Perché Wiesbaden 1932


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Detto ciò, benvenuti nel mio Blog, angolo per riflessioni da condividere con colleghi e amici selezionati.











mercoledì 27 novembre 2013

ANALISTI TUTTOFARE

Qui finisce che devo fare tutto io. E già, perché i vecchi analisti la facevano facile: se uno non aveva i requisiti era considerato inanalizzabile, e via, pedalare. Invece poi é arrivato quel rompiballe di Ferenczi a scompigliare tutto: e prima con la tecnica attiva, poi con il rilassamento e la neocatarsi, le ha tentate tutte. E alla fine, quando non sapeva più cosa inventarsi, addirittura l'analisi reciproca. Eh, già, ci manca solo che ci facciamo analizzare dai nostri pazienti, e magari li paghiamo anche. E dopo? Peccato sia morto così giovane, avrei proprio voluto vedere che cos'altro si sarebbe inventato.
E poi non è che abbia risolto tanto: certi pazienti di coccio sono, e di coccio rimangono.
Prendete Matilde: sono mesi che non mi porta un sogno. Anzi: certe volte, neppure parla. E io lì, ad aspettare. Fortuna che non mi vede, cosī mentre lei sta lì, sdraiata nel suo sonno eterno, io gioco a Backgammon su Internet. E non si deve!, direbbe la Buonanima. Ma vorrei vedere lui a rompersi le palle così. E poi, lui ragionava all'antica: Matilde, se torna, non la devi prendere mai più. Così diceva. Ma io ho sempre fatto di testa mia. Lei tornava sempre. Magari stava qualche anno senza venire, e poi tornava. Così, ridendo e scherzando, sono passati trent'anni. E in trent'anni, hai voglia di tacere: qualcosa ti scappa per forza. Non sarò mica soltanto io a rompermi le palle. E poi, io sono fatto così: ho la smania di sapere che cosa c'è dietro. Perché se stai a sentire Bion, sembra che siamo noi (vabbè, nostra madre) a dare senso alle cose, come quella storia di Adamo, che il giorno dopo la faccenda della costola se ne andò in giro a dar i nomi alle cose. Ma i nomi non sono mica tutto: perché ogni cosa ha un suo perché. E poi, quel significato lí non è ancora il significato vero, è una specie di bollino che diamo alle cose e che ci serve per capirci fra noi. Ma le cose hanno un loro perché, un loro come sono arrivate lì, un loro come ci stanno, dove vanno, che cosa fanno e che cosa pensano. E perfino che cosa non sanno di pensare. Insomma, è impossibile che Matilde mentre sta lì che sembra una statua di Giacometti non pensi niente. Magari pensa a se stessa pensante, niente di più facile. E allora, delle due l'una: o me lo dice, o mi dice guardi non sono cazzi suoi. E va bene, ma allora perché vieni qui? E non mi dire scusi mi sono sbagliata (dopo trent'anni? Mi prendi per il culo?), che tu adesso non te ne vai di qui se non mi spieghi. Tutto, dall'a alla zeta. Tutto.
Mah. Sono anni che faccio questi ragionamenti, che m'incazzo, che facciamo la pace, che poi dopo un po' ricomincia. Chissà Ferenczi che cosa direbbe. Eppure oltre l'analisi reciproca (che poi non è detto che al paziente gliene freghi più di tanto di sapere gli affari tuoi. Che magari ha paura che tu abbia problemi seri, e allora che cosa fa?) non è che resti molto, perché dopo non c'è più niente. A meno che, più che l'analisi reciproca non decida di fare tutto io, di cantarmela e di suonarmela da solo. Sogno, mi sveglio e mi interpreto il sogno. E se lei non c'è peggio per lei. Io l'ho invitata, poi, se non viene!
Così, stanotte ho sognato di essere Matilde. Ero molto vecchia, avevo ottantasei anni. E come faccio da sessant'anni ogni mattina, anche oggi sono scesa nel garage. A guardarla. È sempre bella, anche se ormai dicono che è fuori moda. Ieri il meccanico mi ha detto che, a forza di non usarlo, il motore dev'essere un blocco di ruggine. La batteria l'avevo già tolta dieci anni fa, perché tanto, di non girare mai, era sempre scarica. E poi c'era pericolo che l'acido cominciasse a colare e corrodesse qualcosa. I quattro scappamenti, invece, li ho tenuti lucidi. La carrozzeria, ha perso quella brillantezza che aveva, ma è sempre rosso-fuoco. La mia Ferrari è proprio bella. Peccato non averla mai guidata. Anche se la patente ce l'ho dall'età di diciotto anni, e ho sempre guidato la mia vecchia cinquecento.
Che strano sogno. Se fosse ancora vivo, mi piacerebbe raccontarlo a lui. Che magari, con quella storia che un giorno gli avevo detto che quando leggevo le cose che scriveva mi sarebbe piaciuto averlo come analista (anche se era il mio analista, sia pure parcheggiato lì), direbbe che la Ferrari è lui. Era proprio un narcisista. Inguaribile.

lunedì 18 novembre 2013

INTRAPSICHICO E INTERPERSONALE

Fino agli anni ottanta, i concetti di "intrapsichico" e "interpersonale" furono considerati di diversa natura e quindi il loro impiego nell'ambito delle scienze umane fu posto in termini alternativi. 
Secondo il mainstream freudiano, egopsicologico e kleiniano, sia pure con diverse sfumature, soltanto l'inconscio individuale e monopersonale poteva essere oggetto di indagine e trattamento psicoanalitico, mentre tutto ciò che indulgeva allo studio delle relazioni fra gli individui (non escluse quelle precoci) doveva essere considerato come non pertinente alla psicoanalisi considerata "vera", e distinta dalle sue forme "eretiche", dette anche "selvagge", per tacere di discipline ad essa estranee come la sociologia e la pedagogia. Tutto ciò nell'illusione che l'oggetto di indagine scientifica, soprattutto in ambito di scienze dell'Uomo, potesse essere indagato obiettivamente, come "cosa in sé", senza essere influenzato dalla presenza dell'osservatore. 
A me che scrivo, ad esempio, accadde spesso di partecipare a seminari di baby observation, portando anche riferimenti allo stato mentale materno, e incontrando perciò una sorta di riprovazione per il fatto che tali rilievi "distraevano" dall'osservazione diretta del bambino. Ciò poteva accadere perché intrapsichico e interpersonale apparivano come concetti dal significato neppure parzialmente sovrapponibile e quindi irrimediabilmente alternativo. 
Con lo sviluppo delle declinazioni bipersonaliste della psicoanalisi intervenute sopratutto negli Stati Uniti a partire dagli anni novanta, il panorama cambiò parecchio e i due concetti furono considerati meno distanti non più soltanto nelle aree culturali definite "neofreudiane" che avevano maggiormente risentito dell'influsso interpersonalista di Harry Stack Sullivan e della sua scuola, ma in generale anche fra molti psicoanalisti scontenti dell'autoritarismo che aveva permeato la cultura psicoanalitica fino allora dominante, e in qualche caso, addirittura perché personalmente danneggiati da analisi didattiche troppo "ortodosse". 
Le radici di una diversa concezione dei legami fra l'Io e le sue relazioni è da ricercarsi, tra gli altri, in studiosi come Sándor Ferenczi e John Bowlby. 
Il primo, attraverso lo studio dei fenomeni dissociativi arrivò a concepire una "mente esterna" cui il soggetto può fare ricorso per stivarvi contenuti mentali intollerabili; Bowlby, d'altra parte, avendo formulato il concetto di "base sicura" come luogo materno della protezione, aveva identificato nelle fasi dello sviluppo che precedono l'autonomia una singolare attitudine, fra i piccoli dei primati, ad affidarsi alla madre non soltanto per riceverne le necessarie cure parentali, ma anche un lavoro di vigilanza e di messa in sicurezza del territorio, al fine di scongiurare gli incontri con i predatori. 
Perciò, dovendo le funzioni di tutela  diventare in toto, con il procedere dell'individuazione, prerogativa e patrimonio del soggetto che -per così dire- se ne appropria, almeno in una fase transitoria coincidente con il trasferimento di tali funzioni, la mente del soggetto non solo si relaziona con l'oggetto, ma è in larga parte e per un tempo non breve con esso almeno parzialmente coincidente. Va da sé quindi che, se il soggetto "è" anche l'oggetto, ha poco senso affermare che l'attività di relazione esterna sia una funzione puramente "sociale" e perciò qualitativamente distinta dalle funzioni endopsichiche.

sabato 16 novembre 2013

UNA STORIA VERGOGNOSA

Fino a non molti anni fa, c'era una volta un cantante che si chiamava Lucio e componeva e cantava canzoni bellissime. Era un ometto piccolo, molto peloso e completamente calvo. Lucio si vergognava molto di quella sua calvizie, e andava sempre in giro con la testa fasciata e le spalle nude, per mostrare che aveva i peli neri e folti, anche sui denti.
Poi un giorno si fece coraggio, e andò davanti al suo pubblico con il capo scoperto, e quella volta cantò in maniera sublime. Poi vennero tempi bui, nei quali si fece cucire un parrucchino rossiccio sulla testa, e cominciò a cantar male, e a scrivere canzoni che nessuno riusciva a ricordare. Ci fu persino qualcuno che si chiese se quel parrucchino fosse il risultato del sortilegio di una Dalila alla rovescia. Poi, un brutto giorno Lucio morì, e la gente continuò a cantare le canzoni di quando lui non aveva i capelli, mentre le altre furono dimenticate.
Anch'io ho da tanto tempo una storia da raccontare, ma non l'ho mai raccontata tutta, perché mi sembrava una storia vergognosa.
Poi, un bel giorno decisi di raccontarla almeno a me stesso, e per questo la scrissi.
Poi andai da un maestro e gli dissi: Maestro, leggi questa storia e dimmi due cose: è una storia troppo vergognosa? No, rispose lui. È anche la mia storia, virgola più, virgola meno. E tu pensi che la possiamo raccontare così come l'ho scritta? No, rispose il Maestro. Non dobbiamo raccontarla affatto. La gente non la capirebbe.
Stamattina dovevo far lezione ai ragazzi e, dopo tanto tempo, mi sono svegliato con una voglia calma di raccontare la mia storia. L'ho raccontata tutta, per filo e per segno, con tutti i dettagli e senza nascondere nulla. E dopo ho sentito che la gente mi voleva più bene. E che quella storia non era per niente vergognosa, ma mi faceva sembrare immensamente ricco. Perché le storie dipende da come (te) le racconti.

lunedì 23 settembre 2013

ELOGIO DELL'IMPROVVISAZIONE

(A Federico Astengo)
Una certa psicoanalisi applicata al lavoro istituzionale ha per troppo tempo ignorato il fatto che per lavorare con pazienti ignari del compito da perseguire, il silenzio del terapeuta e l'assenza di prescrizioni diverse dai limiti spazio-temporali del setting, avrebbero generato soltanto stupore, timore, confusione e mutismo.
Poiché non fu facile per me uscire dalle rigide prescrizioni impartitemi durante gli anni della mia formazione, ed essendo le mie capacità di improvvisazione e di adattamento a situazioni inesplorate piuttosto misere (e per di più scoraggiate dal sistema formativo), ebbi la possibilità di percepire che il mio linguaggio era incomprensibile a chi mi stava di fronte per mere ragioni culturali e non già a causa di resistenze inconsce, quando mi capitò di lavorare con bambini, con giovani, e, soprattutto, con pazienti provenienti dal Terzo Mondo. Che significato poteva avere, infatti, per un giovane africano andarsi a sedere una volta la settimana di fronte a un dottore senza camice né strumenti, che non prescriveva farmaci e per di più rimaneva in silenzio?
E qual era la posta in gioco di fronte a tale tipo di scacco? La pronuncia di un'ennesima diagnosi di "inanalizzabilità" o la sconfessione in blocco della psicoanalisi come strumento psicoterapeutico?
Eravamo stati con qualche ragione educati a "non inquinare il campo", mantenendolo vuoto di qualsiasi nostra produzione (che, lo avremmo capito molto tempo dopo, si sarebbe manifestata ugualmente in forme non verbali e inconsapevoli), per consentire all'inconscio del paziente di manifestarsi sotto la spinta dell'angoscia da frustrazione, ma tale risultato richiedeva per lo meno un minimo di consapevolezza del compito e un grado di alleanza di lavoro almeno embrionale. Invece, così comportandomi, mi capitò di perdere per strada moltissimi pazienti.
I testi di Irvin Yalom ("Momma and the Meaning of Life: Tales of Psychotherapy", non tradotto in italiano. Per i lettori francofoni: "La Malédiction du chat hongrois. Contes de psychothérapie". Disponibili online anche come e-book), dovrebbero essere usati per formare i giovani psicoterapeuti ben prima di quelli di Bion (che invece fu pane e companatico della nostra intimorita gioventù professionale, mentre la sua opera grandiosa può essere più proficuamente messa a frutto durante la maturità), data la loro attitudine pratica a rappresentare una psicoterapeutica che, paradossalmente, vorrei definire "senza memoria né desiderio", proprio perché capace di inventarsi ogni volta a partire dalla realtà del paziente, sia esso ambulatoriale o ricoverato in un reparto ospedaliero o in una comunità terapeutica, pur tenendo ferme alcune indicazioni di metodo che fungono da stimolo all'uso della fantasia, e che guardano all'introspezione come un obbiettivo da raggiungere e non necessariamente come un punto di partenza.

domenica 1 settembre 2013

PENSIERI DELL'ULTIMO GIORNO DI VACANZA

Rimango sempre stupito quando Matilde intercetta i miei momenti d’irritazione di fronte alle sue resistenze. A volte si tratta di stati d'animo subliminali di cui io prendo coscienza piuttosto lentamente. Si può dire che in più di un'occasione mi sono sentito analizzato, diagnosticato, e alla fine della mia autoriflessione non ho trovato traccia di proiezioni. Semplicemente, Matilde aveva ragione.
La consapevolezza che ne è seguita si accompagnava a un sentimento d'incertezza, non tanto per l'inversione di ruolo: è stato Ferenczi ad insegnarci che il paziente può avere ragione e noi torto, in un tempo in cui gli analisti avevano rimosso questa semplice ovvietà. Quello che mi ha lasciato incerto è stato il dubbio di aver perduto, sia pure transitoriamente, la barra del timone, ciò che rende il terapeuta terapeuta e il paziente paziente. O, se vogliamo dirla in modo meno crudo, di aver oltrepassato il confine invalicabile dell'asimmetria della relazione terapeutica, quella che ci fa sentire che il genitore non può mai smettere di essere tale, caricando sulle spalle del figlio il peso della propria inadeguatezza.
Queste riflessioni mi vengono alla mente stasera, ultimo giorno delle vacanze estive, alla vigilia della ripresa. Mi vengono in mente mentre sto leggendo un piccolo testo straordinario di Irvin Yalom nella traduzione francese perché la mia lettura in questa lingua è molto più spedita di quanto non lo sarebbe nella versione originale inglese: il libro non è mai stato tradotto in italiano, e nella versione scaricata sul mio tablet si intitola "La malediction du chat hongrois. Contes de psychotherapie", edito in Francia da Galaade. In inglese: "Momma and the meaning of life. Tales of psychotherapy" Harper Collins, New York).
Yalom, noto al pubblico italiano per tre romanzi di grande successo (La cura Schopenhauer, Le lacrime di Nietzsche, Il problema Spinoza), e per il denso "Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo" scritto in collaborazione con Molyn Leszcz e pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri, è uno psichiatra psicoterapeuta che mi toglie, non senza procurarmi sollievo, ogni illusione di originalità, poiché il suo stile di lavoro, che lui definisce "interattivo", è improntato alla più grande libertà immaginativa sia nelle parole che nelle azioni terapeutiche, nulla concedendo all'obbedienza a una tecnica che nei tempi remoti della mia formazione assimilai (per responsabilità certamente condivisa) come una perentoria questione di "tutto o nulla".
Sulle orme di un extra ecclesiam nulla salus che ha storicamente segnato, nel bene e nel male, il cammino dell'ortodossia psicoanalitica, l'apprendimento della tecnica era stato trasmesso o recepito come un "dover essere" da rispettarsi con estrema puntualità, pena lo scadimento della nobiltà del metallo analitico -causa l’attenuarsi di un rituale composto di lettino, numero e durata delle sedute, neutralità, silenzio, divieto di ogni autodisvelamento, astinenza da qualsiasi forma di improvvisazione o creatività- in un metallo molto più vile, anche se a parole accettato con benevola e paterna degnazione dai sacerdoti di quello che era a tutti gli effetti un sapere iniziatico.
Il mio percorso personale, dalla timorosa e frustrata obbedienza all'inflessibilità dell'insegnamento alla tardiva decisione di "fare con ciò che c'era in casa" senza aspettare un’ulteriore investitura che non sarebbe venuta, è stato doloroso e difficile, e a stento supportato dall'insegnamento di un maestro che, negli interstizi di un silenzio tombale e non sempre capace di contatto, seppe far filtrare in me l'idea che soltanto disobbedendo e sopportando la solitudine che sarebbe seguita alla trasgressione, avrei potuto trovare "un senso", magari lontano dagli approdi che mi ero proposto.
Fu solo attraverso una rabbiosa quanto ostinata ricerca di un punto di convergenza con un sapere che sentivo intimamente mio e il suo rifiutarmisi, che mi fu possibile "fare di testa mia" (anche grazie alla strada segnata da altri ben più geniali e tragici trasgressori), seguendo la traccia  dell’empatia,  senza perdere il valore di un atto terapeutico per nulla "minore" o degradato, come l'inflessibile insegnamento originario mi aveva fatto temere.
Durante tutto questo lungo percorso, Matilde è stata con me, sin dall'epoca delle scelte "ortodosse" quando la terapia non riusciva a decollare a causa del suo ostinato e interminabile silenzio e della mia totale incapacità di farvi fronte.
Nonostante questo fallimento, Matilde non ha mai smesso di aspettare che io potessi offrirle qualcosa di diverso che evidentemente covava sotto la cenere, e che lei, forse addirittura prima di me, aveva oscuramente intuito.
Oggi, Matilde è con me, in un percorso accidentato ma ricco e fiorito di parole, sue e mie, essendo stato definitivamente appurato che lettino, silenzio e astinenza sono, in quella situazione specifica costituita da noi due, strumenti inservibili.
Leggendo Yalom, oggi scopro di non essere affatto solo nel perseguire la "verità" (e non la "pietosa bugia rispettosa delle difese del paziente"!) attraverso mezzi inconsueti, non codificabili, e improntati all'interesse primario per la relazione, alla sincerità dell'ispirazione nel qui e ora, e alla radicata convinzione di partecipare della medesima natura difettuale del compagno di viaggio, fatta salva la consapevolezza della mia inalienabile responsabilità di genitore-terapeuta.
È stato proprio leggendo il capitolo "Una terapia del lutto in sette lezioni", nel libro che ho appena menzionato, che ho ripensato frequentemente a Matilde, proprio a causa della conflittualità che si instaura fra il terapeuta e una paziente apparentemente "impenetrabile", in un contesto nel quale il terapeuta non fa nulla per nascondere i propri momenti di rabbia.
Ho ripensato a Matilde, sempre così acuta nell'anticiparmi intercettando ogni mio più nascosto malumore nei suoi confronti, perché la so spinta da un'angoscia specifica: quella che la mia rabbia serva a punirla per avermi "costretto" a separarmi dal sapere materno, accompagnandola lungo sentieri impervi e sconosciuti, senza alcun manuale di tecnica che ci possa servire da bussola.

Forse Matilde si sente in colpa per questo, e forse anche in cattive mani, avendo in un tempo remotissimo introiettato lei stessa quella lezione inflessibile che aveva reso difficoltosi i miei primi passi. Dovrò convincerla, ora, che non ci aspetta un ritorno alla casa perduta dei miei antichi genitori scientifici, per poter conquistare uno spazio all'interno di un setting canonico che la possa definitivamente liberare. La nostra meta è un'altra, e non sarà un ripiego, né per me né per lei. Bentornata Matilde, bentornati tutti.

domenica 28 luglio 2013

UNA CONGETTURA SU ESTENSIONE E LIMITI DEL NARCISISMO DI FREUD


Non è certo un caso se Luiz Eduardo Prado de Oliveira, psicoanalista franco-brasiliano, a esergo del proprio libro "Sándor Ferenczi, la psychanalyse autrement" (Armand Colin, Paris, 2011) ha posto una frase di Freud tratta dall'Interpretazione dei Sogni, che suona così:  

"Un amico intimo e un nemico odiato sono sempre state esigenze indispensabili della mia vita sentimentale; ho sempre saputo procurarmene di nuovi e non di rado lideale infantile si è ricostituito al punto di far coincidere nella stessa persona amico e nemico, naturalmente non più nello stesso tempo, o in varie alternative ripetute".



Se si parla di Ferenczi, la citazione precedente mi appare significativa soprattutto se confrontata con la seguente, tratta da una lettera scritta da Freud a Ferenczi il 21 novembre 1929:



"Senza alcun dubbio, nel corso di questi ultimi anni, Lei si è apparentemente allontanato da me. Interiormente non abbastanza lontano, io spero, perché mi possa aspettare da Lei, mio paladino e gran visir segreto, un passo verso la creazione di una nuova analisi di opposizione".



Se molto si è scritto sulle ragioni obiettive e sui limiti personali che condussero Freud e la sua cerchia a blindare la propria creatura all'interno di una "chiesa" capace di somministrare l'approvazione e la condanna, l'imprimatur e l'anatema, accogliendo in seno all'ortodossia oppure ripudiando come eretici i contributi che non provenivano da Freud medesimo o dai suoi fedelissimi, qualche parola occorre dire sui singolari rapporti che intercorsero fra i due, anche e soprattutto in materia di adesione del secondo alle idee del primo.

È noto che Freud, la cui attività epistolare fu quotidiana e instancabile, scambiò con Ferenczi il maggior numero di lettere, fra tutte quelle che inviò e ricevette da discepoli, collaboratori, amici, pazienti, e persino familiari. Ed è noto anche che Freud avrebbe visto di buon occhio un matrimonio fra l'Ungherese e la propria figlia Mathilde.

Ed è d'altra parte noto che l'idealizzazione di Ferenczi per il maestro, amico e analista di tutta una vita, raggiunse livelli molto elevati.

Se si segue la corrispondenza e la produzione scientifica del secondo, non si può far a meno di notare che a fronte delle sue scoperte più significativamente divergenti dall'ortodossia freudiana -valga come esempio paradigmatico, il ruolo che Ferenczi, in collaborazione con l'amico Otto Rank, attribuisce, negli Entwiklungsziele der Psychanalyse (Prospettive di sviluppo della psicoanalisi, 1924), al "ripetere" in analisi le esperienze traumatiche rispetto al "ricordare", che, soltanto dieci anni prima, in Ricordare, Ripetere, Rielaborare, Freud aveva indicato quale obiettivo della tecnica analitica- Ferenczi sarà continuamente portato ad affermarne l'"assoluta fedeltà" alle idee di Freud (ciò anche a scapito dell'evidenza), mentre questi mostra in più di un'occasione un'insolita e a tratti un po' forzata tolleranza.



Tuttavia, durante la seconda metà degli anni Venti, con il progredire delle scoperte di Ferenczi in materia di psicopatologia ad eziologia traumatica, il solco fra il Maestro e l'Allievo si approfondirà fino alla rottura definitiva.



Tutto il resto, sia pure per troppo tempo mantenuto sotto silenzio, è ormai da anni cosa nota. Tuttavia, fra i non pochi aspetti della vicenda che ancora mi incuriosiscono,  c'è proprio la definizione "mio paladino e gran visir segreto", la cui caratteristica di ossimoro non è forse ancora stata esaminata a fondo.

È noto che il richiamo ai paladini di Carlo Magno scaturisce nelle discussioni fra Ferenczi e Jones all'epoca della costituzione del "Comitato Segreto", nato per tutelare quello che oggi definiremmo il "copyright" delle produzioni scientifiche considerate "ortodosse" rispetto a lavori che tali non erano a giudizio di Freud e della sua cerchia, soprattutto durante gli anni immediatamente seguenti il traumatico allontanamento di Jung.



È d'altra parte noto che, essendo quello di Gran Visir il titolo spettante al Primo Ministro (secondo solo al Sultano) nell'impero Ottomano, esso appartiene a quella Religione Musulmana, a lungo combattuta dai Paladini di Re Carlo. Quindi si può dire che "paladino e gran visir" sono due opposti in uno: un ossimoro, per l'appunto, certamente rivelatore di una duplicità, forse di un ambivalenza, di una profonda contraddizione in colui che l'ha formulata.

Di quale natura sia questa contraddizione inconscia è impossibile dire. Per questo vorrei proporre una congettura.

Non vi è dubbio che, come afferma André Haynal per spiegarla, Freud ebbe sempre in simpatia le personalità "scapestrate". Ma il vero problema è: perché? Forse perché riconosceva in loro quello stesso febbrile ardore che aveva caratterizzato la sua gioventù e, almeno in parte, la sua maturità di scienziato fino all'esplodere della malattia che lo avrebbe portato, sia pure in un tempo sensibilmente più lungo di quello ipotizzato, alla morte?

Perché Freud, così geloso della fedeltà alle proprie scoperte, avendo egli messo a nudo un aspetto allo stesso tempo illuminante e imprigionante della "verità" dei contenuti dell'Inconscio, offuscata dalle difese nevrotiche che impedirebbero al soggetto "non sufficientemente analizzato" di accedervi, questione ineludibile nell'analisi del singolo, ma anche foriera di arroccamenti dogmatici nella ricerca e nella trasmissione dottrinale, perché Freud - mi chiedo- tollerò tanto a lungo quell'allievo "scapestrato" e geniale, detestato da Jones e dai berlinesi al punto da creare continue frizioni in seno al movimento, e tuttavia impossibile da rigettare con la stessa determinazione con cui erano stati allontanati (o lasciati allontanare), Adler, Stekel, Jung, e persino il "figlioccio" Otto Rank?

Perché, ipotizzo, a Freud non sfuggiva né il fatto di essere troppo vecchio per ricominciare a "ricercare nuovi filoni auriferi in gallerie (provvisoriamente?) dismesse" trent'anni prima (all'epoca dell'abbandono della "Teoria della Seduzione", 1897), né il fatto che al di fuori delle alte mura erette attorno all'ortodossia potessero crescere germogli nuovi e promettenti. Non potendo vivere, come noi tutti, più di una vita contemporaneamente, forse Freud si concesse, in un angolo remoto del cuore, di immaginarne un'altra. Ma troppo era il peso della responsabilità davanti alla Storia, per potersi permettere ripensamenti ondivaghi o tardive revisioni. Questi furono, forse, l'estensione e i i limiti del suo narcisismo.

mercoledì 17 luglio 2013

LA LINEA D'OMBRA DELLA MALATTIA

(a un'amica irrinunciabile)

Uno. Nel romanzo breve "La Linea d'Ombra", Joseph Conrad narra la storia di un giovane primo ufficiale in servizio sui mari d'oriente, che, improvvisamente e senza ragioni riconoscibili agli altri e a se stesso, si licenzia in cerca di una vita diversa da quella condotta fino a quel momento, vuota e priva di obiettivi.
Sceso a terra, accetta la proposta di assumere il comando di una nave il cui capitano precedente è morto in preda alla follia.
Pensando di essere l'uomo giusto per quell'incarico, lo accetta immediatamente, felice di aver saltato la gavetta necessaria per giunge a quella responsabilità. Ma appena a bordo inizia a scontrarsi con l'ostilità del primo ufficiale Burns, forse geloso per aver aspirato ad assumere il comando della nave e, appena salpato, è costretto ad affrontare una terribile epidemia che investe l'equipaggio, resa incurabile dal fatto che, prima di morire, il vecchio capitano  ha venduto tutte le scorte di medicinali presenti sulla nave. Al culmine della sventura, la nave è preda di una bonaccia che la mantiene immobile in mezzo all'oceano per più di due settimane.
In questa situazione, pur divorato dalla febbre e perseguitato dall'idea superstiziosa che il vecchio capitano abbia lanciato sulla nave una maledizione, e dai dubbi circa le proprie capacità, il giovane capitano riuscirà a mantenere la nave in grado di navigare accettabilmente anche grazie all'aiuto del cuoco Randsome, unico scampato all'epidemia. Giunto infine  nel porto di Singapore, porta in salvo l'equipaggio, per assumerne immediatamente un altro e con esso intraprendere un nuovo viaggio, questa volta privo delle proprie illusioni e dell'aiuto del cuoco.

Questo racconto, variamente interpretato dalla critica, può essere visto come metafora delle iniziazioni adolescenziali, compito delle quali è superare l'angoscia e il non sapere che fare della propria vita futura, nelle quali si incontra spesso una linea d'ombra che oscura il senso di sé e della propria capacità di procedere nel cammino dell'individuazione.

Due. Ne "Il Trauma", capitolo del libro "Psicoterapia Democratica" (Cortina 2013), scritto a quattro mani con Tobie Nathan, l'etnopsicologa Nathalie Zajde, scrive che "Il trauma viene utilizzato sistematicamente nei riti d'iniziazione delle società tradizionalistiche al fine di trasformare l'individuo, se non addirittura di farlo "rinascere". 

Tre. Questa presentazione di una dicotomia morte/rinascita, mi ha fatto pensare al tema conradiano della "linea d'ombra" come esperienza di passaggio che consente la nascita di un Io definitivamente adulto e capace di affrontare il mare aperto dell'incertezza.

Quattro. Penso che questa riflessione sia pertinente con il senso di angosciosa mancanza di prospettive in cui vengono a trovarsi le persone alle quali viene diagnosticata una malattia potenzialmente letale, che cancella di botto la speranza riducendola a fantasia in sospetto di essere patetica auto-illusione, che molti ammalati rifiutano per poter mantenere il controllo dell'angoscia.


Cinque. Forse la nostra cultura avrebbe bisogno di imparare a trattare la malattia grave, che è a tutti gli effetti un trauma psichico, come una occasione di rinascita, oltre la linea d'ombra dell'angoscia e dell'assenza di futuro.