Perché Wiesbaden 1932


PERCHE' "WIESBADEN 1932"? Leggete qui



Detto ciò, benvenuti nel mio Blog, angolo per riflessioni da condividere con colleghi e amici selezionati.











lunedì 23 settembre 2013

ELOGIO DELL'IMPROVVISAZIONE

(A Federico Astengo)
Una certa psicoanalisi applicata al lavoro istituzionale ha per troppo tempo ignorato il fatto che per lavorare con pazienti ignari del compito da perseguire, il silenzio del terapeuta e l'assenza di prescrizioni diverse dai limiti spazio-temporali del setting, avrebbero generato soltanto stupore, timore, confusione e mutismo.
Poiché non fu facile per me uscire dalle rigide prescrizioni impartitemi durante gli anni della mia formazione, ed essendo le mie capacità di improvvisazione e di adattamento a situazioni inesplorate piuttosto misere (e per di più scoraggiate dal sistema formativo), ebbi la possibilità di percepire che il mio linguaggio era incomprensibile a chi mi stava di fronte per mere ragioni culturali e non già a causa di resistenze inconsce, quando mi capitò di lavorare con bambini, con giovani, e, soprattutto, con pazienti provenienti dal Terzo Mondo. Che significato poteva avere, infatti, per un giovane africano andarsi a sedere una volta la settimana di fronte a un dottore senza camice né strumenti, che non prescriveva farmaci e per di più rimaneva in silenzio?
E qual era la posta in gioco di fronte a tale tipo di scacco? La pronuncia di un'ennesima diagnosi di "inanalizzabilità" o la sconfessione in blocco della psicoanalisi come strumento psicoterapeutico?
Eravamo stati con qualche ragione educati a "non inquinare il campo", mantenendolo vuoto di qualsiasi nostra produzione (che, lo avremmo capito molto tempo dopo, si sarebbe manifestata ugualmente in forme non verbali e inconsapevoli), per consentire all'inconscio del paziente di manifestarsi sotto la spinta dell'angoscia da frustrazione, ma tale risultato richiedeva per lo meno un minimo di consapevolezza del compito e un grado di alleanza di lavoro almeno embrionale. Invece, così comportandomi, mi capitò di perdere per strada moltissimi pazienti.
I testi di Irvin Yalom ("Momma and the Meaning of Life: Tales of Psychotherapy", non tradotto in italiano. Per i lettori francofoni: "La Malédiction du chat hongrois. Contes de psychothérapie". Disponibili online anche come e-book), dovrebbero essere usati per formare i giovani psicoterapeuti ben prima di quelli di Bion (che invece fu pane e companatico della nostra intimorita gioventù professionale, mentre la sua opera grandiosa può essere più proficuamente messa a frutto durante la maturità), data la loro attitudine pratica a rappresentare una psicoterapeutica che, paradossalmente, vorrei definire "senza memoria né desiderio", proprio perché capace di inventarsi ogni volta a partire dalla realtà del paziente, sia esso ambulatoriale o ricoverato in un reparto ospedaliero o in una comunità terapeutica, pur tenendo ferme alcune indicazioni di metodo che fungono da stimolo all'uso della fantasia, e che guardano all'introspezione come un obbiettivo da raggiungere e non necessariamente come un punto di partenza.

domenica 1 settembre 2013

PENSIERI DELL'ULTIMO GIORNO DI VACANZA

Rimango sempre stupito quando Matilde intercetta i miei momenti d’irritazione di fronte alle sue resistenze. A volte si tratta di stati d'animo subliminali di cui io prendo coscienza piuttosto lentamente. Si può dire che in più di un'occasione mi sono sentito analizzato, diagnosticato, e alla fine della mia autoriflessione non ho trovato traccia di proiezioni. Semplicemente, Matilde aveva ragione.
La consapevolezza che ne è seguita si accompagnava a un sentimento d'incertezza, non tanto per l'inversione di ruolo: è stato Ferenczi ad insegnarci che il paziente può avere ragione e noi torto, in un tempo in cui gli analisti avevano rimosso questa semplice ovvietà. Quello che mi ha lasciato incerto è stato il dubbio di aver perduto, sia pure transitoriamente, la barra del timone, ciò che rende il terapeuta terapeuta e il paziente paziente. O, se vogliamo dirla in modo meno crudo, di aver oltrepassato il confine invalicabile dell'asimmetria della relazione terapeutica, quella che ci fa sentire che il genitore non può mai smettere di essere tale, caricando sulle spalle del figlio il peso della propria inadeguatezza.
Queste riflessioni mi vengono alla mente stasera, ultimo giorno delle vacanze estive, alla vigilia della ripresa. Mi vengono in mente mentre sto leggendo un piccolo testo straordinario di Irvin Yalom nella traduzione francese perché la mia lettura in questa lingua è molto più spedita di quanto non lo sarebbe nella versione originale inglese: il libro non è mai stato tradotto in italiano, e nella versione scaricata sul mio tablet si intitola "La malediction du chat hongrois. Contes de psychotherapie", edito in Francia da Galaade. In inglese: "Momma and the meaning of life. Tales of psychotherapy" Harper Collins, New York).
Yalom, noto al pubblico italiano per tre romanzi di grande successo (La cura Schopenhauer, Le lacrime di Nietzsche, Il problema Spinoza), e per il denso "Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo" scritto in collaborazione con Molyn Leszcz e pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri, è uno psichiatra psicoterapeuta che mi toglie, non senza procurarmi sollievo, ogni illusione di originalità, poiché il suo stile di lavoro, che lui definisce "interattivo", è improntato alla più grande libertà immaginativa sia nelle parole che nelle azioni terapeutiche, nulla concedendo all'obbedienza a una tecnica che nei tempi remoti della mia formazione assimilai (per responsabilità certamente condivisa) come una perentoria questione di "tutto o nulla".
Sulle orme di un extra ecclesiam nulla salus che ha storicamente segnato, nel bene e nel male, il cammino dell'ortodossia psicoanalitica, l'apprendimento della tecnica era stato trasmesso o recepito come un "dover essere" da rispettarsi con estrema puntualità, pena lo scadimento della nobiltà del metallo analitico -causa l’attenuarsi di un rituale composto di lettino, numero e durata delle sedute, neutralità, silenzio, divieto di ogni autodisvelamento, astinenza da qualsiasi forma di improvvisazione o creatività- in un metallo molto più vile, anche se a parole accettato con benevola e paterna degnazione dai sacerdoti di quello che era a tutti gli effetti un sapere iniziatico.
Il mio percorso personale, dalla timorosa e frustrata obbedienza all'inflessibilità dell'insegnamento alla tardiva decisione di "fare con ciò che c'era in casa" senza aspettare un’ulteriore investitura che non sarebbe venuta, è stato doloroso e difficile, e a stento supportato dall'insegnamento di un maestro che, negli interstizi di un silenzio tombale e non sempre capace di contatto, seppe far filtrare in me l'idea che soltanto disobbedendo e sopportando la solitudine che sarebbe seguita alla trasgressione, avrei potuto trovare "un senso", magari lontano dagli approdi che mi ero proposto.
Fu solo attraverso una rabbiosa quanto ostinata ricerca di un punto di convergenza con un sapere che sentivo intimamente mio e il suo rifiutarmisi, che mi fu possibile "fare di testa mia" (anche grazie alla strada segnata da altri ben più geniali e tragici trasgressori), seguendo la traccia  dell’empatia,  senza perdere il valore di un atto terapeutico per nulla "minore" o degradato, come l'inflessibile insegnamento originario mi aveva fatto temere.
Durante tutto questo lungo percorso, Matilde è stata con me, sin dall'epoca delle scelte "ortodosse" quando la terapia non riusciva a decollare a causa del suo ostinato e interminabile silenzio e della mia totale incapacità di farvi fronte.
Nonostante questo fallimento, Matilde non ha mai smesso di aspettare che io potessi offrirle qualcosa di diverso che evidentemente covava sotto la cenere, e che lei, forse addirittura prima di me, aveva oscuramente intuito.
Oggi, Matilde è con me, in un percorso accidentato ma ricco e fiorito di parole, sue e mie, essendo stato definitivamente appurato che lettino, silenzio e astinenza sono, in quella situazione specifica costituita da noi due, strumenti inservibili.
Leggendo Yalom, oggi scopro di non essere affatto solo nel perseguire la "verità" (e non la "pietosa bugia rispettosa delle difese del paziente"!) attraverso mezzi inconsueti, non codificabili, e improntati all'interesse primario per la relazione, alla sincerità dell'ispirazione nel qui e ora, e alla radicata convinzione di partecipare della medesima natura difettuale del compagno di viaggio, fatta salva la consapevolezza della mia inalienabile responsabilità di genitore-terapeuta.
È stato proprio leggendo il capitolo "Una terapia del lutto in sette lezioni", nel libro che ho appena menzionato, che ho ripensato frequentemente a Matilde, proprio a causa della conflittualità che si instaura fra il terapeuta e una paziente apparentemente "impenetrabile", in un contesto nel quale il terapeuta non fa nulla per nascondere i propri momenti di rabbia.
Ho ripensato a Matilde, sempre così acuta nell'anticiparmi intercettando ogni mio più nascosto malumore nei suoi confronti, perché la so spinta da un'angoscia specifica: quella che la mia rabbia serva a punirla per avermi "costretto" a separarmi dal sapere materno, accompagnandola lungo sentieri impervi e sconosciuti, senza alcun manuale di tecnica che ci possa servire da bussola.

Forse Matilde si sente in colpa per questo, e forse anche in cattive mani, avendo in un tempo remotissimo introiettato lei stessa quella lezione inflessibile che aveva reso difficoltosi i miei primi passi. Dovrò convincerla, ora, che non ci aspetta un ritorno alla casa perduta dei miei antichi genitori scientifici, per poter conquistare uno spazio all'interno di un setting canonico che la possa definitivamente liberare. La nostra meta è un'altra, e non sarà un ripiego, né per me né per lei. Bentornata Matilde, bentornati tutti.

domenica 28 luglio 2013

UNA CONGETTURA SU ESTENSIONE E LIMITI DEL NARCISISMO DI FREUD


Non è certo un caso se Luiz Eduardo Prado de Oliveira, psicoanalista franco-brasiliano, a esergo del proprio libro "Sándor Ferenczi, la psychanalyse autrement" (Armand Colin, Paris, 2011) ha posto una frase di Freud tratta dall'Interpretazione dei Sogni, che suona così:  

"Un amico intimo e un nemico odiato sono sempre state esigenze indispensabili della mia vita sentimentale; ho sempre saputo procurarmene di nuovi e non di rado lideale infantile si è ricostituito al punto di far coincidere nella stessa persona amico e nemico, naturalmente non più nello stesso tempo, o in varie alternative ripetute".



Se si parla di Ferenczi, la citazione precedente mi appare significativa soprattutto se confrontata con la seguente, tratta da una lettera scritta da Freud a Ferenczi il 21 novembre 1929:



"Senza alcun dubbio, nel corso di questi ultimi anni, Lei si è apparentemente allontanato da me. Interiormente non abbastanza lontano, io spero, perché mi possa aspettare da Lei, mio paladino e gran visir segreto, un passo verso la creazione di una nuova analisi di opposizione".



Se molto si è scritto sulle ragioni obiettive e sui limiti personali che condussero Freud e la sua cerchia a blindare la propria creatura all'interno di una "chiesa" capace di somministrare l'approvazione e la condanna, l'imprimatur e l'anatema, accogliendo in seno all'ortodossia oppure ripudiando come eretici i contributi che non provenivano da Freud medesimo o dai suoi fedelissimi, qualche parola occorre dire sui singolari rapporti che intercorsero fra i due, anche e soprattutto in materia di adesione del secondo alle idee del primo.

È noto che Freud, la cui attività epistolare fu quotidiana e instancabile, scambiò con Ferenczi il maggior numero di lettere, fra tutte quelle che inviò e ricevette da discepoli, collaboratori, amici, pazienti, e persino familiari. Ed è noto anche che Freud avrebbe visto di buon occhio un matrimonio fra l'Ungherese e la propria figlia Mathilde.

Ed è d'altra parte noto che l'idealizzazione di Ferenczi per il maestro, amico e analista di tutta una vita, raggiunse livelli molto elevati.

Se si segue la corrispondenza e la produzione scientifica del secondo, non si può far a meno di notare che a fronte delle sue scoperte più significativamente divergenti dall'ortodossia freudiana -valga come esempio paradigmatico, il ruolo che Ferenczi, in collaborazione con l'amico Otto Rank, attribuisce, negli Entwiklungsziele der Psychanalyse (Prospettive di sviluppo della psicoanalisi, 1924), al "ripetere" in analisi le esperienze traumatiche rispetto al "ricordare", che, soltanto dieci anni prima, in Ricordare, Ripetere, Rielaborare, Freud aveva indicato quale obiettivo della tecnica analitica- Ferenczi sarà continuamente portato ad affermarne l'"assoluta fedeltà" alle idee di Freud (ciò anche a scapito dell'evidenza), mentre questi mostra in più di un'occasione un'insolita e a tratti un po' forzata tolleranza.



Tuttavia, durante la seconda metà degli anni Venti, con il progredire delle scoperte di Ferenczi in materia di psicopatologia ad eziologia traumatica, il solco fra il Maestro e l'Allievo si approfondirà fino alla rottura definitiva.



Tutto il resto, sia pure per troppo tempo mantenuto sotto silenzio, è ormai da anni cosa nota. Tuttavia, fra i non pochi aspetti della vicenda che ancora mi incuriosiscono,  c'è proprio la definizione "mio paladino e gran visir segreto", la cui caratteristica di ossimoro non è forse ancora stata esaminata a fondo.

È noto che il richiamo ai paladini di Carlo Magno scaturisce nelle discussioni fra Ferenczi e Jones all'epoca della costituzione del "Comitato Segreto", nato per tutelare quello che oggi definiremmo il "copyright" delle produzioni scientifiche considerate "ortodosse" rispetto a lavori che tali non erano a giudizio di Freud e della sua cerchia, soprattutto durante gli anni immediatamente seguenti il traumatico allontanamento di Jung.



È d'altra parte noto che, essendo quello di Gran Visir il titolo spettante al Primo Ministro (secondo solo al Sultano) nell'impero Ottomano, esso appartiene a quella Religione Musulmana, a lungo combattuta dai Paladini di Re Carlo. Quindi si può dire che "paladino e gran visir" sono due opposti in uno: un ossimoro, per l'appunto, certamente rivelatore di una duplicità, forse di un ambivalenza, di una profonda contraddizione in colui che l'ha formulata.

Di quale natura sia questa contraddizione inconscia è impossibile dire. Per questo vorrei proporre una congettura.

Non vi è dubbio che, come afferma André Haynal per spiegarla, Freud ebbe sempre in simpatia le personalità "scapestrate". Ma il vero problema è: perché? Forse perché riconosceva in loro quello stesso febbrile ardore che aveva caratterizzato la sua gioventù e, almeno in parte, la sua maturità di scienziato fino all'esplodere della malattia che lo avrebbe portato, sia pure in un tempo sensibilmente più lungo di quello ipotizzato, alla morte?

Perché Freud, così geloso della fedeltà alle proprie scoperte, avendo egli messo a nudo un aspetto allo stesso tempo illuminante e imprigionante della "verità" dei contenuti dell'Inconscio, offuscata dalle difese nevrotiche che impedirebbero al soggetto "non sufficientemente analizzato" di accedervi, questione ineludibile nell'analisi del singolo, ma anche foriera di arroccamenti dogmatici nella ricerca e nella trasmissione dottrinale, perché Freud - mi chiedo- tollerò tanto a lungo quell'allievo "scapestrato" e geniale, detestato da Jones e dai berlinesi al punto da creare continue frizioni in seno al movimento, e tuttavia impossibile da rigettare con la stessa determinazione con cui erano stati allontanati (o lasciati allontanare), Adler, Stekel, Jung, e persino il "figlioccio" Otto Rank?

Perché, ipotizzo, a Freud non sfuggiva né il fatto di essere troppo vecchio per ricominciare a "ricercare nuovi filoni auriferi in gallerie (provvisoriamente?) dismesse" trent'anni prima (all'epoca dell'abbandono della "Teoria della Seduzione", 1897), né il fatto che al di fuori delle alte mura erette attorno all'ortodossia potessero crescere germogli nuovi e promettenti. Non potendo vivere, come noi tutti, più di una vita contemporaneamente, forse Freud si concesse, in un angolo remoto del cuore, di immaginarne un'altra. Ma troppo era il peso della responsabilità davanti alla Storia, per potersi permettere ripensamenti ondivaghi o tardive revisioni. Questi furono, forse, l'estensione e i i limiti del suo narcisismo.

mercoledì 17 luglio 2013

LA LINEA D'OMBRA DELLA MALATTIA

(a un'amica irrinunciabile)

Uno. Nel romanzo breve "La Linea d'Ombra", Joseph Conrad narra la storia di un giovane primo ufficiale in servizio sui mari d'oriente, che, improvvisamente e senza ragioni riconoscibili agli altri e a se stesso, si licenzia in cerca di una vita diversa da quella condotta fino a quel momento, vuota e priva di obiettivi.
Sceso a terra, accetta la proposta di assumere il comando di una nave il cui capitano precedente è morto in preda alla follia.
Pensando di essere l'uomo giusto per quell'incarico, lo accetta immediatamente, felice di aver saltato la gavetta necessaria per giunge a quella responsabilità. Ma appena a bordo inizia a scontrarsi con l'ostilità del primo ufficiale Burns, forse geloso per aver aspirato ad assumere il comando della nave e, appena salpato, è costretto ad affrontare una terribile epidemia che investe l'equipaggio, resa incurabile dal fatto che, prima di morire, il vecchio capitano  ha venduto tutte le scorte di medicinali presenti sulla nave. Al culmine della sventura, la nave è preda di una bonaccia che la mantiene immobile in mezzo all'oceano per più di due settimane.
In questa situazione, pur divorato dalla febbre e perseguitato dall'idea superstiziosa che il vecchio capitano abbia lanciato sulla nave una maledizione, e dai dubbi circa le proprie capacità, il giovane capitano riuscirà a mantenere la nave in grado di navigare accettabilmente anche grazie all'aiuto del cuoco Randsome, unico scampato all'epidemia. Giunto infine  nel porto di Singapore, porta in salvo l'equipaggio, per assumerne immediatamente un altro e con esso intraprendere un nuovo viaggio, questa volta privo delle proprie illusioni e dell'aiuto del cuoco.

Questo racconto, variamente interpretato dalla critica, può essere visto come metafora delle iniziazioni adolescenziali, compito delle quali è superare l'angoscia e il non sapere che fare della propria vita futura, nelle quali si incontra spesso una linea d'ombra che oscura il senso di sé e della propria capacità di procedere nel cammino dell'individuazione.

Due. Ne "Il Trauma", capitolo del libro "Psicoterapia Democratica" (Cortina 2013), scritto a quattro mani con Tobie Nathan, l'etnopsicologa Nathalie Zajde, scrive che "Il trauma viene utilizzato sistematicamente nei riti d'iniziazione delle società tradizionalistiche al fine di trasformare l'individuo, se non addirittura di farlo "rinascere". 

Tre. Questa presentazione di una dicotomia morte/rinascita, mi ha fatto pensare al tema conradiano della "linea d'ombra" come esperienza di passaggio che consente la nascita di un Io definitivamente adulto e capace di affrontare il mare aperto dell'incertezza.

Quattro. Penso che questa riflessione sia pertinente con il senso di angosciosa mancanza di prospettive in cui vengono a trovarsi le persone alle quali viene diagnosticata una malattia potenzialmente letale, che cancella di botto la speranza riducendola a fantasia in sospetto di essere patetica auto-illusione, che molti ammalati rifiutano per poter mantenere il controllo dell'angoscia.


Cinque. Forse la nostra cultura avrebbe bisogno di imparare a trattare la malattia grave, che è a tutti gli effetti un trauma psichico, come una occasione di rinascita, oltre la linea d'ombra dell'angoscia e dell'assenza di futuro.

mercoledì 1 maggio 2013

NOLI ME TANGERE

Nello statuto paradigmatico della psicoanalisi, tanto al di qua quanto al di là dei confini dell’ortodossia, è diffusa e apprezzata l’idea che i contatti fisici fra analista e paziente debbano essere ridotti al minimo indispensabile, e talora persino meno frequenti di quanto non ne concedano i comuni rapporti di cortesia non confidenziale; è noto infatti che alcuni analisti di formazione anglosassone non usano stringere la mano al proprio paziente al momento del saluto e a quello del commiato.
Ciò vale in linea generale: e se si vuol risalire alle ragioni storiche di tale uso, non si potrà fare a meno di prendere in considerazione il ruolo che Freud attribuiva all’eros all’interno  della relazione transferale, e alle conseguenti precauzioni in merito.
Ciò detto, occorre sottolineare come sovente il corpo rivendichi il proprio ruolo in un contesto relazionale che rischia di dimenticarne l’esistenza. Proverò a raccogliere, in merito, alcune riflessioni sparse che provengono dalla mia esperienza professionale.

1. Circa quindici anni fa, ebbi in psicoterapia a sedute bisettimanali una bambina di sette anni che era stata molestata sessualmente dal padre. Durante le sedute si notava spesso in lei il sorgere di una certa irrequietezza che aveva specifiche connotazioni erotiche: Lucia (la chiamerò così) si avvicinava alla mia poltrona per mostrarmi un disegno e con fare indifferente appoggiava il pube conto il mio ginocchio in un atteggiamento inequivocabile. Fu abbastanza facile per me, in quelle ripetute occasioni, districarmi da una situazione altrimenti imbarazzante con un semplice espediente: prendevo in braccio la bambina e la sedevo sulle mie ginocchia in modo che i genitali non potessero in alcun modo venire a contatto con il mio corpo. Si trattava di un gesto semplice e naturale, congeniale a una coppia genitore-figlio e totalmente privo di connotazioni a rischio di ambiguità. Facendo ciò, quel comportamento scomparve senza che ci fosse bisogno di verbalizzare alcunché. Oltretutto, qualsiasi tipo di “interpretazione” di quel comportamento erotizzato, non avrebbe potuto evitare di assumere un significato censorio e colpevolizzante; o almeno io non sarei stato capace di esprimere una tale riflessione senza correre il rischio di istillare in Lucia ulteriori e indebiti sensi di colpa. 

2. Parecchi anni dopo ebbi una paziente della quale, forse significativamente (lo ammetto con imbarazzo)
, non ricordo il nome. Si trattava di una quasi-adulta piuttosto graziosa, che, al momento del commiato, dopo esserci stretti la mano come io uso fare con tutti i miei pazienti maggiorenni o in procinto di diventarlo, con un gesto improvviso mi abbracciò e mi baciò sulle guance. L’episodio si ripeté due o tre volte, dopodiché la ragazza scomparve, e non la rividi più. Il mio comportamento in quell'occasione fu eccessivamente neutro e perciò non privo di conseguenze: sapevo bene che non avrei dovuto opporre un rifiuto e men che meno un atteggiamento troppo condiscendente. Il risultato fu che mi comportai con cortese e di certo antipatica "degnazione" verso un gesto insolito al quale non ero preparato.  Oggi, il mio rammarico è quello di non aver mai trovato il "varco" giusto per trasformare quell'agito in un pensiero condiviso che forse avrebbe potuto rivelare esperienze della ragazza di cui ero all'oscuro.

Questa riflessione mi è tornata alla mente oggi, mentre leggevo un passo del Diario Clinico di Ferenczi che suona così:

“L’aiuto offerto dal grembo materno e da un forte abbraccio rende possibile un completo rilassamento anche dopo un trauma sconvolgente, cosicché le forze proprie della persona sconvolta, non disturbate da compiti esterni di precauzione e difesa, si possono dedicare, senza dispersione, al lavoro interiore di riparare delle alterazioni funzionali causate dalla penetrazione inaspettata” ("Bendaggio psichico", 25 Marzo, pag. 132).
[In questo caso, il termine “penetrazione” può essere riferito tanto alla brutale materialità di uno stupro quanto a un’esperienza indesiderata che “penetri” inaspettatamente nel mondo interno di chi la subisce, rimanendovi confinata].

E’ sempre sorprendente constatare la naturalezza con la quale Ferenczi riesce a connettere le emozioni profonde dell’anima con quelle altrettanto intense che sono destinate a radicarsi nel corpo: qui l’abbraccio non è soltanto ciò che agisce in funzione simbolica per ricordare l’amore materno o il contenimento intrauterino: si colloca come una corazza esterna che consente alla muscolatura di rinunciare alle proprie funzioni di difesa che più facilmente tenderanno a diventare permanenti, perpetuando così il senso di pericolo e di persecuzione.
 
E' per questo che ho ripensato alla paziente alla quale non seppi mai chiedere che cosa la spingesse ad abbracciarmi.

giovedì 18 aprile 2013

LA SCRITTURA DELLA CLINICA

Ma chi l’ha stabilito che la scrittura creativa debba essere per forza appannaggio esclusivo di scrittori e poeti? Chi ha detto che scrivere è necessariamente un dono del Cielo, un talento naturale, e peggio per chi ne è sprovvisto, che dovrà in tal modo rassegnarsi a esprimere periodi ridondanti, frasi irrisolte, anacoluti e riflessioni adatte più a distrarre il lettore che a catturarne l’attenzione?
Io non sono di certo un letterato: ma considero ugualmente la scrittura un insostituibile strumento operativo indispensabile al mio lavoro (che di certo non è quello di scrivere), perché soltanto attraverso la scrittura è possibile scendere fra le pieghe dei propri ragionamenti oltre un certo livello di profondità, oltre la nebbia di certe fantasie, oltre la cortina fumogena dei pensieri immaturi, e soprattutto tra i frammenti delle intuizioni preconsce che nel contatto quotidiano con i pazienti ci giungono in forma pre-verbale o addirittura non-verbale, e quasi sempre al di sotto di una certa soglia di percezione.
Questo mi sforzo d’insegnare ai giovani che arrivano pieni di speranza, spavento e frustrazione, dopo le prime esperienze cliniche in cui hanno ascoltato famelici il sogno di un paziente nell'improbabile desiderio di impadronirsi un Traduttore dei Sogni che consenta loro di decifrare immediatamente un linguaggio oscuro in una divinazione a chiave, in un algoritmo in grado di  “cracckare” la barriera dell’inconscio. E la delusione più grande e più utile è la scoperta che quel Traduttore semplicemente non esiste: non è neppure la freudiana Traumdeutung, troppo spesso confusa da giovani e volenterosi kamikaze con  la Smorfia napoletana.
Scrivendo queste ultime righe, mi accorgo di aver barato: no, quelli che ho appena descritto non sono gli allievi che vengono a fare il loro tirocinio nei nostri servizi: “quelli” sono io, trent’anni fa. Io che mi ritrovo oggi, nel momento in cui inizio il dialogo con i tirocinanti in supervisione, a proseguire, non di rado polemicamente, quello iniziato tanto tempo fa con i Maestri.
Ai miei allievi (ma dovrei dire, vista la prevalenza di genere: “alle mie allieve”) io raccomando sempre di scrivere. E sovente sono stupite e quasi sempre imbarazzate quando mi attardo a guardare i loro scritti con gli occhi di un insegnante d’Italiano.
“Ma perché lo fai? Ti diverti a massacrarmi la tesi?” mi chiede la dottoressa Domitilla A., specializzanda dell’ultimo anno. “No”, rispondo. “Sto semplicemente defoliandola di tutto il superfluo, di tutte queste erbe infestanti che ti impediscono di veder chiaro fra i tuoi pensieri”.
“Ma non mi hai detto niente dei contenuti!”, insiste delusa. “Stai semplicemente inseguendo la proprietà di linguaggio, il rispetto delle consecutio, e soprattutto tagli via un mucchio di subordinate. Mi fai venire in mente mia madre: ma almeno lei è una professoressa di lettere, mentre tu sei un medico!”.
Apparentemente, Domitilla ha ragione: e per difendermi dalle sue lamentele, eccomi qui a scrivere anch’io, proprio per trovare le parole adatte a esprimere pensieri che non sento ancora giunti a completa maturazione verbale.
La scrittura di Domitilla è disarmonica non perché lei, che ha fatto ottimi studi classici, non sappia scrivere; anzi. Il suo malfunzionamento letterario tradisce un’ansia da prestazione dovuta all’incombere del giudizio del relatore di tesi, ansia che può essere dominata solo da un’infinita pazienza. Il suo scritto è pesante, involuto e sospeso, perché dell’esperienza della relazione con l’Altro sofferente, le giunge una massa di input dei quali soltanto alcuni assumono una forma parlata. Per interpretare la realtà emotiva di chi ci sta di fronte occorre esercitare una particolare sensibilità che molti di noi possiedono senza saperlo, e che per poter usare devono scoprire. E’ la capacità di cogliere impressioni fuggevoli, flash improvvisi, sguardi, discorsi fatti a metà, lapsus, sensazioni che nemmeno noi, a una prima impressione, registriamo consapevolmente.
Per fare clinica occorre riguardare il materiale con un occhio distaccato e rivedere la scena –noi con il nostro paziente- una seconda e una terza volta, come se fossimo osservatori esterni; ed è proprio la scrittura a consentirci tutto questo. Ogni volta che un allievo psicoterapeuta scrive la seduta (spesso senza averne il tempo, quasi sempre con la preoccupazione di non ricordare abbastanza, e in ogni caso maledicendo il supervisore che pretende quella fatica), deve pensare che la sua supervisione inizierà al momento stesso della rilettura dello scritto, cioè molto prima di incontrare il Collega più anziano. E se lo scritto sarà destinato a qualche forma di pubblicazione (una tesina, la dissertazione finale, o un articolo per una rivista), sarà bene che l’allievo impari a lavorare sul testo, proponendosi un esercizio apparentemente semplice: togliere ogni parola superflua, senza rinunciare a un solo concetto. E’ un esercizio che ho appreso durante gli anni in cui collaboravo regolarmente con un quotidiano scrivendo “il parere dello psichiatra” ogni volta che questo era chiamato in causa da fatti di cronaca. Poiché i pezzi richiesti non dovevano mai superare le quaranta o al massimo le sessanta righe, stufo di vedermi tagliare, cominciai a usare il computer in modo tale da controllare sempre il numero esatto di battute che mi venivano richieste di volta in volta. Fu così che imparai a dimezzare gli articoli scrivendo esattamente le stesse cose espresse durante la prima stesura, e per di più fui anche piacevolmente sorpreso nel constatare che il tal modo la leggibilità ne guadagnava moltissimo.
Ora lo stesso metodo mi torna comodo quando scrivo i casi clinici dei quali mi restano memorie incomplete, aree oscure, pensieri che richiedono di essere nuovamente pensati. E’ un esercizio di cui non posso più fare a meno.

P.S.: Rileggendo questo Post, mi accorgo che è po' lungo e pieno di frasi che potevano essere risparmiate, ma è tardi, e sono un po’ stanco. Abbiate pazienza.
P.P.S.: Rileggendolo ancora il giorno dopo, vi ho persino trovato un grave errore di sintassi. Paola si lamenta che correggo sempre i miei post, ma bisogna sempre rileggere. Chissà se ne scoprirò altri.

giovedì 11 aprile 2013

VIA DELLA VERITA'

Sandra viene in supervisione con l’aria di chi deve confessarmi qualcosa. “Ho una notizia da darti. Ho finalmente scelto una scuola di psicoterapia. A Milano”.
“Direi che questa è una buona notizia”, commento.
“Aspetta a dirlo” aggiunge con imbarazzata ironia. “Quella che ho scelto non è propriamente una scuola psicoanalitica”.
Capisco che l’imbarazzo è dovuto al timore di una mia disapprovazione. Io, in realtà, non so nulla della scuola che Sandra dopo un po’ si decide a nominare, e so abbastanza poco anche della teoria che sottende l’indirizzo da lei scelto.
“Lo sai” mi dice, “io sono in analisi da tanto tempo e sono proprio contenta di aver scelto X come analista, perché mi ha sempre lasciato una libertà totale” (per quel poco che conosco il Collega X, non sono per niente stupito da questa affermazione), “ma sai”, aggiunge, “c’è qualcosa in tutto questo che non mi appartiene. Durante la formazione che ho avuto finora, mi sono imbattuta in troppi divieti, mentre io, quando sono con i pazienti, mi sento spinta a fare cose che i miei maestri disapproverebbero. E poi il corporeo … non posso farne a meno”.
Mentre Sandra parla, a me torna in mente un’immagine: Freud seduto per terra con una paziente isterica.
C’è un passo del Diario Clinico (o è in una lettera indirizzata a Groddeck che l’ho letto?), in cui Ferenczi dice, più o meno testualmente: "una volta Freud era capace di rimanere molte ore seduto per terra ad ascoltare una paziente isterica. Adesso non più". Ma quante cose ha fatto Ferenczi sfidando le proibizioni? Quanto tempo passava con le pazienti più gravi? E che cosa è veramente accaduto nelle sedute di analisi reciproca? Di tutto questo abbiamo per lo più notizie imprecise. Ma da tutta questa somma di errori è scaturita un’eredità che non cessa ancora di fruttificare.
Quindi: che cosa della psicoanalisi continua a germogliare e che cosa è destinato a trasformarsi o a scomparire? Che cosa è scorza –per dirla con Abraham e Torok-, e che cosa nocciolo? Tutto ciò che è vivo si muove e si trasforma, e, da questo punto di vista l’enfasi sul rispetto dell’ortodossia è stata piuttosto la difesa di un oggetto morto, un cadavre éxquis, nascosto dietro una cortina d’interdizioni. Certo: la relazione, il transfert, il controtransfert sono beni preziosi e irrinunciabili. E anche il setting. Ma, del setting, che cosa è vitale e che cosa è rituale? Per quante volte potremo lasciar sprofondare il paziente in nome della nostra fede nei Comandamenti?
Mentre Sandra parla, questi pensieri tornano per la centesima volta ad affollare la mia mente.
E mi rivedo, giovanotto, tentare inutilmente di affogare i miei dubbi come gattini ciechi. Anche allora avevo intravisto (proprio come oggi fa la coraggiosa Sandra) la via della “mia” verità, in mezzo a una nebbia non illuminata da alcun Maestro. E fu proprio quella solitudine a spaventarmi, togliendomi il coraggio di guardare fino in fondo a quegli interrogativi come a fili da dipanare.
“Perché si interessa di queste cose?” mi fu chiesto. Era la risposta a una mia domanda semplice semplice: quale differenza c’è fra l’analisi personale e l’analisi didattica? perché l’analisi del futuro analista deve necessariamente essere condotta da un didatta? Non basta un analista “autentico”, o “sincero”? Magari “capace”? O addirittura “simpatico” al suo paziente?
Queste domande furono giudicate in vario modo: nevrosi, inautenticità, eccessiva ambivalenza, voglia di barare, incapacità di stare al gioco, e qualcuno si prese persino la briga di citarmi un articolo di Eugenio Gaddini, nel quale si parlava dell’”impostore”, colui cioè che imbroglia le carte per diventare analista, dissimulando i propri conflitti per raggiungere una posizione professionalmente e socialmente prestigiosa. Non fui in grado allora, di spiegare ai miei illustri interlocutori che ciò che volevo era semplicemente la “verità”. E soltanto molti anni più tardi mi resi conto che quelle domande rimaste senza risposta conducevano molto lontano, sulle vie della scoperta di una degenerazione clericale che aveva imbrigliato la psicoanalisi e che rischiava di soffocarla.
Bisognava puntare alla libertà di pensiero, un bene non proprio estraneo alla psicoanalisi. Un bene per il quale vale la pena di spendere la vita. E libertà di pensiero significa anche libertà di ricercare, con tutti i rischi che ne conseguono. Perché l’errore, in fondo, è umano, mentre la scomunica è del Maligno.