Perché Wiesbaden 1932


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Detto ciò, benvenuti nel mio Blog, angolo per riflessioni da condividere con colleghi e amici selezionati.











domenica 22 dicembre 2013

LA PSICOANALISI E IO (nota autobiografica)


C'è stato un tempo in cui il mondo era stretto. Un tempo nel quale camminavo per vicoli angusti limitati da pareti altissime, e il sole si vedeva solo provenire dall'alto.
Da sempre, da che io ho memoria, ho desiderato fuggire, evadere e andare lontano da una gabbia rappresentata dalla visione del mondo di mio padre, che pure amavo moltissimo. Mia madre mi raccontava spesso di come ci fosse stata una prima età durante la quale, quando mio padre tornava per il pranzo, rimanevo abbracciato a lui per tutto il tempo in cui mangiava. Ma di questa età io non ho conservato alcuna memoria cosciente. Io non riesco a ricordare soprattutto il momento nel quale mio padre cominciò a deludermi: so solo che molto presto, come ideale verso il quale tendere, smise di funzionare. E però, non è che ci si possa dimettere da figli così, perché il modello che non si vuole più rimane, ostinatamente, dentro.
Da grande compresi che mio padre aveva paura, e che troppe cose del mondo, esterno ma soprattutto interno,  avevano per lui un significato inaccessibile. E mi resi conto molto presto che ciò che mi avrebbe lasciato in eredità era destinato a contrarre un legame solido ma conflittuale con istanze opposte, capitate chissà come (forse da mia madre? è difficile dirlo) nella mia mente. 
Io avevo una voglia insaziabile di panorami sconfinati, di visioni ultrascopiche, di conoscenze ulteriori; e nello stesso tempo mi sentivo paralizzato: tanto dalla paura, la stessa di mio padre dal quale mi sentivo biologicamente inseparabile, quanto da quella sensazione di non farcela ad arrivare in fondo, che ancora oggi mi prende di fronte ai libri, che pure sono il mio pane quotidiano. Ancora oggi, leggere un romanzo russo, sconfinato come un oceano immenso, mi dà l'angoscia agorafobica di perdermi, e arrivato a un certo punto, sono costretto a interrompere la lettura. Ancora oggi, davanti a un libro, provo un'irresistibile bulimia e contemporaneamente la paura di non riuscire ad arrivare alla fine. In tutta la vita ho letto, come molti, parecchie centinaia, forse migliaia, di libri, e ne ho conclusi molti meno.
A un certo punto della mia vita (forse era l'adolescenza) mi imbattei in un libro di psicologia: mi pare fosse scritto da un certo Miotto. È anche possibile che ciò sia stato prima dell'adolescenza, perché probabilmente lo leggevo in cerca di qualche improbabile eccitazione sessuale. D'altra parte, verso i dieci anni, le mie letture erotiche preferite erano un dizionario della lingua italiana, Il Novissimo Melzi (dal quale avevo capito che l'organo genitale femminile si chiamasse "utero"), e una monografia su Raffaello appartenente a mio padre, nelle pagine della quale mi consumavo gli occhi, e non solo gli occhi, sui seni rotondi della Fornarina e sulle natiche delle Tre Grazie. Quindi non è strano che in un libro di psicologia io cercassi i resoconti di qualche cosa di eccitante. Fu lì che sentii parlare per la prima volta dell'Inconscio, e ne fui immediatamente stregato.
Dunque c'era qualcosa al nostro interno che ci faceva agire in maniera inconsapevole, esistevano sogni da sbrogliare come matasse intricate, c'erano simboli che, se interpretati, avrebbero potuto aprire la porta verso mondi meravigliosi e finalmente chiari. Stranamente, l'Inconscio con i suoi oscuri fantasmi non mi faceva paura, anzi. Avevo avuto abbastanza paura delle mie fragilità che vivevo come colpe, avevo sperimentato molto da vicino, fino all'identificazione, l'angoscia e i denti serrati di mio padre, e poi, mi portavo addosso un senso spiacevolissimo di vergogna, come se la mia figura, alla sola vista degli altri, dicesse "altro" da quello che io sapevo coscientemente. Mi sentivo goffo, inconsapevole, impresentabile, e avevo l'urgenza di sbarazzarmi di tutto ciò.
Ai miei pazienti, oggi, ripeto spesso che nessuna psicoterapia è possibile se non si ha un senso di disagio e il parallelo desiderio di scrollarselo di dosso. In me, questo sentimento era fortissimo. E si accompagnava al desiderio ancora oscuro di impadronirmi di quello strumento, di quell'"autoscopio", non perché desiderassi imparare ad aiutare gli altri, ma sempre perché il mare da esplorare l'ho sempre pensato interminabile e il desiderio di fermarmi non l'ho mai avuto,  e anche oggi che il tempo si accorcia, il solo pensiero di smettere mi riempie di tristezza.
Passarono gli anni, e per una serie di complicati errori di calcolo, divenni medico. E crebbe in me quel desiderio di essere psicoanalista, e niente altro che psicoanalista, che ancora oggi mi accompagna. La stessa qualifica di psichiatra, che conquistai senza fatica, mi parve sempre qualcosa di insoddisfacente, di limitato. E il desiderio di diventare psicoanalista fu (è) sempre così prepotente, che alla fine ... mi fu negato. E sulle prime riflettei con dolore su quell'insuccesso ascoltando le sirene che lo descrivevano come una ejaculatio praecox causata da un desiderio incontenibile. Proprio come accade con i primi amori, che però non sono mai quelli definitivi. Ma, dentro di me sapevo che non era così.
Se ripenso a quell'insuccesso, mi rendo conto che, ancora una volta ero stretto fra il desiderio di impadronirmi di quello strumento meraviglioso che soltanto Freud e i suoi (allora) pochi e selezionati eredi possedevano, e qualcosa di inspiegabile che mi paralizzava.
Quando si vuole fortissimamente qualcosa e quel qualcosa ce l'ha uno soltanto, allora si corre il rischio della sottomissione. La cosa può funzionare fintanto che ci si sente piccoli e bisognosi di cure: dal momento che un certo grado di sottomissione ai genitori è indispensabile a causa della necessità, anche oggettiva, di dipendenza. Non accettare questa condizione di minorità sarebbe anche un ostacolo alla crescita. Ma la sottomissione implica l'idealizzazione. Se io devo sottopormi a un intervento chirurgico a cuore aperto, ho necessità di pensare che chi ha in mano la mia vita sia perfetto, non sbagli mai. E, in caso di necessità, se noterò qualche errore o incertezza o diventerò eccessivamente diffidente, oppure tenderò a perdonare, a non voler vedere. Ma in analisi tutto ciò che avviene senza che lo si possa capire e condividere, può costare molto caro.
Così affrontai due analisi: la prima, gioiosa e appassionata, mi permise di diventare, da quel burattino di legno che ero, un bambino in carne e ossa. La seconda avrebbe dovuto essere quella destinata a introdurmi nel salotto buono della psicoanalisi, e fu un cocente fallimento.
Se ripenso a quello che accadde allora, non posso che dar ragione ai valutatori che mi respinsero. Tutto quello che potevano vedere era inequivocabilmente fallimentare: balbettavo e tentavo di nascondere qualcosa. Ma si trattava dell'escrescenza aerea di una radice che affondava profondamente nel terreno e la cui natura era molto diversa da ciò che si vedeva. La prova di ciò che affermo è che loro mi diagnosticarono una vocazione debole, insussistente, forse motivata da ambizioni narcisistiche e prive di autenticità, mentre le cose poi andarono in modo diverso dalle loro previsioni. 
Chi riesco a scusare di meno è il mio secondo analista, cui sarebbe spettato il compito di osservare con cura quella radice che affondava nel terreno, e di aiutarmi a ricomporre quell'incongruenza: perché mai, essendo quello di diventare psicoanalista il mio desiderio più grande, una volta posto di fronte alla necessità di mostrarmi, mi nascondevo o venivo colto da sintomi sconosciuti e inspiegabili? Invece non accadde niente di tutto questo ed entrambi fummo costretti a gettare la spugna di un'analisi che non sarebbe mai andata da nessuna parte.
Furono molti coloro che mi consigliarono di tentare una terza volta: se non altro per capire che cosa fosse accaduto, visto che il tempo utile per diventare un membro della società psicoanalitica era ormai scaduto. Ma io non volli, perché sentivo che, prima o invece di una nuova analisi, avrei dovuto capire qualcosa: da solo. Ormai i mezzi autoscopici a mia disposizione erano sufficienti, le scadenze temporali si erano dissolte, e a me sarebbe bastato aspettare. Qualcosa in me sapeva che la luce un giorno sarebbe arrivata.
Passarono molti anni, e da un certo momento in poi compresi che dovevo studiare a fondo le vite di personaggi che avevano attraversato esperienze in qualche modo simili alle mie. Le analogie materiali potevano anche essere vaghe, appena accennate, ma io sentivo che in quelle vite, in quelle vicende dolorose, c'era qualcosa che mi riguardava profondamente.
Studiare quelle biografie unitamente alle produzioni scientifiche e agli epistolari, in condizioni di libertà dalle obbedienze di scuola che per tanto tempo avevo sentito come oppressive, mi dava una sensazione di leggerezza e una smania febbrile di conoscere.
Fu abbastanza facile riconoscere che gli insegnamenti e i messaggi che avevo ricevuto erano pesantemente viziati da ideologie, da proibizioni, da un ordinamento che mi appariva sempre più simile a quello della chiesa cattolica che avevo abbandonato alla fine dell'adolescenza, dopo esserne stato un fervente seguace.
Ecco: il mio malessere di aspirante psicoanalista riconosceva ora delle somiglianze con quell'insofferenza per gli insegnamenti bigotti cui mio padre mi aveva avviato, e che avevano rischiato di ferire gravemente lo sbocciare della mia sessualità, trasmettendomi insieme un chiaro invito a rinunciare alla libertà di pensiero.
Era strano, mi ripetevo, che fra le tante parole della psicoanalisi, non si incontrasse mai la parola "libertà". Persino chi (tranne pochissime eccezioni) praticava una militanza politica separava  quest'ultima dalla militanza psicoanalitica, e conobbi perfino qualcuno che, rivoluzionario nella vita civile, finì per rivelarsi un conformista impaurito e obbediente, in questo del tutto simile a mio padre; al punto di essere persino indisponibile a parlare di psicoanalisi al di fuori delle sedi canoniche.
Ripensando alla mia seconda analisi, mi tornavano alla mente ora tanti piccoli particolari che allora erano stati bollati, unilateralmente dal mio analista, come insignificanti: per quale motivo io, che avevo in precedenza affrontato un'analisi bella e creativa, avevo dovuto cambiare divano, soltanto perché le "regole canoniche" imponevano che l'analista in grado di formare altri analisti dovesse avere un certo grado gerarchico? Qual era la ratio di questa norma? Non era forse essenziale che il futuro analista affrontasse un percorso "vero", anziché conforme a una norma burocratica e stabilita una volta per tutte?  E dal momento che la mia prima analisi aveva dimostrato, dati alla mano, di funzionare bene, perché cambiare? In nome di che cosa, visto che l'analisi didattica non poteva essere un insegnamento, ma una vera esperienza emotiva? Nessuno sapeva (o voleva)  rispondere a queste mie domande, e dal mio secondo analista tutto ciò che ebbi in risposta fu l'invito a occuparmi d'altro: e si che mi sarebbe spettata, quale minimo sindacale, almeno un'interpretazione. Alla luce di quanto so oggi, è praticamente certezza il dubbio che la parte di mia responsabilità nel fallimento della seconda analisi sia stata spinta proprio dal bisogno, coatto e nevrotico, di dimostrare che l'analisi didattica non poteva funzionare. Ma sono anche convinto che se il didatta, anziché aspettare non si sa bene che cosa, me lo avesse fatto notare, probabilmente la svolta sarebbe arrivata. E sì che segnali che ne furono a iosa. Ma poteva il didatta comprendere una realtà così semplice? Io non lo so, perché dopo di allora nessuno dei due avvertì mai l'esigenza di incontrare l'altro. Ma se non poteva comprenderlo era certamente perché non era in grado di sottoporre il proprio ruolo di didatta a una critica laica e non conformista.

Oggi sono giunto a una stagione della vita nella quale tutto ciò non ha affatto perduto di importanza, ma è fonte di una continua riflessione, e di un serrato confronto con tanti giovani ai quali sono felice di trasmettere la mia esperienza.
Molto spesso, in supervisione, mentre parlo con i miei allievi, immagino anche di rivolgermi ai miei antichi maestri per non dimenticare che, in questo lavoro, non bisogna mai passare decisamente "dall'altra parte", perché il senso di smarrimento di fronte all'ignoto che provano tutti coloro che iniziano non dovrebbe mai essere dimenticato. Lo stesso faccio con i miei pazienti, avendo sempre bene in mente, quale pietra di paragone, il mio Sé bambino e impaurito. E poi, il dolore e la frustrazione possono, alla lunga, maturare interessi.
In fondo, le ferite, anche quelle che fanno molto male, possono diventare fonte di conoscenza. Per chi le ha subite e per chi, inevitabilmente, ne subirà di simili. Dal confronto, questa è la mia speranza, si può ricavare incoraggiamento e crescita.

giovedì 5 dicembre 2013

L'ANALISI È TERMINABILE?

Un'analisi vera richiede amore e sincerità, e dà luogo a un legame la cui durata va oltre il suo materiale protrarsi e che non può essere barattato con nulla, nemmeno con un'altra analisi, magari didattica. Un'analisi non vera (come lo sono spesso le analisi scelte per motivi burocratici), invece, coltiva e incripta un legame d'odio. Essa è quanto di più simile a certi legami adottivi trasformati in  simulacri di genitorialità e privi di radici profonde, che continuano a occupare ostilmente il posto di un legame vero e perduto.
Chi teme l'analisi interminabile, dovrebbe riflettere sul fatto che un legame profondo può legittimamente non aver fine, al di là del dato meramente burocratico della sua conclusione e separazione. Più delle analisi "interminabili" sono da temere quelle in cui apparentemente tutto fila alla perfezione, mentre in realtà non sono mai cominciate. 

mercoledì 27 novembre 2013

ANALISTI TUTTOFARE

Qui finisce che devo fare tutto io. E già, perché i vecchi analisti la facevano facile: se uno non aveva i requisiti era considerato inanalizzabile, e via, pedalare. Invece poi é arrivato quel rompiballe di Ferenczi a scompigliare tutto: e prima con la tecnica attiva, poi con il rilassamento e la neocatarsi, le ha tentate tutte. E alla fine, quando non sapeva più cosa inventarsi, addirittura l'analisi reciproca. Eh, già, ci manca solo che ci facciamo analizzare dai nostri pazienti, e magari li paghiamo anche. E dopo? Peccato sia morto così giovane, avrei proprio voluto vedere che cos'altro si sarebbe inventato.
E poi non è che abbia risolto tanto: certi pazienti di coccio sono, e di coccio rimangono.
Prendete Matilde: sono mesi che non mi porta un sogno. Anzi: certe volte, neppure parla. E io lì, ad aspettare. Fortuna che non mi vede, cosī mentre lei sta lì, sdraiata nel suo sonno eterno, io gioco a Backgammon su Internet. E non si deve!, direbbe la Buonanima. Ma vorrei vedere lui a rompersi le palle così. E poi, lui ragionava all'antica: Matilde, se torna, non la devi prendere mai più. Così diceva. Ma io ho sempre fatto di testa mia. Lei tornava sempre. Magari stava qualche anno senza venire, e poi tornava. Così, ridendo e scherzando, sono passati trent'anni. E in trent'anni, hai voglia di tacere: qualcosa ti scappa per forza. Non sarò mica soltanto io a rompermi le palle. E poi, io sono fatto così: ho la smania di sapere che cosa c'è dietro. Perché se stai a sentire Bion, sembra che siamo noi (vabbè, nostra madre) a dare senso alle cose, come quella storia di Adamo, che il giorno dopo la faccenda della costola se ne andò in giro a dar i nomi alle cose. Ma i nomi non sono mica tutto: perché ogni cosa ha un suo perché. E poi, quel significato lí non è ancora il significato vero, è una specie di bollino che diamo alle cose e che ci serve per capirci fra noi. Ma le cose hanno un loro perché, un loro come sono arrivate lì, un loro come ci stanno, dove vanno, che cosa fanno e che cosa pensano. E perfino che cosa non sanno di pensare. Insomma, è impossibile che Matilde mentre sta lì che sembra una statua di Giacometti non pensi niente. Magari pensa a se stessa pensante, niente di più facile. E allora, delle due l'una: o me lo dice, o mi dice guardi non sono cazzi suoi. E va bene, ma allora perché vieni qui? E non mi dire scusi mi sono sbagliata (dopo trent'anni? Mi prendi per il culo?), che tu adesso non te ne vai di qui se non mi spieghi. Tutto, dall'a alla zeta. Tutto.
Mah. Sono anni che faccio questi ragionamenti, che m'incazzo, che facciamo la pace, che poi dopo un po' ricomincia. Chissà Ferenczi che cosa direbbe. Eppure oltre l'analisi reciproca (che poi non è detto che al paziente gliene freghi più di tanto di sapere gli affari tuoi. Che magari ha paura che tu abbia problemi seri, e allora che cosa fa?) non è che resti molto, perché dopo non c'è più niente. A meno che, più che l'analisi reciproca non decida di fare tutto io, di cantarmela e di suonarmela da solo. Sogno, mi sveglio e mi interpreto il sogno. E se lei non c'è peggio per lei. Io l'ho invitata, poi, se non viene!
Così, stanotte ho sognato di essere Matilde. Ero molto vecchia, avevo ottantasei anni. E come faccio da sessant'anni ogni mattina, anche oggi sono scesa nel garage. A guardarla. È sempre bella, anche se ormai dicono che è fuori moda. Ieri il meccanico mi ha detto che, a forza di non usarlo, il motore dev'essere un blocco di ruggine. La batteria l'avevo già tolta dieci anni fa, perché tanto, di non girare mai, era sempre scarica. E poi c'era pericolo che l'acido cominciasse a colare e corrodesse qualcosa. I quattro scappamenti, invece, li ho tenuti lucidi. La carrozzeria, ha perso quella brillantezza che aveva, ma è sempre rosso-fuoco. La mia Ferrari è proprio bella. Peccato non averla mai guidata. Anche se la patente ce l'ho dall'età di diciotto anni, e ho sempre guidato la mia vecchia cinquecento.
Che strano sogno. Se fosse ancora vivo, mi piacerebbe raccontarlo a lui. Che magari, con quella storia che un giorno gli avevo detto che quando leggevo le cose che scriveva mi sarebbe piaciuto averlo come analista (anche se era il mio analista, sia pure parcheggiato lì), direbbe che la Ferrari è lui. Era proprio un narcisista. Inguaribile.

lunedì 18 novembre 2013

INTRAPSICHICO E INTERPERSONALE

Fino agli anni ottanta, i concetti di "intrapsichico" e "interpersonale" furono considerati di diversa natura e quindi il loro impiego nell'ambito delle scienze umane fu posto in termini alternativi. 
Secondo il mainstream freudiano, egopsicologico e kleiniano, sia pure con diverse sfumature, soltanto l'inconscio individuale e monopersonale poteva essere oggetto di indagine e trattamento psicoanalitico, mentre tutto ciò che indulgeva allo studio delle relazioni fra gli individui (non escluse quelle precoci) doveva essere considerato come non pertinente alla psicoanalisi considerata "vera", e distinta dalle sue forme "eretiche", dette anche "selvagge", per tacere di discipline ad essa estranee come la sociologia e la pedagogia. Tutto ciò nell'illusione che l'oggetto di indagine scientifica, soprattutto in ambito di scienze dell'Uomo, potesse essere indagato obiettivamente, come "cosa in sé", senza essere influenzato dalla presenza dell'osservatore. 
A me che scrivo, ad esempio, accadde spesso di partecipare a seminari di baby observation, portando anche riferimenti allo stato mentale materno, e incontrando perciò una sorta di riprovazione per il fatto che tali rilievi "distraevano" dall'osservazione diretta del bambino. Ciò poteva accadere perché intrapsichico e interpersonale apparivano come concetti dal significato neppure parzialmente sovrapponibile e quindi irrimediabilmente alternativo. 
Con lo sviluppo delle declinazioni bipersonaliste della psicoanalisi intervenute sopratutto negli Stati Uniti a partire dagli anni novanta, il panorama cambiò parecchio e i due concetti furono considerati meno distanti non più soltanto nelle aree culturali definite "neofreudiane" che avevano maggiormente risentito dell'influsso interpersonalista di Harry Stack Sullivan e della sua scuola, ma in generale anche fra molti psicoanalisti scontenti dell'autoritarismo che aveva permeato la cultura psicoanalitica fino allora dominante, e in qualche caso, addirittura perché personalmente danneggiati da analisi didattiche troppo "ortodosse". 
Le radici di una diversa concezione dei legami fra l'Io e le sue relazioni è da ricercarsi, tra gli altri, in studiosi come Sándor Ferenczi e John Bowlby. 
Il primo, attraverso lo studio dei fenomeni dissociativi arrivò a concepire una "mente esterna" cui il soggetto può fare ricorso per stivarvi contenuti mentali intollerabili; Bowlby, d'altra parte, avendo formulato il concetto di "base sicura" come luogo materno della protezione, aveva identificato nelle fasi dello sviluppo che precedono l'autonomia una singolare attitudine, fra i piccoli dei primati, ad affidarsi alla madre non soltanto per riceverne le necessarie cure parentali, ma anche un lavoro di vigilanza e di messa in sicurezza del territorio, al fine di scongiurare gli incontri con i predatori. 
Perciò, dovendo le funzioni di tutela  diventare in toto, con il procedere dell'individuazione, prerogativa e patrimonio del soggetto che -per così dire- se ne appropria, almeno in una fase transitoria coincidente con il trasferimento di tali funzioni, la mente del soggetto non solo si relaziona con l'oggetto, ma è in larga parte e per un tempo non breve con esso almeno parzialmente coincidente. Va da sé quindi che, se il soggetto "è" anche l'oggetto, ha poco senso affermare che l'attività di relazione esterna sia una funzione puramente "sociale" e perciò qualitativamente distinta dalle funzioni endopsichiche.

sabato 16 novembre 2013

UNA STORIA VERGOGNOSA

Fino a non molti anni fa, c'era una volta un cantante che si chiamava Lucio e componeva e cantava canzoni bellissime. Era un ometto piccolo, molto peloso e completamente calvo. Lucio si vergognava molto di quella sua calvizie, e andava sempre in giro con la testa fasciata e le spalle nude, per mostrare che aveva i peli neri e folti, anche sui denti.
Poi un giorno si fece coraggio, e andò davanti al suo pubblico con il capo scoperto, e quella volta cantò in maniera sublime. Poi vennero tempi bui, nei quali si fece cucire un parrucchino rossiccio sulla testa, e cominciò a cantar male, e a scrivere canzoni che nessuno riusciva a ricordare. Ci fu persino qualcuno che si chiese se quel parrucchino fosse il risultato del sortilegio di una Dalila alla rovescia. Poi, un brutto giorno Lucio morì, e la gente continuò a cantare le canzoni di quando lui non aveva i capelli, mentre le altre furono dimenticate.
Anch'io ho da tanto tempo una storia da raccontare, ma non l'ho mai raccontata tutta, perché mi sembrava una storia vergognosa.
Poi, un bel giorno decisi di raccontarla almeno a me stesso, e per questo la scrissi.
Poi andai da un maestro e gli dissi: Maestro, leggi questa storia e dimmi due cose: è una storia troppo vergognosa? No, rispose lui. È anche la mia storia, virgola più, virgola meno. E tu pensi che la possiamo raccontare così come l'ho scritta? No, rispose il Maestro. Non dobbiamo raccontarla affatto. La gente non la capirebbe.
Stamattina dovevo far lezione ai ragazzi e, dopo tanto tempo, mi sono svegliato con una voglia calma di raccontare la mia storia. L'ho raccontata tutta, per filo e per segno, con tutti i dettagli e senza nascondere nulla. E dopo ho sentito che la gente mi voleva più bene. E che quella storia non era per niente vergognosa, ma mi faceva sembrare immensamente ricco. Perché le storie dipende da come (te) le racconti.

lunedì 23 settembre 2013

ELOGIO DELL'IMPROVVISAZIONE

(A Federico Astengo)
Una certa psicoanalisi applicata al lavoro istituzionale ha per troppo tempo ignorato il fatto che per lavorare con pazienti ignari del compito da perseguire, il silenzio del terapeuta e l'assenza di prescrizioni diverse dai limiti spazio-temporali del setting, avrebbero generato soltanto stupore, timore, confusione e mutismo.
Poiché non fu facile per me uscire dalle rigide prescrizioni impartitemi durante gli anni della mia formazione, ed essendo le mie capacità di improvvisazione e di adattamento a situazioni inesplorate piuttosto misere (e per di più scoraggiate dal sistema formativo), ebbi la possibilità di percepire che il mio linguaggio era incomprensibile a chi mi stava di fronte per mere ragioni culturali e non già a causa di resistenze inconsce, quando mi capitò di lavorare con bambini, con giovani, e, soprattutto, con pazienti provenienti dal Terzo Mondo. Che significato poteva avere, infatti, per un giovane africano andarsi a sedere una volta la settimana di fronte a un dottore senza camice né strumenti, che non prescriveva farmaci e per di più rimaneva in silenzio?
E qual era la posta in gioco di fronte a tale tipo di scacco? La pronuncia di un'ennesima diagnosi di "inanalizzabilità" o la sconfessione in blocco della psicoanalisi come strumento psicoterapeutico?
Eravamo stati con qualche ragione educati a "non inquinare il campo", mantenendolo vuoto di qualsiasi nostra produzione (che, lo avremmo capito molto tempo dopo, si sarebbe manifestata ugualmente in forme non verbali e inconsapevoli), per consentire all'inconscio del paziente di manifestarsi sotto la spinta dell'angoscia da frustrazione, ma tale risultato richiedeva per lo meno un minimo di consapevolezza del compito e un grado di alleanza di lavoro almeno embrionale. Invece, così comportandomi, mi capitò di perdere per strada moltissimi pazienti.
I testi di Irvin Yalom ("Momma and the Meaning of Life: Tales of Psychotherapy", non tradotto in italiano. Per i lettori francofoni: "La Malédiction du chat hongrois. Contes de psychothérapie". Disponibili online anche come e-book), dovrebbero essere usati per formare i giovani psicoterapeuti ben prima di quelli di Bion (che invece fu pane e companatico della nostra intimorita gioventù professionale, mentre la sua opera grandiosa può essere più proficuamente messa a frutto durante la maturità), data la loro attitudine pratica a rappresentare una psicoterapeutica che, paradossalmente, vorrei definire "senza memoria né desiderio", proprio perché capace di inventarsi ogni volta a partire dalla realtà del paziente, sia esso ambulatoriale o ricoverato in un reparto ospedaliero o in una comunità terapeutica, pur tenendo ferme alcune indicazioni di metodo che fungono da stimolo all'uso della fantasia, e che guardano all'introspezione come un obbiettivo da raggiungere e non necessariamente come un punto di partenza.

domenica 1 settembre 2013

PENSIERI DELL'ULTIMO GIORNO DI VACANZA

Rimango sempre stupito quando Matilde intercetta i miei momenti d’irritazione di fronte alle sue resistenze. A volte si tratta di stati d'animo subliminali di cui io prendo coscienza piuttosto lentamente. Si può dire che in più di un'occasione mi sono sentito analizzato, diagnosticato, e alla fine della mia autoriflessione non ho trovato traccia di proiezioni. Semplicemente, Matilde aveva ragione.
La consapevolezza che ne è seguita si accompagnava a un sentimento d'incertezza, non tanto per l'inversione di ruolo: è stato Ferenczi ad insegnarci che il paziente può avere ragione e noi torto, in un tempo in cui gli analisti avevano rimosso questa semplice ovvietà. Quello che mi ha lasciato incerto è stato il dubbio di aver perduto, sia pure transitoriamente, la barra del timone, ciò che rende il terapeuta terapeuta e il paziente paziente. O, se vogliamo dirla in modo meno crudo, di aver oltrepassato il confine invalicabile dell'asimmetria della relazione terapeutica, quella che ci fa sentire che il genitore non può mai smettere di essere tale, caricando sulle spalle del figlio il peso della propria inadeguatezza.
Queste riflessioni mi vengono alla mente stasera, ultimo giorno delle vacanze estive, alla vigilia della ripresa. Mi vengono in mente mentre sto leggendo un piccolo testo straordinario di Irvin Yalom nella traduzione francese perché la mia lettura in questa lingua è molto più spedita di quanto non lo sarebbe nella versione originale inglese: il libro non è mai stato tradotto in italiano, e nella versione scaricata sul mio tablet si intitola "La malediction du chat hongrois. Contes de psychotherapie", edito in Francia da Galaade. In inglese: "Momma and the meaning of life. Tales of psychotherapy" Harper Collins, New York).
Yalom, noto al pubblico italiano per tre romanzi di grande successo (La cura Schopenhauer, Le lacrime di Nietzsche, Il problema Spinoza), e per il denso "Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo" scritto in collaborazione con Molyn Leszcz e pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri, è uno psichiatra psicoterapeuta che mi toglie, non senza procurarmi sollievo, ogni illusione di originalità, poiché il suo stile di lavoro, che lui definisce "interattivo", è improntato alla più grande libertà immaginativa sia nelle parole che nelle azioni terapeutiche, nulla concedendo all'obbedienza a una tecnica che nei tempi remoti della mia formazione assimilai (per responsabilità certamente condivisa) come una perentoria questione di "tutto o nulla".
Sulle orme di un extra ecclesiam nulla salus che ha storicamente segnato, nel bene e nel male, il cammino dell'ortodossia psicoanalitica, l'apprendimento della tecnica era stato trasmesso o recepito come un "dover essere" da rispettarsi con estrema puntualità, pena lo scadimento della nobiltà del metallo analitico -causa l’attenuarsi di un rituale composto di lettino, numero e durata delle sedute, neutralità, silenzio, divieto di ogni autodisvelamento, astinenza da qualsiasi forma di improvvisazione o creatività- in un metallo molto più vile, anche se a parole accettato con benevola e paterna degnazione dai sacerdoti di quello che era a tutti gli effetti un sapere iniziatico.
Il mio percorso personale, dalla timorosa e frustrata obbedienza all'inflessibilità dell'insegnamento alla tardiva decisione di "fare con ciò che c'era in casa" senza aspettare un’ulteriore investitura che non sarebbe venuta, è stato doloroso e difficile, e a stento supportato dall'insegnamento di un maestro che, negli interstizi di un silenzio tombale e non sempre capace di contatto, seppe far filtrare in me l'idea che soltanto disobbedendo e sopportando la solitudine che sarebbe seguita alla trasgressione, avrei potuto trovare "un senso", magari lontano dagli approdi che mi ero proposto.
Fu solo attraverso una rabbiosa quanto ostinata ricerca di un punto di convergenza con un sapere che sentivo intimamente mio e il suo rifiutarmisi, che mi fu possibile "fare di testa mia" (anche grazie alla strada segnata da altri ben più geniali e tragici trasgressori), seguendo la traccia  dell’empatia,  senza perdere il valore di un atto terapeutico per nulla "minore" o degradato, come l'inflessibile insegnamento originario mi aveva fatto temere.
Durante tutto questo lungo percorso, Matilde è stata con me, sin dall'epoca delle scelte "ortodosse" quando la terapia non riusciva a decollare a causa del suo ostinato e interminabile silenzio e della mia totale incapacità di farvi fronte.
Nonostante questo fallimento, Matilde non ha mai smesso di aspettare che io potessi offrirle qualcosa di diverso che evidentemente covava sotto la cenere, e che lei, forse addirittura prima di me, aveva oscuramente intuito.
Oggi, Matilde è con me, in un percorso accidentato ma ricco e fiorito di parole, sue e mie, essendo stato definitivamente appurato che lettino, silenzio e astinenza sono, in quella situazione specifica costituita da noi due, strumenti inservibili.
Leggendo Yalom, oggi scopro di non essere affatto solo nel perseguire la "verità" (e non la "pietosa bugia rispettosa delle difese del paziente"!) attraverso mezzi inconsueti, non codificabili, e improntati all'interesse primario per la relazione, alla sincerità dell'ispirazione nel qui e ora, e alla radicata convinzione di partecipare della medesima natura difettuale del compagno di viaggio, fatta salva la consapevolezza della mia inalienabile responsabilità di genitore-terapeuta.
È stato proprio leggendo il capitolo "Una terapia del lutto in sette lezioni", nel libro che ho appena menzionato, che ho ripensato frequentemente a Matilde, proprio a causa della conflittualità che si instaura fra il terapeuta e una paziente apparentemente "impenetrabile", in un contesto nel quale il terapeuta non fa nulla per nascondere i propri momenti di rabbia.
Ho ripensato a Matilde, sempre così acuta nell'anticiparmi intercettando ogni mio più nascosto malumore nei suoi confronti, perché la so spinta da un'angoscia specifica: quella che la mia rabbia serva a punirla per avermi "costretto" a separarmi dal sapere materno, accompagnandola lungo sentieri impervi e sconosciuti, senza alcun manuale di tecnica che ci possa servire da bussola.

Forse Matilde si sente in colpa per questo, e forse anche in cattive mani, avendo in un tempo remotissimo introiettato lei stessa quella lezione inflessibile che aveva reso difficoltosi i miei primi passi. Dovrò convincerla, ora, che non ci aspetta un ritorno alla casa perduta dei miei antichi genitori scientifici, per poter conquistare uno spazio all'interno di un setting canonico che la possa definitivamente liberare. La nostra meta è un'altra, e non sarà un ripiego, né per me né per lei. Bentornata Matilde, bentornati tutti.