo, l'analisi reciproca è stata probabilmente una messa in scena psicodrammatica del desiderio del poppante saggio di curare i propri genitori affinché lo possano crescere. Contro la tirannia del tempo, non possiamo nulla.