Perché Wiesbaden 1932


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Detto ciò, benvenuti nel mio Blog, angolo per riflessioni da condividere con colleghi e amici selezionati.











sabato 25 febbraio 2012

GUERRE IDEOLOGICHE IN MATERIA DI AUTISMO INFANTILE

In campo scientifico, le guerre ideologiche, fatte di speculari arroganze e di ferree certezze, hanno l’effetto di produrre una democratica condivisione del torto.
Questa riflessione sorge spontanea alla lettura di un articolo di Gustavo Corbellini che descrive la polemica sul trattamento dei bambini autistici sorta in Francia fra psicoanalisti e terapeuti cognitivo-comportamentali, e le repliche che a tale articolo sono state opposte in un “manifesto” (definizione esagerata) co-firmato da due analisti freudiani, Bolognini e Argentieri, dallo junghiano Zoja e dal lacaniano Di Ciaccia. Già questa prova di ecumenismo fra psicoanalisti è una buona notizia per chi, come chi scrive, ama la psicoanalisi pur rifuggendo da quegli atteggiamenti di partigianeria che dovrebbero suonare inaccettabili per ogni psicoanalista, anche al fuori dai confini francesi, in omaggio al messaggio di Freud, che, depurato di alcune scorie dogmatiche, resta un messaggio di libertà.
Premetto che io, psichiatra che pratica la psicoanalisi in collaborazione con pazienti diversi dai bambini autistici, non ho pieno titolo, né piena competenza, per intervenire sul tema in discussione; tuttavia, gli argomenti sollevati non si limitano al solo trattamento dell’autismo, ma investono più in generale la questione fondamentale dell’identità delle discipline scientifiche e della relazione con i pazienti, argomenti sui quali mi sento di poter dire qualcosa.
Ha probabilmente qualche ragione Corbellini quando fa riferimento a comportamenti delle istituzioni psicoanalitiche che, più che settari, si potrebbero definire autoreferenziali, ma sbaglia quando sostiene un orientamento culturale che pretende di stabilire una volta per tutte ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e soprattutto ciò che si deve o non si deve fare.
Se il “verbo” di Lacan, non meno di quello di Freud, ha assunto più e più volte una connotazione dogmatica inserendosi in un sistema chiuso di pensiero, è questione sulla quale gli psicoanalisti (quelli che ancora si considerano “ortodossi”, perché molti dei cosiddetti “eretici” lo fanno da tempo) dovrebbero una buona volta iniziare a riflettere seriamente e serenamente.
Nella trasmissione “Fahrenheit”, andata in onda su RAI Radiotre il 24 febbraio scorso, in un dibattito a due con Corbellini, l’ottimo Di Ciaccia si è difeso molto male, pur disponendo, a mio giudizio, di qualche valido argomento che sarebbe stato spendibile se fosse stato espresso in buon italiano, anziché nel solito gergo lacaniano incomprensibile ai più. Continuare a parlare (per di più di fronte al grande pubblico) del “desiderio dell’Altro” senza voler spiegare che cosa ciò significhi quando si potrebbe più agevolmente parlare di “relazioni”, è una pratica da convento di clausura, è l’esercizio di una microlingua capace di produrre l’isolamento “autistico” di chi la parla in un mondo che è diventato uno sterminato open space telematico. Poiché Di Ciaccia non è certamente illetterato, viene il dubbio che le espressioni usate da Lacan, ancorché tradotte dal francese, siano diventate un feticcio intoccabile; e forse questo è un argomento degno di attenzione da parte degli storici della psicoanalisi.
Se dalla parte di Corbellini e dei critici dell’interpretazione psicoanalitica dell’Autismo si insiste soprattutto nella critica al concetto di “madre coccodrillo” di Lacan, o di “madre frigorifero” di Bettelheim, si ha il dovere di parlar chiaro, perché altrimenti, di fronte a famiglie atterrite dalla prospettiva dell’handicap, qualsiasi espressione che suoni come colpevolizzante, rappresenta un trauma ulteriore, che rende comprensibili, anche se non giustifica, le accuse vergognose che vengono rivolte in rete a Bruno Bettelheim del quale si mette persino in dubbio l’esperienza vissuta a Dachau e a Buchenwald, e seguita, come quella di tanti altri sopravvissuti allo sterminio, dal suicidio.
Ciò che dal dibattito in corso non traspare con sufficiente chiarezza è che soltanto dei clinici poco esperti, indipendentemente dalla scuola di appartenenza, potrebbero “colpevolizzare” chicchessia; e che il problema della relazione primaria fra madre e bambino, oltre a essere ineludibile non può essere soggetto ad alcun tipo di sanzione morale, perché nei casi d’inefficienza materna, la madre stessa è reduce da un passato di trascuratezza e di dolore. In questo campo, gli studi sulla trasmissione transgenerazionale delle conseguenze dei traumi precoci e dei difetti di accudimento, sono troppo universalmente noti e condivisi perché si possa accusare qualcuno: madri troppo giovani, inadeguate al compito di sostenere la nuova vita che nasce, sono spesso, a loro volta, ancora delle bambine non adeguatamente accudite e affettivamente nutrite; donne soggette alla diffusissima depressione post-partum che non riescono a rimanere in intimo contatto emotivo con il bambino che nasce, non possono essere di certo colpevolizzate ma aiutate a sostenere ciò che a loro appare insostenibile. E che dire degli aborti mancati, di quelle situazioni in cui la decisione di proseguire una maternità è stata presa controvoglia o per decisione altrui? Il bambino che nasce, come scriveva lo psicoanalista Sándor Ferenczi, ha un bisogno vitale di essere “bene accolto”: in caso contrario, non trovando affetto, calore e intimità, può essere tentato di “lasciarsi cadere all’indietro, nella non-esistenza”; di morire cioè, o di essere sempre ammalato, o di piangere in continuazione esasperando ulteriormente una madre già troppo stanca e provata.
Ma perché, si dirà, sempre le madri? Perché non i padri, o le nonne, le zie, gli zii? Perché la madre è, per il bambino che nasce, l’intero universo, la casa, “l’Altro” di cui parla Lacan, lo specchio, il contenitore, la fonte di ogni nutrimento, calore e rassicurazione in un’epoca in cui, tutti gli altri non sono ancora stati neppure percepiti. Poi una madre eccessivamente stanca o ammalata può certo, anzi deve!, essere sostituita da qualcuno che la possa alleviare, da qualcuno che possa far sentire al bambino che un temporaneo impedimento della madre non è la caduta in un precipizio senza fine.
Se si fosse detto questo, a Corbellini e alle sue certezze, non sarebbe rimasta altra consolazione che la fede nella medicina basata sull’evidenza, che con il suo corredo di statistiche, acronimi e protocolli costituisce un verbo non meno dogmatico (e per nulla esente da conflitti d’interesse), dello stanco esoterismo rituale di certa psicoanalisi.
Io non credo affatto che la terapia cognitivo-comportamentale sia più o meno efficace della psicoanalisi (che, fra l’altro, non è più una sola, ma si dirama in molti approcci differenti), perché sono fermamente convinto che la bontà di un trattamento sia funzione della relazione intima che si stabilisce fra psicoterapeuta e paziente, in entrambe le direzioni, quali che siano i riferimenti dottrinali del terapeuta. Io stesso, psichiatra di passione psicoanalitica, non ho esitato a rivolgermi a ottimi colleghi cognitivo-comportamentali per miei familiari, quando ho ritenuto giusto farlo. Credo però che si debba sapere a quale obiettivo ci si rivolge e perché lo si fa; quale che sia l’approccio alla patologia autistica, nessuno potrà mai negare l’importanza della cura della relazione fra “quella” madre e “quel” bambino. E se per caso una madre scoprisse di avere per tutta la durata della gravidanza sognato di avere la pancia vuota, sarebbe di certo un grave errore scientifico trascurare quel dato per ripensare l’origine di una patologia, quali che ne siano le concause neurobiologiche di cui nessuno nega l’esistenza o l’evidenza.
Tutti noi psicoterapeuti abbiamo oggi un vitale bisogno di una robusta iniezione di laicità, ottenibile soltanto attraverso lo studio onesto e privo di censure della storia delle nostre discipline. Soltanto così riusciremo a essere un po’ meno partigiani e un po’ più credibili con noi stessi, ogni volta che avremo l’impressione di aver conquistato un piccolissimo frammento di Verità.

domenica 12 febbraio 2012

AMORE DI CONTROTRANSFERT

Una delle ragioni per le quali l'amore di controtransfert è un argomento così poco studiato in psicoanalisi (a differenza dell'odio, oggetto di un memorabile articolo di Winnicott), è che le espressioni amorose, in psicoanalisi, hanno subito per troppo tempo l'ombra del sospetto di essere connotate eroticamente. Ciò vale certamente per l'amore di transfert, sul quale Freud scrisse pagine che poco spazio lasciano a forme amorose diverse dall'erotismo.
E a maggior ragione ciò vale per il controtransfert amoroso, da sempre oggetto di pruderie, di imbarazzo e di sospetto per gli analisti che non ne parlano volentieri, nel timore di essere considerati ancora nevrotici e poco adatti al loro lavoro.
Tanto perbenismo ha prodotto qualche difficoltà nella comprensione dei fenomeni psichici, trascurando, in nome di un pensiero che al fondo risente di un passato monotematico, la possibilità che ci siano forme di amore controtransferale diverse dalla variante erotica.
Se eros e agape configurano relazioni amorose di tipo orizzontale, che dire infatti dell'amore materno, per definizione asimmetrico e verticale, al centro del quale c'è il bisogno di trasmissione della vita? E non solo di quella biologica: anche e soprattutto di quella affettiva, unica garanzia di sopravvivenza reale per una specie continuamente abbarbicata a ipotesi religiose, per la verità piuttosto spericolate, di sopravvivenza eterna dell'Io.
Quindi: è possibile che gli psicoanalisti smettano di vergognarsi di amare i propri pazienti? Io penso di si,  o almeno lo spero.
Resta aperto un problema: che dire delle declinazioni erotiche dell'amore psicoanalitico? Per quello di controtransfert c'è poco da dire: è interamente affidato all'autoanalisi del terapeuta, e, per evitare guai peggiori, sarà bene che sia assolutamente cosciente e magari anche discusso nelle supervisioni e nei gruppi, sempre che analisti, supervisori e gruppi sappiano scrollarsi di dosso l'idea, puerile e ridicola, che si sia analizzati e denevrotizzati completamente una volta per tutte.
Per quanto riguarda il transfert erotico, invece, che un mio maestro definiva "più vicino al transfert negativo che a quello positivo", può essere certamente attribuito a intenzioni ostili da parte di pazienti particolarmente spaventati (o spaventate) da ipotesi di cambiamento, ma chi ci dice che, adottando una prospettiva relazionale, non si scopra che, almeno qualche volta, è l'effetto di pensieri segreti dell'analista?

domenica 5 febbraio 2012

RESISTENZE E MUTUALITA'

La resistenza è stata vista per molto tempo come l’elemento negativo della relazione analitica.
Tuttavia, se si considera l’analisi dal punto di vista dell’interazione e della mutualità, possiamo pensare che, nonostante la sua funzione conflittuale, essa non sia necessariamente al servizio di pulsioni autodistruttive o antivitali.
Ottavio, ad esempio, ha il compito difficilissimo e doloroso di trasferirsi da una dimensione di anestesia dal desiderio nella quale si è autoconfinato per non correre il rischio di sentire i morsi dei bisogni affettivi, a una dimensione nella quale sia possibile sperimentare liberamente il piacere e la gioia. Fra queste due condizioni, vi è però un'intercapedine, un vuoto nel quale è possibile cadere, rivivendo la medesima disperazione sperimentata all'epoca della prima o della più importante esperienza traumatica. Rimasto orfano quand’era giovanissimo dopo essere stato a lungo vittima di una particolare forma di follia familiare, è diventato un uomo adulto e responsabile grazie alle sue sole forze. Ma il prezzo pagato per ottenere questo risultato è stato molto alto: la resilienza, che rende refrattari al dolore, non consente alcuna debolezza, e molto spesso l’Io non è in grado di continuare a pagare indefinitamente, senza ricevere sostentamento e cura. Quindi, l’analisi di Ottavio procede a piccoli passi, e molto spesso mi sorprendo a desiderare che egli afferri la vita con maggiore decisione senza negarsi ciò che oggi chi gli vuol bene è in grado di offrirgli. Ma ciò è contrastato dalla resistenza con la quale Ottavio mi si oppone. In questo senso, la forza del mio desiderio e quella della resistenza, interagendo, producono un effetto di risultante: Ottavio è meno immobile di quanto rischierebbe di essere se non ci fosse l’analisi a spronarlo, ma puntando un po’ i piedi riduce il rischio che si produca uno strappo.

Con certi pazienti non sono capace di lavorare senza passione, e, per fortuna, la loro collaborazione compensa i miei difetti.

sabato 4 febbraio 2012

CI SONO RAGAZZE SPIRALIFORMI

Per molti anni, Matilde (che spero non si dispiaccia  di questa pubblicità) è venuta da me rotolando dentro una sfera di acciaio, postura che ha modellato il suo corpo in forma di spirale. Una volta arrivata, le sue sopracciglia corrucciate spuntavano da uno sportellino malchiuso(*). E per parecchie ere geologiche non è accaduto niente altro.
Da quella posizione e da quel mondo, Matilde avrebbe voluto sempre districarsi, anche se la nostalgia della sfera le è sempre sembrata impossibile da sopportare.
(A questo punto, chi credesse che Matilde sia una normale schizofrenica, sbaglierebbe di grosso: Matilde è un'anormalissima sana di mente, come molti di noi).
Nel dubbio fra uscire e restare dentro, Matilde è divisa. E io anche: al punto che mi chiedo se non dovrei tentare di scoprire come si sta là dentro, anche se, finora, sono rimasto un po' sulle mie. A questo proposito, Matilde sa qualcosa di noi due che io ignoro: è certa che, prima o poi, ci incontreremo. Chissà se dentro o fuori.
 (*) "(Nuvole in viaggio, chiari/reami di lassù! D'alti Eldoradi/malchiuse porte!)" (E. Montale, Corno Inglese).

venerdì 3 febbraio 2012

TURBOLENZE

Chiara vorrebbe esser composta di soli fatti, oggetti concreti, eventi misurabili con appositi strumenti. Non ama prendere in considerazione le proprie parti immateriali: sogni, desideri, speranze, paure. E si oppone al mio insistere nel volerla sognare, immaginare, osservarne l’ombra proiettata sul muro, il rumore dei passi, i segni della testa sul cuscino, e tutto quanto in lei traspare di vivente. 
Chiara mi contesta, e annuncia la prossima fine dei nostri incontri in sospetto di falso, di inutilità, di cura inadatta a lei.
Ma appena mi vede si affretta, trattiene a stento una risata nervosa, è affannata, le manca il respiro, ha un’aria interrogativa. Mi fa pensare a una bambina ansiosa di correre fra le braccia del padre.