Perché Wiesbaden 1932


PERCHE' "WIESBADEN 1932"? Leggete qui



Detto ciò, benvenuti nel mio Blog, angolo per riflessioni da condividere con colleghi e amici selezionati.











domenica 17 febbraio 2013

CONVERSAZIONE MAI AVVENUTA


M. è un collega. Durante una discussione su di un caso clinico mi racconta un fatto personale che trovo molto interessante. "Posso raccontarlo sul mio Blog?" gli chiedo. "Mi farebbe molto piacere", mi risponde. "Io non saprei farlo, anche se sento che questa mia esperienza debba essere comunicata".

Molti anni fa, M. era un giovane laureato in materie umanistiche, che durante gli studi universitari aveva sofferto per stati d'angoscia. Per questo aveva deciso di rivolgersi a F., un'analista con la quale si stabilì un rapporto molto intenso e gratificante, per quanto doloroso e difficile, al termine del quale non soltanto aveva risolto il problema per il quale aveva cercato aiuto, ma aveva sentito sorgere in lui un prepotente desiderio di saperne di più, di continuare quella che gli era sembrata un'avventura affascinante, di studiare la psicoanalisi e di imparare a curare pazienti. In una parola: di diventare psicoanalista. Siccome durante i decenni trascorsi era stato un cattivo studente (o così, perlomeno, gli era sembrato) aveva deciso, con un po' di ossessività, che questa volta non avrebbe sbagliato, che la sua formazione avrebbe dovuto essere di prim'ordine. Si era così risolto a rivolgersi alla Società Psicoanalitica Italiana, meta allora molto ambita da tutti coloro che desideravano intraprendere quella professione, ed ottenne di essere ammesso alle selezioni, iniziando così una seconda analisi, che avrebbe dovuto obbligatoriamente essere svolta con un analista didatta.
Per la verità, M. non capiva molto bene il perché di quel passaggio: lui aveva già fatto un'analisi piuttosto lunga: cinque anni a quattro sedute la settimana. Certo, la sua analista non aveva ancora conseguito il titolo di didatta, ma poiché l'analisi aveva raggiunto i propri scopi, perché mai farne un'altra? E soprattutto perché farla sull'onda di una motivazione così "burocratica" in un tempo nel quale, semmai, sarebbe stato meglio sedimentare ciò (non proprio poco) che era stato elaborato durante quei cinque anni? Saggezza avrebbe voluto che M. aspettasse che di fare una seconda analisi gli tornasse almeno la voglia, ma si intravedeva all'orizzonte il traguardo dei quarant'anni, oltre il quale la Società Psicoanalitica Italiana non lo avrebbe più accettato (ma perché, poi? Non era quello dello psicoanalista un mestiere adatto a persone un po' più anziane e un po' più sagge?), decise di procedere con la seconda analisi, pur cercando di ignorare la sgradevole impressione di star facendo qualcosa di forzato. Si rivolse ad E., uno studioso noto per i suoi scritti, considerati all'avanguardia, un didatta provvisto di tutti i requisiti necessari. Il loro incontro avvenne quando ancora la prima analisi era in corso, e la sua analista gli disse che, in merito al suo progetto, lei ed E. si erano sentiti telefonicamente, secondo una prassi allora molto in uso nei passaggi da un analista all'altro, ad evitare, "colpi di testa" di pazienti troppo angosciati. Ad ogni buon conto, seguendo i consigli di entrambi gli analisti, M. concluse la prima analisi, e lasciò passare circa due anni prima di iniziare la seconda, nella presunzione che quel tempo, dettato da esigenze non soltanto sue, sarebbe stato sufficiente alla "rimonta del desiderio".
Ma non fu così, e la seconda analisi, come M. ebbe ripetute occasioni di spiegarmi, non conseguì successo a causa di quella forzata adesione a un progetto così poco sentito sul piano emotivo.
Anche stasera M. è tornato sull'argomento (che evidentemente ancora, a distanza di tanto tempo, non lo lascia in pace). Questa volta, però, M. ha aggiunto un aneddoto che ha destato la mia curiosità facendomi pensare a lungo.

M. mi parla di un momento della seconda analisi, nella quale egli aveva evocato il ricordo di ciò che F. gli aveva detto a proposito della telefonata fra lei ed E..
Il commento di E. fu una doccia gelata: "Quella telefonata non c’è mai stata. Si tratta di un ricordo delirante", sentenziò. Dunque, fu la conclusione implicita del discorso, dei ricordi di M. non c'era da fidarsi.

"Sai, mi dice oggi M., io non ho mai veramente creduto alle parole di E. Naturalmente so benissimo quanto i ricordi possano trasformarsi nel tempo. Io stesso ho sperimentato come un sogno fatto e trascritto tanti anni fa e rievocato oggi, risulti sensibilmente diverso  rispetto alla versione originale. E poi ho sempre saputo (all’epoca ne avevo già raccolto molte prove) che E. era un uomo singolarmente distratto e smemorato, e in questo, un po’ ci assomigliavamo. Ho quindi convissuto a lungo con un atteggiamento di incredulità e con un senso di disagio provocato dal fatto che sentivo quella refrattarietà come qualcosa che mi rendeva un po' inadatto alla psicoanalisi, ammesso che quella e quella soltanto, si potesse considerare "psicoanalisi". Ma, allora, l'idea di terre a me sconosciute, la cui esistenza non fosse ancora certificata da una concordanza con la narrazione biblica era per me inavvicinabile. In psicoanalisi è accaduto un po' ciò che si era verificato in occasione delle grandi scoperte scientifiche. Come rendere la scoperta di Colombo compatibile con l'Antico Testamento? Come spiegare che i nativi americani discendevano anch’essi da Adamo per impedire che la nuova scoperta geografica fosse considerata il frutto di una seduzione demoniaca? Così accadde per le idee psicoanalitiche non discese direttamente da Freud o da coloro che nel suo nome fossero stati ordinati sacerdoti e depositari del Verbo.
Per ritornare a E., fu quell'implicito invito a non fidarmi delle mie percezioni che mi ferì profondamente. Io allora, ero già abbastanza "strizzacervelli" per sapere chiaramente ciò che avrebbe nuociuto a un paziente. E., invece, sembrava ignorarlo. E io non potevo ammettere che un analista didatta, e per di più il mio analista, fosse uno sprovveduto privo di tatto e di empatia, perché ciò avrebbe mandato all'aria tutta la mia costruzione idealizzante di una psicoanalisi infallibile (l'unico sintomo che dovetti curarmi da solo!), e capace di salvarsi se mi fossi affidato, totus tuus (per usare il motto apostolico di un Papa), in maniera incondizionata a un Credo. Ecco, il sintomo che mi impediva di aver successo nella mia analisi didattica fu proprio l'irriducibile rifiuto, che volli ostinatamente mantenere al di sotto della coscienza per non addentrarmi in una guerra dispiegata, per qualsiasi forma di sottomissione a un pensiero che non mi rendesse ragione di sé. Fu arroganza, questa? È possibile, ma ciò mi fece perdere la possibilità di ricevere l'iniziazione (ciò che non troppo scherzando oggi paragono a un'"ordinazione sacerdotale" nella sottomissione e nel silenzio della coscienza) e mi salvò l'"anima", qualunque cosa essa sia". 

Ti capisco, amico mio. E sento profondamente come questo dolore, per dirla con Dante, "ancor t'offende". Certo, potremmo anche osservare che fortunatamente abbiamo vissuto, tu ed io, rispondendo abbastanza accettabilmente alle sfide che la vita ci ha imposto: tu per queste ragioni, io per altre non troppo dissimili dalle tue. Però noi, oggi, abbiamo, sia pure retrospettivamente, un ampio dominio di quei fatti. Ciò che oggi fa ancora male è il ricordo di quel dolore, ma se oggi potessimo rivivere le medesime circostanze che imposero una battuta d’arresto al nostro cammino non avremmo alcuna esitazione nel farvi fronte. A volte sai, mi scopro a ripercorrere vecchie situazioni che mi hanno ferito, e mi consola il pensiero del come reagirei oggi. A te non capita?

"Qualche volta, si", mi risponde M. "Anzi, sai che ti dico? Mi fai venire voglia di inscenare, qui con te, il remake di quella seduta, per poter rispondere a quelle parole, cosa che allora non feci".

Ma perché? Di una situazione così pesante non avete mai più parlato? Lui ti stava diagnosticando un disturbo del pensiero, una forma, sia pure momentanea, di delirio e non avete detto più niente? Sei rimasto così, con la tua bella diagnosi di psicosi sulla groppa?

"Io preferii non approfondire. E sinceramente non so dirti se il mio timore principale fosse allora di star sul serio delirando, oppure di scoprire che ero caduto nelle mani sbagliate. Ma a giudicare dal fatto che dopo di allora (e son passati quasi trent'anni) non sono mai stato sfiorato dal timore di essere matto, credo di avere in mente la risposta. Ma, sai che cosa ti dico? Che avrebbe dovuto essere lui ad avere il senso del peso delle sue parole, e a tentare di indagare l'effetto che avevano avuto su di me. Ma continuò a tacere, in attesa di che cosa non si sa".

E allora tu oggi vorresti fare, qui in mia presenza, una specie di psicodramma, attraverso il quale dire ad E. ciò che allora non gli dicesti? Mi sembra un'idea molto interessante. Soltanto, sono un po' imbarazzato per il privilegio che mi concedi. Essere il testimone di pensieri tanto intimi è qualcosa che presuppone un grande senso di responsabilità. Ma voglio essere degno della tua fiducia fino in fondo.
Come intendi procedere?

"Semplice. Mi sdraio sul lettino, qui nel tuo studio dove ci troviamo adesso, tu abbassi appena un po' la luce, e io iniziò a parlare. Tu non devi fare nulla: solo rimanere in silenzio dietro di me ed ascoltare. A te non affido il compito di interpretare teatralmente la sua parte, perché fatalmente cercheresti di riparare ciò che ha fatto. Ma nessuno può farlo. È una cosa fra me è me, con te come testimone muto".

Vai,  ho detto a M. abbassando un po' la luce, fai pure quello che credi.

.....

"Delirante, dice lei? Un ricordo delirante? Certo: delirante. E delle conseguenze delle sue parole non si preoccupa? Che cosa devo fare io, ora, delle mie percezioni, dei miei ricordi? Non devo fidarmene? Saranno tutti deliranti? E a quale "verità", a quale salvagente potrò aggrapparmi? Lei non è delirante, vero? E neppure smemorato, perché se glielo facessi notare, probabilmente lei direbbe che voglio "farle le interpretazioni", invertire i ruoli rispettivi, rifiutare la dipendenza e la posizione asimmetrica. Quindi a me nella mia condizione attuale, non resta che tacere, far finta di non averla sentita, perché le conclusioni cui potremmo giungere se andassimo in fondo a questa discussione o affonderebbero me (e la cosa non mi piacerebbe per niente), o affonderebbero lei, e io sarei costretto a seguirla, come lo scorpione sulla rana nella favola di Esopo. Quindi, per non affondare del tutto, preferisco non pungerla. Lei deve star su per sorreggermi, anche se non so ancora (lo saprò dopo) quanto ciò mi costerà.

Ma se il discorso potessi farglielo "quando sarò grande"  (diciamo: fra una trentina d'anni), allora le direi ....

Delirante, sì, lei ha ragione. Il mio discorso è delirante. O perlomeno dobbiamo supporlo tale perché non ci sono le prove che quella telefonata fra lei e F. sia realmente avvenuta. Se ci fosse stata, due soli sarebbero i testimoni possibili: lei, che non la ricorda, e F.. Ora, se la cosa fosse realmente avvenuta e anche F. ne avesse smarrito la memoria (sono trascorsi alcuni anni), io sarei certamente in una brutta situazione, e quindi non voglio rischiare. Per questo le dico: escludiamo pure ogni altra ipotesi e ammettiamo che il fatto non sia accaduto e che il mio ricordo sia, come lei dice, "delirante".

Però, se la psicoanalisi non è una bagattella, anche dietro a un discorso delirante bisogna cercare un significato, un desiderio che, allucinatoriamente soddisfatto, abbia dato luogo a un falso convincimento.

Ammettiamo pure che io abbia creduto di ricordare qualcosa: perché? A me la risposta sembra abbastanza semplice: perché desideravo fortemente che quella telefonata ci fosse stata. Si, lo so: nella psicoanalisi di questo tempo (siamo negli anni 80), quando un paziente sogna che l'analista pensi a lui, o si occupi di lui al di fuori dei minuti canonici, commette un’immaginaria intrusione, che però sembra pesare come un’intrusione reale. È il talamo nuziale della sua mente ad essere violato dalle mie fantasie intrusive, a causa del mio bisogno di avere di più di quanto mi è stato accordato. L'avidità è il mio male, e lei ha il compito, per la tutela di entrambe le nostre menti, di scoraggiare tali barbariche invasioni.

Ma forse c'è un'altra spiegazione: io ho costruito quella fantasia delirante perché speravo di creare così un legame tra voi, qualcosa che mi potesse consolare del dolore del distacco dalla mia prima analisi. Telefonandole, e affidandomi nelle sue mani, la mia analista mi dava un suo viatico, e forse mi rassicurava sul fatto di non essere ostile al mio voler crescere, lasciando la casa che mi aveva fatto nascere.
Ci sarebbe stato qualcosa di male in tutto questo? Qualcosa di particolarmente vergognoso, al punto di tacciarlo di follia? Io non credo.

Adesso, lei mi dirà certamente che in lei non c'era tanta cattiveria da aver albergato tutte le fantasie mortifere che io le ho appena attribuito: il fatto che lei mi ritenesse sfrontato perché mi ero permesso di pensare che avesse parlato di me al telefono, il fatto che io avessi una prepotente nostalgia della mia prima analisi, e che ciò non fosse lecito. No, lei probabilmente ha ragione a rifiutare un'etichetta di tale "arroganza" (ricordo bene che questo termine le piaceva). Può darsi che ciò sia vero. Ma è un fatto che tutte queste fantasie, che non hanno mai prima di oggi raggiunto il livello della verbalizzazione, hanno continuato a vivere in me, come in un nido di serpenti, e mi hanno impedito di fidarmi di lei, rana traghettatrice. 
Se lei fosse stato più attento e sollecito, meno addormentato e distratto, forse la nostra storia avrebbe avuto un senso. Invece è rimasta soltanto una grande occasione perduta.

Si è fatta sera e M. rimane ancora un po’ sul lettino, in un silenzio pensieroso. Ma non è nei patti che io ora gli chieda altro. Quasi quasi, mi dispiace dirgli che dobbiamo andare.

lunedì 11 febbraio 2013

SULL'ANALISI RECIPROCA DI FERENCZI


Ogni individuo può costruirsi una casa affinché lo contenga, ma nessuno può costruirsi una madre affinché lo partorisca. Noi non possiamo neppure curare l'incapacità genitoriale in tempo utile perché essa sia idonea a crescere i propri figli.
Per questo, l'analisi reciproca è stata probabilmente una messa in scena psicodrammatica del desiderio del poppante saggio di curare i propri genitori affinché lo possano crescere. Contro la tirannia del tempo, non possiamo nulla.

lunedì 28 gennaio 2013

RELIGIONI SCIENTIFICHE

La dottoressa Margareth Bourbon, psicologa clinica, lavorava presso un importante istituto pedopsichiatrico di fama internazionale, il cui Direttore, uomo di scarsa preparazione scientifica e di estrema arroganza, aveva instaurato un clima dittatoriale, scoraggiando negli studenti, negli allievi avanzati e persino nei collaboratori lo studio di ogni opzione scientifica che non fosse quella da lui prediletta, al punto che era persino loro impedito di rivolgergli domande durante lo svolgimento delle lezioni. Ciò era, presumibilmente, da mettersi in relazione con la segreta angoscia del Prof. M. di essere trovato impreparato su troppi argomenti.
La Collega, che ebbi occasione di conoscere, mi raccontò un giorno che, mentre somministrava test proiettivi come il Rorschach o il CAT ai suoi giovanissimi pazienti, il prof. M. soleva irrompere nella stanza interrompendo l’indagine diagnostica, per ingiungerle perentoriamente di fargli un caffè.

Quel racconto mi colpì particolarmente, perché pensai che in quel momento, M. avesse espresso una forma di disprezzo che si era dispiegato in svariate direzioni. Infatti, con quel gesto sprezzante, egli aveva insultato:

-La persona della Collega;
-Il paziente, che soffriva di uno status doppiamente svantaggiato, essendo, per l’appunto, paziente e minorenne;
-La donna;
-Il ruolo gerarchico, subordinato, ma non per questo meritevole di disprezzo;
-La materia (essendo la Psicologia Clinica considerata dal medesimo -come da lui lasciato intendere in svariate occasioni- una disciplina che non poteva competere con la Medicina, perché assolutamente insignificante);
-La tecnica diagnostica (i test proiettivi consistono nella somministrazione di immagini a un soggetto che ha in conseguenza di ciò delle reazioni emotive, la cui valutazione è l’oggetto dell’indagine. Va da sé che l’irruzione e l’interazione seguente erano stimoli, oltreché violenti, non previsti dal protocollo operativo, e pertanto suscettibili di alterarne l’esito in misura determinante);
-La relazione di cura fra la dottoressa e il suo paziente, che dovrebbe essere sempre contrassegnata da stima reciproca.

Ora, immagino che qualcuno, leggendo questo raccontino, potrebbe chiedersi se fosse proprio necessario narrare una piccola e imbarazzante storia di meschinità quotidiana, solo perché ammantata di supponenza accademica.
Questa storia non mi sarebbe di certo tornata alla mente, se non fossi stato costretto a riflettere sul significato dell’espressione “religione scientifica”, quando Federica, ieri, mi ha chiesto: “Secondo lei,  per quale ragione i miei genitori (due famosi clinici) non hanno mai fatto nulla, quando ero bambina, per farmi curare? Io ero una bimba gravemente problematica: ero molto intelligente e l’apprendimento avveniva in maniera fluida e ricca; ma non appena mi trovavo davanti a un’insegnante, mi fingevo totalmente impreparata, anzi: non proferivo parola. E non sapevo perché”.

Naturalmente, io non so rispondere a questa domanda: i genitori di Federica sono mancati da tempo, e nessuno avrà mai più la possibilità di immergersi in quell’intrico di pensieri e di emozioni che avrebbe dovuto essere l’incubatrice della sua mente di bambina all’alba dello sviluppo.
Però, ascoltando la paziente, mi è tornato alla mente il Professor M., uomo che condivise con i genitori di lei il medesimo ambiente accademico e lo stesso clima culturale.
La risposta che sono stato tentato di dare a F. ha rischiato di essere troppo semplificata o rozza, perché incapace di scalfire la grave esperienza di trascuratezza che la mia paziente ebbe a sperimentare su di sé. Ero infatti tentato di dirle -ben sapendo che l’argomentazione non avrebbe coperto che una piccola parte del problema- che i suoi genitori non erano stati in grado di aiutarla perché incapaci di riconoscere dignità scientifica al suo problema, così poco “organicistico”, e così lontano dalle loro sia pure notevoli conoscenze scientifiche.

In quell’epoca lontana, infatti, soltanto la medicina biologica aveva avuto diritto di cittadinanza; e soltanto ai medici, per quanto del tutto impreparati ad affrontare qualsiasi emergenza psichica (si pensi, ad esempio, al problema del dolore dei superstiti, in un reparto di pediatria, di fronte alla morte di un bambino), era spettato di dire l’ultima parola su tutto, essendo i loro subordinati (fossero essi psicologi, assistenti sociali, infermieri, ausiliari, tecnici di radiologia o di laboratorio) da considerarsi poco più che dei paria. Questa barbarie sociale era stata il frutto di un atteggiamento verso la scienza che aveva le stigmate della sottomissione a un credo religioso, anziché a metodi di indagine adeguati alla specifica natura dell’oggetto “umano”. E i genitori di Federica erano stati, a loro insaputa, loro malgrado e come tantissimi loro colleghi, involontari clerici di quell’oscura religione.
In uno dei suoi ultimi lavori, Franco Fornari, descrisse il funzionamento emotivo di un reparto ospedaliero di ginecologia, mettendo in luce due diversi codici affettivi contrapposti: il codice paterno, che costruisce l’azione sanitaria ispirandosi al modello dell’Esercito, imponendo stili relazionali di stampo militare caratterizzato dalla proiezione delle parti deboli, indifese e sofferenti che in origine appartengono al sé, sull’”altro”, che in tal modo diventa un “alienus” sideralmente lontano. L’alienus (il batterio, il virus, la degenerazione) diventa così un nemico da abbattere con ogni mezzo disponibile e lo stile diventa sorprendentemente simile  a quello militare (camici come divise, organizzazione gerarchica, rigida divisione funzionale fra uomini e donne, “consegna in caserma” per le più giovani allieve infermiere, che, a fine turno serale non potevano rientrare nelle proprie case fino al mattino seguente, essendo obbligate a pernottare in ospedale; e ciò in Italia, fino a tutti gli anni sessanta), e un codice alternativo al precedente, che egli definisce “materno”, fatto di calore, ascolto, attenzione,  accoglienza, identificazione.
Quando c’è in ballo la nascita alla vita (fisica, psichica o nascita tout-court), il codice ideale sarebbe in verità quello materno, perché il dolore, il sentirsi indifesi e preda dell’angoscia di morte, abbisognano di vicinanza affettiva, di ascolto e di attenzione. Invece, la medicina tecnologica post-ottocentesca aveva deciso di considerare la malattia un nemico da battere con tutte le armi di dissuasione e di sterminio che si fossero rese disponibili, e di conseguenza le virtù militari come le sole idonee all’impresa.

domenica 27 gennaio 2013

TEMPO DI EROI


Quando ero bambino, l'eroe con il quale mi identificavo maggiormente era Nembo Kid, il "character" (cioè il personaggio, parola che preferisco scrivere in inglese per sottolinearne l'irrealtà che il termine italiano non rende a sufficienza), che oggi è noto al pubblico, nella sua edizione più volte aggiornata, con il nome di Superman.
"Essere" Nembo Kid era quasi come avere un'identità segreta. Anzi, quella caratteristica del personaggio era infinitamente comoda, perché consentiva a chi la portava di distinguere fra un interno in qualche modo esoterico (la parte intima e segreta del processo di fantasia che si mostrava soltanto alla ristretta cerchia degli iniziati, cioè a se stessi) e l'esterno da mostrare in pubblico, identità manifesta e artefatta come lo è ogni espressione destinata a celare la verità.
Quell'uso della fantasia megalomanica che pure ha una sua utilità rispetto all'esigenza di padroneggiare l'angoscia ispirata dagli ostacoli che paiono insuperabili non solo nella giovane età, era reso agevole proprio dalla sua "doppia" identità, dalla compresenza di quel versante segreto e inconfessabile che, seppur collegato a un imbarazzante senso di vergogna, forniva un prezioso sistema di orientamento fra il dentro e il fuori, fra il mondo della fantasia e quello della realtà, indispensabile all'uso maturo dello strumento hi-tech che chiamiamo "mente".
Oggi, invece, non è più tempo di eroi. O meglio: gli eroi sono diventati monodimensionali, non essendo più possibile distinguerne l'apparenza dalla realtà interiore, la sostanza reale dalla raffigurazione fantastica. Ciò accade perché la società dello spettacolo e la televisione in particolare promettono un quarto d'ora di celebrità a tutti, e perché la dimensione supernaturale è troppo banalmente a portata di mano. Oggi chiunque può sognare di diventare famoso, restando però deprivato della consapevolezza, seppure parziale, di star muovendosi in una dimensione di fantasia, utile a fronteggiare i mostri della crescita, ma letale, se ridotta a pura bidimensionalità. Basta diventare calciatore, velina, cantante, attore, e persino escort.
Leggo su un magazine inglese che un adolescente su dieci abbandonerebbe volentieri la scuola se avesse l'opportunità di lavorare in televisione, che il nove per cento crede che diventare famosi sia il modo più rapido per diventare ricchi, che la ricchezza faccia tutt'uno con la felicità e che quest'ultima sia ormai indistinguibile dal divertimento.
Timothy, sedici anni, i cui eroi sono il calciatore Thierry Henry e l'attore Denzel Washington, dice che lascerebbe volentieri la scuola se gli fosse offerto di recitare in televisione, perché in tal modo diverrebbe ricco, e la fama, si sa, "rende tutto più facile". Anch'io, da ragazzo sognavo cose che mi rendessero tutto più facile: volare, essere invulnerabile, avere la vista a raggi X e l'ultra-soffio che fermava gli uragani, e le ciglia sbattenti di Lois Lane, mi avrebbero reso la vita molto più agevole nonostante la kryptonite. Ma la loro irrealizzabilità era anche una pesantissima àncora che mi legava saldamente a terra. Qui invece si rischia di vivere esclusivamente dentro sogni seriali indistinguibili dalla realtà.
Al risveglio, quei ragazzi non troveranno nessuno ad aspettarli. Neppure se stessi.

sabato 19 gennaio 2013

NOTA SUL TRANSFERT NEGATIVO


Nell’articolo “Due tipi di nevrosi di guerra” (1916, in: S.F., Opere, vol. II, pp. 219-233,  Cortina Editore), Sándor Ferenczi descrive le reazioni psicogene che, al tempo della Prima Guerra Mondiale, si manifestavano in molti soldati affidati alle sue cure di medico militare in seguito a esperienze traumatiche quali rimanere sepolti sotto cumuli di terra a causa di deflagrazioni, dover restare a lungo immersi in acqua gelida in inverno e in condizioni di pericolo, essere colpiti dallo scoppio di granate.
Soffermandosi sulle reazioni emotive conseguenti a raffreddamento massiccio e improvviso, Ferenczi distingue fra reazioni immediate e reazioni insorte in epoca successiva all’episodio.
Non era raro infatti, che alcuni di essi riprendessero le normali mansioni subito dopo l’episodio, per ammalarsi improvvisamente dopo un incidente banale che aveva assunto la funzione di “richiamare” vividamente alla memoria la precedente esperienza.
Di questo articolo mi colpisce,  in particolare, un passo:

“In molti di questi casi di raffreddamento, i pazienti dicono che avevano cominciato spontaneamente a migliorare quando, per curare il loro presunto reumatismo, furono sottoposti a un trattamento a base di bagni caldi, oppure mandati a passare la convalescenza in una delle nostre stazioni termali (dove le sorgenti di acqua calda sono naturali: Trencsén-Teplitz, Pöstyén); qui subirono la ricaduta” (ibid. pag. 226).

Il tema mi incuriosisce molto perché investe la problematica del transfert negativo e delle resistenze all’analisi in generale, quando si tratta un paziente che ha subito un trauma singolo o cumulativo.
L’esperienza di un ambiente familiare non accuditivo, di figure genitoriali rifiutanti o addirittura violente, favorisce lo sviluppo di una disposizione caratteriale all’autoprotezione del Sé, in sostituzione di ciò che dovrebbe offrire una famiglia normalmente accogliente e affettiva. Persone che hanno sviluppato un forte sentimento di diniego del proprio bisogno di dipendenza a causa di un grave rifiuto materno, sviluppano un atteggiamento caratterizzato da “durezza” e apparente insensibilità al dolore, di proclamati cinismo e assenza di bisogno, che ha la funzione di proteggere dall’angoscia di annichilimento che proverebbe un qualsiasi neonato normale, qualora fosse privo di ogni tutela.
Gli stessi sentimenti luttuosi riferiti alla perdita di un precedente stato appagante o di una figura di attaccamento venuta a mancare improvvisamente, sono sottoposti a diniego, mentre lo stato di sofferenza può essere scisso o somatizzato.
In tali condizioni, quando la disposizione emotiva dell’analista sia mossa da sentimenti di protezione nei confronti della parte sottoposta a scissione (cioè della parte bisognosa di cui il Sè ha perduto la consapevolezza), la reazione transferale è sempre estremamente ambivalente e in qualche caso addirittura aggressiva.

Chi alla nascita sia stato male accolto o gravemente maltrattato, ha bisogno di continuare a misconoscere i propri bisogni, per ridurre le occasioni di sperimentare il rifiuto e per evitare di piombare troppo spesso nell’angoscia. E’ per questo che i soggetti che fanno queste esperienze diventano molto gelosi della loro autosufficienza narcisistica, imparando a caro prezzo a rinunciare alla soddisfazione dei propri bisogni, nell’illusione di tacitarli. In queste condizioni, il venire a contatto con un ambiente maggiormente accogliente (quale deve essere necessariamente la stanza di analisi) può comportare reazioni di rifiuto e di svalutazione dell’analista che sarebbe erroneo e semplicistico etichettare come invidiose.
Se ripensiamo all'esempio clinico citato da Ferenczi, siamo obbligati a osservare come, dopo lo shock che aveva riportato il soggetto in una condizione di pericolo estremo dovuto al raffreddamento, il contatto con l’acqua calda dello stabilimento termale doveva essere risultato intollerabile per l’improvviso venir meno della capacità di "non notare" le differenze di temperatura maturata all'epoca del trauma, allo scopo di tener lontana l'angoscia di morire.
D'altra parte le capacità dell'organismo di modificare, in condizioni estreme, i propri meccanismi di regolazione termica sono sorprendenti: la letteratura che  narra la vita dei prigionieri dei campi di sterminio, a cominciare dalle testimonianze di Primo Levi, descrive chiaramente come coloro che sopravvissero ai lager svilupparono eccezionali capacità organiche di difesa da insulti eccezionale intensità. 
I meccanismi mentali degli Häftlinge [prigionieri] -scrive Levi- erano diversi dai nostri; curiosamente, e parallelamente, diversa era anche la loro fisiologia e patologia. In Lager, il raffreddore e l’influenza erano sconosciuti [i prigionieri vi trascorrevano tutta la giornata all’aperto, vestiti di un indumento di pesantezza pari a un pigiama leggero, calzando ai piedi, nel migliore dei casi, soltanto degli zoccoli di legno senza calze, essendo denutriti e sottoposti a lavori massacranti] ma si moriva, a volte di colpo, per mali che i medici non hanno mai avuto occasione di studiare. Guarivano (o diventavano asintomatiche) le ulcere gastriche e le malattie mentali, ma tutti soffrivano di un disagio incessante, che inquinava il sonno e che non ha nome”. (Primo Levi, I Sommersi e i Salvati, pagg. 65-66).

L’inclusione di un atteggiamento aggressivo verso un’accoglienza positiva da parte dell’analista arricchisce così di un ulteriore elemento le tipologie del transfert negativo.
Oltre alla reazione terapeutica negativa determinata dalla coazione a ripetere la relazione con il genitore originario, e all’aggressività mossa da atteggiamenti poco accoglienti da parte dell’analista nell’ambito della relazione reale, si può aggiungere quindi anche la difficoltà, per il paziente, di tornare ad essere fiducioso in qualcuno che sia disposto ad accoglierlo e ad accettare di dipendere dalla sua favorevole disposizione affettiva e dalla sua persistenza.

domenica 13 gennaio 2013

LONGEVITÀ


1. Viene a trovarmi in sogno Rudi Lucini, un figlio con i capelli grigi, che mi dice: "nell'affidarmi un caso di adozione, avete tenuto conto della mia longevità?". "Perché avremmo dovuto?" rispondo. "I miei maestri sono ancora tutti vivi e in attività. Vorresti che non lavorassero più? Io ho ancora molto da imparare da loro". Bé, anche se Freud ci ha insegnato a guardare al sogno come a un luogo di verità, non è scritto da nessuna parte che nei sogni non si possa mentire, e io, in questo sogno, ho detto almeno due bugie, delle quali devo rendere conto a me stesso, devo rendermi conto. Non è vero che i maestri siano tutti vivi o in attività, così come è del tutto falso che io segua ancora i loro insegnamenti. Ma, a pensarci bene, io e Rudi un maestro in comune lo abbiamo realmente, il che mi pone in una luce ancora più incerta nella filiera delle generazioni: essendo io figlio (di un maestro più giovane di me di qualche mese), ma con i giorni contati, da padre guardo alla mia sudata saggezza senza avere più, davanti a me, tutto il tempo sterminato che mi servirebbe. Non c'è abbastanza tempo: si può ancora pensare, si può ancora scoprire qualcosa, mentre il futuro ci mostra il suo limite impietoso?
2. La settimana scorsa, dopo una malattia di cui non ero al corrente, è morto Gianni, un antico paziente con cui condivisi due lunghe avventure, la prima durante la mia giovinezza professionale e la seconda nella maturità. Lucy mi ha ricordato le parole che Gianni le disse l'unica volta in cui parlarono al telefono: "anagraficamente suo marito potrebbe essere mio figlio, ma per me è come un padre". Figli che sono padri, generazioni che si sovrappongono, filiazioni che nascono nel dolore e nella tenerezza, a volte senza che gli interessati lo sappiano.
3. Di tutti i personaggi che popolano questo Blog, Lucrezia è colei che ha sviluppato una singolarissima e dolorosa angoscia tanatofobica, arrivando a dire, da ragazza grande e intelligente qual è, che i suoi genitori saranno immortali.
4. Ada mi ha detto: "ho paura che lei possa non esserci più". Questa frase è un risveglio dopo un lungo sonno gelato, ed è probabilmente la radice più importante del mio sogno. Ho tenuto conto della mia longevità, quando ho deciso di adottarla?
5. Che importa? Le ho risposto. Ciò che conterebbe, se io sparissi, sarebbe ciò che di me continuerà a vivere in lei. Noi siamo qui per il viaggio, non per la meta. Il viaggio non finisce che molto tempo dopo la fine del viaggiatore. Noi, se lo avremo meritato, sopravviveremo negli altri, almeno per un po'.
6. Forse, è per sfuggire a tutti questi accavallamenti generazionali che c'è chi continua a sognarmi come un fidanzato fedifrago, ostinata nostalgia d'edipi e di psicoanalisi che furono. In ogni giardino di gesso, i nani hanno un impiego assicurato che sembra eterno anche se è soltanto posticcio. Fortuna che, dietro ogni ostinazione, si cela una vitalità senza fine; in fondo, Matilde è con me fin dal primo giorno, o giù di lì. E questa eternità condivisa ha trovato, alla fin fine, la sua ragion d'essere, rivelandosi fatta di un materiale prezioso.

domenica 16 dicembre 2012

FORME DI ADATTAMENTO AI TRAUMI PSICHICI


Il trauma esogeno infantile, causato da grave trascuratezza, abbandono, o aggressione violenta, evoca lo spettro della morte. La rescissione delle radici parentali, causata dall'assenza o dal venir meno improvviso del sostegno genitoriale, o addirittura dalla sopraffazione estrema da parte di chi ci si aspetta debba fornire protezione, può avere due sole vie d'uscita: la morte o l'adattamento.
L'adattamento al trauma è una condizione psicopatologica grave (soprattutto perché implica la persistenza dell'agente traumatogeno o addirittura la sua promozione o conferma nel rango di caregiver), ma è anche una via di sopravvivenza rispetto a evoluzioni estreme quali la frammentazione o la morte psichica, la morte tout-court, gli stati dissociativi permanenti.
Ancora troppo spesso, quando una vittima di violenza incontra le Istituzioni che dovrebbero proteggerla, pesa invariabilmente su di lei un sospetto di menzogna prodotta per conto proprio o per procura, di complicità, o addirittura di primo agente provocatore dell'aggressore, come purtroppo ebbe a scrivere uno psicoanalista della statura di Karl Abraham (in: Il trauma sessuale come forma di attività sessuale infantile, 1907).
Se si studiano a fondo i resoconti di Sàndor Ferenczi sull'analisi della paziente R. N. (Diario Clinico Gennaio-Ottobre 1932), si comprende con chiarezza come i traumi estremi patiti nell'infanzia implichino profonde scissioni nella personalità della vittima (ma analoghe considerazioni si potrebbero fare per le vittime adulte di violenza radicale subita nei campi di sterminio, o in condizioni di sequestro, di tortura, o simili). In tali stati psichici le funzioni protettive sono spesso demandate a piccoli frammenti della personalità originaria, o, nei bambini piccoli, potenziale. Questi frammenti assumono il compito di conservare forme sia pure infinitesimali di benessere.
Nelle condizioni in cui l'agente traumatico non può essere allontanato per assenza di aiuti esterni, l'adattamento al trauma diventa un'indispensabile funzione di sopravvivenza psichica. Esso può consistere in forme più o meno larvate di consenso alle aggressioni subite, anche alle più efferate, o al ricorso a stati allucinatori che rappresentino la scena come distante da chi la subisce. La necessità di trovare un modus vivendi con l'aggressore assume in questi casi importanza vitale.
Questi stati mentali, se ignorati dai tecnici e dai magistrati cui spetta il compito di fornire protezione, possono dar luogo a gravissimi fraintendimenti del tutto analoghi a quello che compare nel menzionato articolo scientifico di Karl Abraham.
Tali fraintendimenti danno luogo a fenomeni di ri-abuso, questa volta di provenienza istituzionale, e hanno spesso l'effetto perverso di compromettere per sempre ogni futura speranza di riparazione del tessuto psichico tanto profondamente lesionato.
L'avvio di procedure terapeutiche o giudiziarie, infatti, costituisce una rottura dello stato di adattamento e un passaggio dal perimetro della relazione abusiva a quello di un'altra che pretenderebbe di essere protettiva.
Tuttavia le condizioni nelle quali i meccanismi di adattamento si erano precedentemente instaurati erano così drammatiche da non consentire alternative; ed è pertanto comprensibile e razionale la resistenza del soggetto ad abbandonare la zattera alla quale si è tanto faticosamente aggrappato.
Per questa ragione, chi è investito di compiti tecnici ha l'obbligo di un'ampia conoscenza e di una capacità di previsione delle possibili evoluzioni dello stato di adattamento e della sua maggiore o minore rigidità, al fine di evitare comportamenti sia pure involontariamente iatrogeni e quindi destinati a riproporre come maggiormente affidabile lo stato mentale adattato.
Se, ad esempio, gli abusi sessuali a carico di un bambino si erano accompagnati a un'ingiunzione spesso terribilmente minacciosa di omertà, occorre sapere che l'esposizione dei fatti criminosi di fronte a un perito o a un giudice rappresenterebbero una rottura (di per sé non facilmente ottenibile) del patto omertoso, che per essere realizzabile e duratura, richiede una precisa contropartita: quella di una protezione certa e definitiva. Se questa non può esserci (e la dinamica processuale fa spesso in modo che non ci sia, come nei numerosissimi casi in cui il presunto reo non è riconosciuto colpevole per insufficienza delle prove addotte, che dipendono peraltro, e in grandissima parte, dalla capacità e dal grado di libertà espositiva della giovanissima vittima), allora il risultato dell'atto di fiducia nel mondo adulto fatto dal bambino nel confidarsi con una o più persone, andrà incontro nientemeno che alla restituzione alla potestà dell'abusante che non è stato riconosciuto come tale.
Ciò comporta il ritorno definitivo del bambino sotto la potestà del carnefice e nello stato di adattamento, considerati come luoghi maggiormente inespugnabili e sicuri di ogni stanza di terapia o aula di tribunale.