Perché Wiesbaden 1932


PERCHE' "WIESBADEN 1932"? Leggete qui



Detto ciò, benvenuti nel mio Blog, angolo per riflessioni da condividere con colleghi e amici selezionati.











domenica 16 dicembre 2012

FORME DI ADATTAMENTO AI TRAUMI PSICHICI


Il trauma esogeno infantile, causato da grave trascuratezza, abbandono, o aggressione violenta, evoca lo spettro della morte. La rescissione delle radici parentali, causata dall'assenza o dal venir meno improvviso del sostegno genitoriale, o addirittura dalla sopraffazione estrema da parte di chi ci si aspetta debba fornire protezione, può avere due sole vie d'uscita: la morte o l'adattamento.
L'adattamento al trauma è una condizione psicopatologica grave (soprattutto perché implica la persistenza dell'agente traumatogeno o addirittura la sua promozione o conferma nel rango di caregiver), ma è anche una via di sopravvivenza rispetto a evoluzioni estreme quali la frammentazione o la morte psichica, la morte tout-court, gli stati dissociativi permanenti.
Ancora troppo spesso, quando una vittima di violenza incontra le Istituzioni che dovrebbero proteggerla, pesa invariabilmente su di lei un sospetto di menzogna prodotta per conto proprio o per procura, di complicità, o addirittura di primo agente provocatore dell'aggressore, come purtroppo ebbe a scrivere uno psicoanalista della statura di Karl Abraham (in: Il trauma sessuale come forma di attività sessuale infantile, 1907).
Se si studiano a fondo i resoconti di Sàndor Ferenczi sull'analisi della paziente R. N. (Diario Clinico Gennaio-Ottobre 1932), si comprende con chiarezza come i traumi estremi patiti nell'infanzia implichino profonde scissioni nella personalità della vittima (ma analoghe considerazioni si potrebbero fare per le vittime adulte di violenza radicale subita nei campi di sterminio, o in condizioni di sequestro, di tortura, o simili). In tali stati psichici le funzioni protettive sono spesso demandate a piccoli frammenti della personalità originaria, o, nei bambini piccoli, potenziale. Questi frammenti assumono il compito di conservare forme sia pure infinitesimali di benessere.
Nelle condizioni in cui l'agente traumatico non può essere allontanato per assenza di aiuti esterni, l'adattamento al trauma diventa un'indispensabile funzione di sopravvivenza psichica. Esso può consistere in forme più o meno larvate di consenso alle aggressioni subite, anche alle più efferate, o al ricorso a stati allucinatori che rappresentino la scena come distante da chi la subisce. La necessità di trovare un modus vivendi con l'aggressore assume in questi casi importanza vitale.
Questi stati mentali, se ignorati dai tecnici e dai magistrati cui spetta il compito di fornire protezione, possono dar luogo a gravissimi fraintendimenti del tutto analoghi a quello che compare nel menzionato articolo scientifico di Karl Abraham.
Tali fraintendimenti danno luogo a fenomeni di ri-abuso, questa volta di provenienza istituzionale, e hanno spesso l'effetto perverso di compromettere per sempre ogni futura speranza di riparazione del tessuto psichico tanto profondamente lesionato.
L'avvio di procedure terapeutiche o giudiziarie, infatti, costituisce una rottura dello stato di adattamento e un passaggio dal perimetro della relazione abusiva a quello di un'altra che pretenderebbe di essere protettiva.
Tuttavia le condizioni nelle quali i meccanismi di adattamento si erano precedentemente instaurati erano così drammatiche da non consentire alternative; ed è pertanto comprensibile e razionale la resistenza del soggetto ad abbandonare la zattera alla quale si è tanto faticosamente aggrappato.
Per questa ragione, chi è investito di compiti tecnici ha l'obbligo di un'ampia conoscenza e di una capacità di previsione delle possibili evoluzioni dello stato di adattamento e della sua maggiore o minore rigidità, al fine di evitare comportamenti sia pure involontariamente iatrogeni e quindi destinati a riproporre come maggiormente affidabile lo stato mentale adattato.
Se, ad esempio, gli abusi sessuali a carico di un bambino si erano accompagnati a un'ingiunzione spesso terribilmente minacciosa di omertà, occorre sapere che l'esposizione dei fatti criminosi di fronte a un perito o a un giudice rappresenterebbero una rottura (di per sé non facilmente ottenibile) del patto omertoso, che per essere realizzabile e duratura, richiede una precisa contropartita: quella di una protezione certa e definitiva. Se questa non può esserci (e la dinamica processuale fa spesso in modo che non ci sia, come nei numerosissimi casi in cui il presunto reo non è riconosciuto colpevole per insufficienza delle prove addotte, che dipendono peraltro, e in grandissima parte, dalla capacità e dal grado di libertà espositiva della giovanissima vittima), allora il risultato dell'atto di fiducia nel mondo adulto fatto dal bambino nel confidarsi con una o più persone, andrà incontro nientemeno che alla restituzione alla potestà dell'abusante che non è stato riconosciuto come tale.
Ciò comporta il ritorno definitivo del bambino sotto la potestà del carnefice e nello stato di adattamento, considerati come luoghi maggiormente inespugnabili e sicuri di ogni stanza di terapia o aula di tribunale.

lunedì 10 dicembre 2012

QUANDO MUORE IL PROPRIO ANALISTA

Quando seppe della morte di sua madre, fu gesto istintivo il coprirsi il volto.
Ora che gli avevano annunciato la morte di chi era stato suo analista (con il quale erano sorti equivoci e incomprensioni, seguite poi da un silenzio tombale protrattosi inviolato per oltre venticinque anni) provò un sentimento dapprima indecifrabile, sospeso fra il dolore e l'indifferenza.
La notizia lo raggiunse mentre stava mostrando a un amico un calendario per l'anno nuovo con bellissime foto de La Sagrada Familia. Il primo pensiero che gli venne, appena si fu riavuto dalla sorpresa, fu proprio quel calendario.
Aveva pensato per molti anni a quella morte, spesso augurandosela. Ma non perché lo odiasse. Si era semplicemente sentito incompreso e aveva trovato molto strano che il suo analista non fosse mai colto dalla curiosità di conoscere ciò che nessuno dei due (per esplicita ammissione di entrambi) aveva capito al termine di un'analisi che aveva lasciato immutate tutte le cose, anche quelle secondarie (illusioni a parte). “Una class action gli avrei dovuto fare”, soleva ripetersi.
Gli era sembrato di non desiderare nulla da lui, e neppure quella morte alla quale, ogni tanto, pensava. Ma “chi pensa alla morte di qualcun altro”, si era detto con ragionare schematico, “probabilmente se la augura”.
Riguardò il calendario e pensò che nel momento in cui lo aveva comperato non avrebbe supposto di scartarlo proprio all’arrivo della notizia. Aveva l'impressione, bizzarra impressione, che quel calendario, per il futuro, gli sarebbe stato caro.
Poi gli tornò in mente l'incipit dell'Aleph di Borges e si rese conto che era di proprio di questo che parlava:

"L’incandescente mattina di febbraio in cui Beatriz Viterbo morì, dopo un’imperiosa agonia che non si abbassò un solo istante al sentimentalismo né al timore, notai che le armature di ferro di piazza della Costituzione avevano cambiato non so quale avviso di sigarette; il fatto mi dolse, perché compresi che l’incessante e vasto universo già si separava da lei e che quel mutamento era il primo di una serie infinita.

Ora anche quel calendario era esterno alla vita del morto. Quando lo aveva comperato, lui era ancora in vita e ora, dentro quella leggera foschia di tristezza, pensava al fatto di non aver immaginato che quando lo avesse scartato lui non sarebbe stato più. Non che pensasse a lui sempre: solo ogni tanto. E quei pensieri di morte che tornavano non troppo di rado ora gli apparivano per quello che erano: segni di antiche rabbie inespresse, ma non solo. Anche oscure premonizioni  di ciò che stava provando ora.
Ripensò all'ultima seduta di tanti anni prima, che era stata anche l'ultimo incontro. L'altro aveva concluso la conversazione con una certa mestizia: "sa, non ho capito che cosa non ha funzionato fra noi". Lui se ne andò, ripetendo fra sé una canzone che gli diceva di andare via di lì, e non tornò mai più. Quanto a quell'interrogativo irrisolto su ciò che non aveva funzionato, se lo sarebbe risolto da solo, molti anni più tardi.
Adesso, ripensando alla ragione della sua tristezza, scopriva di aver desiderato per tutto quel tempo che anche all'altro fosse rimasta la stessa curiosità di sapere il perché delle cose non accadute. Ma siccome nessuno dei due avrebbe fatto mai il primo passo, la morte avrebbe lasciato entrambi all'oscuro l'uno dell'altro. E sarebbe stato per sempre.

sabato 8 dicembre 2012

QUANTO E' LUNGO IL FUTURO?


Dentro la stanza a tre letti c'è un'indefinibile odore di chiuso, misto ad altri che fanno pensare a corpi rilavati da poco, a farmaci e a cibi poco invitanti. La vecchia del letto di mezzo dorme con la bocca aperta. È immobile: sembra morta. Sono mesi che sembra morta.
Nel corridoio, fra l'andirivieni di infermiere vocianti e di degenti che si preparano per tempo per la cena serale delle cinque, la donna passeggia nervosamente avanti e indietro come chi sia pressato da un compito urgente che la riporta subito sui suoi passi, una volta esaurite le mattonelle di quel breve percorso. Ogni tanto la donna entra nelle stanze più affollate, dove i parenti scambiano concitatamente informazioni con le ausiliarie di turno (qui tutto è frenetico, a dispetto del tempo che non passa: chi può, ha fretta di andar via). La donna guarda gli interlocutori con aria interrogativa, come chi si senta chiamato a un compito urgente. Si inserisce nelle discussioni senza interloquire, con l'aria un po' stupita per il fatto di esserne estranea e all'oscuro. Forse è alla ricerca di un'efficienza perduta, di un protagonismo domestico che ne aveva fatto, al suo buon tempo, una donna spiccia e abituata al ponte di comando.
Dopo aver guardato gli interlocutori con aria perplessa, la donna esce di scatto dalla stanza, per riprendere quel suo affaccendarsi inoperoso, percorrendo a passi decisi quel piccolo corridoio, come a risolvere una nuova incombenza subito destinata a dissolversi contro un muro in penombra.
Oggi ci siamo parlati. Mentre sono nel corridoio in attesa, si affianca e mi guarda. Vedendo che ricambio lo sguardo, dice come se io comprendessi: "è là ...", indicando un punto vuoto, a metà del corridoio. Io non dico nulla, ma la guardo annuendo, con un gesto d'intesa. Mi guarda e prosegue, con l'aria quasi rassicurante: "ma non è ...". Sembra che voglia alludere a qualcosa o a qualcuno rispetto a cui ci si può rassicurare. Allora io dico: "ma non fa paura, vero?" "No, no, assolutamente". "Proprio così, proseguo, sembra anche a me che non faccia paura".
Subito dopo mi allontano. Le stesse ragioni che mi hanno condotto qua, mi portano fuori dal reparto per circa un quarto d'ora. Poi ritorno dentro.
Sono ancora nel corridoio, in attesa. La donna sta procedendo verso di me, e inizia a gesticolare, come per chiedermi di andarle incontro, intanto che procede. Io rimango fermo, con lo sguardo a terra. La signora mi viene accanto: "lei è quel signore di prima, vero? perché non è venuto? La chiamavo!" "Mi scusi, rispondo mentendo, ero soprappensiero, guardavo per terra e non ho visto che mi chiamava". In realtà volevo risponderle, evitando però di andarle incontro per non trasformare la nostra conversazione di prima in una pantomima che non avrebbe fatto bene né a lei né a me.
Mi guarda e dice: "io sono andata. Ho cercato di ..." fa un gesto con le mani, come chi mette assieme qualcosa. Fantastico di un oggetto assemblato in maniera precaria, la cui persistenza durerà un tempo molto limitato.
"Io, sa, ho fatto quello che potevo ... Per adesso sembra che ... Ma non so se ... Non so per quanto ...." La ascolto attentamente: davanti a quel discorso che in altri momenti della mia vita avrei  considerato fastidioso, mi sento a mio agio. Lei non sa dire, ma ciò che vorrebbe dire per me è chiaro: basta pensare a quanto futuro le resta. È una donna dal fisico ancora energico e scattante, ma il suo destino potrebbe misurarsi su di una corona di rosario fatta di piccoli istanti.
Ho pensato altre volte al significato di un futuro che si accorcia. E mi sono chiesto anche come sarò io quando me ne resterà pochissimo. Per questo non mi sembra per niente  strano o incomprensibile quel suo sconsolato bisogno di dirmi che lei il suo futuro sta cercando di tenerlo assieme, e per un po', forse, ci riuscirà. Ma per quanto tempo ancora? Non è tutto così dolorosamente precario?
Più tardi, siamo seduti nella caffetteria dell'Istituto, assieme alla persona che siamo venuti a trovare. "Sono contenta", dice mia figlia, all'improvviso. "Di che cosa?", le chiedo. "Di tutto!".

(Al momento di andar via dopo il pasto delle cinque che prelude al ritiro in camera delle degenti per una notte che inizia all'imbrunire, una donna che vedo per la prima volta, mi chiama: "dove vai?" "vado via", rispondo. "Vai già via?" "E' tardi" "Che ora è?", insiste. "Sono le cinque e mezza", rispondo. "Ma non è tardi, allora! Puoi restare ancora un po'").

giovedì 6 dicembre 2012

OTTIMISMO


Io sono un ottimista. Dopo tanti anni affronto il mio lavoro con avidità ed entusiasmo infantili. Credo di avere una buona dose di energia, che cerco di trasmettere. Ho attraversato luoghi desolati e pieni di dolore, e ogni volta che ho potuto ho detto: vedi questo è stato, ma ora non è più. Ora lo guardiamo da una postazione sicura. Lo possiamo guardare perché non hai più bisogno di loro. Loro ti facevano del male e tu non potevi rappresentarteli così come li percepivi perché non lo avresti sopportato. Così, seppellivi il dolore e il disgusto, fingendo che non ci fossero. Così sei cresciuta nella nebbia di chi non sente il dolore. Ma una parte di te, esiliata, avrebbe voluto piangere. Ora può.
Dire questo è possibile se si percepisce la differenza fra ieri e oggi, fra il buio e la luce. Ma con lei non ci riesco.
Quando entra lei, sembra che entri una forma leggera e goffa, inconsistente e disarmonica. Urta le sedie ma non tocca terra.
Una volta mi ha detto: “in certi posti non sono bene accolta”. La frase mi è caduta addosso come uno schiaffo, perché in certi momenti io desidero che lei non ci sia. Eppure so che se non la sorreggo cade, e se la lascio cadere io, cade per sempre.
Oggi la seduta è stata particolarmente pesante: cinquanta minuti di orrore e di rabbia sorda, per fuggire dalla quale mi rintanerei volentieri nella fantasia di uccidere suo padre e i suoi amici. Ma la cosa insopportabile non è quello che mi racconta, ma il fatto che non riesco a vedere niente. E’ un tunnel infinito, senza uscita, e probabilmente, il mio compito, per adesso, è quello di rimanere qui, con lo stomaco stretto e le palpebre pesanti, senza poter dire altro che dei mh.
Ecco, sono riuscito a formulare due parole meno pesanti: “per adesso”. Peccato che lei non sia qui, a sentirne il rumore.

domenica 2 dicembre 2012

ANALISTI FERENCZIANI


In un breve lasso di tempo, ben due Colleghi mi hanno chiesto informazioni relative alla possibilità di reperire un analista "ferencziano".
La richiesta mi ha un po' spiazzato perché, a parte la possibilità di offrire nominativi "classici" di personalità scientifiche che più a lungo di altri hanno riflettuto e scritto sull'opera, la vita e lo stile di Ferenczi imparando a mutuare criticamente da lui la loro prassi clinica quotidiana (in Italia: Franco Borgogno e Carlo Bonomi), non saprei proprio che cosa rispondere.
Se ripercorro l'elenco dei soci dell'Associazione Culturale Sàndor Ferenczi, trovo decine di nomi di colleghi che hanno esperienza, capacità, competenza, empatia, originalità e autonomia di pensiero. Ma di nessuno di loro potrei dire che è "ferencziano", così come non posso dirlo di me stesso.
Perché io non so che cosa significhi essere ferencziano: anzi, l'unica cosa di cui sono certo è che ciò non potrebbe mai significare appartenenza a un gruppo definibile come tale.
L'Associazione di cui faccio parte si ispira al nome e all'opera di Ferenczi e partecipa a un network internazionale in cui professionisti di vari Paesi condividono il piacere e l'interesse scientifico per l'opera di Ferenczi e per la sua storia personale, indissolubilmente intrecciata con la storia della psicoanalisi di cui sono accaniti studiosi, e si riuniscono ogni tre anni in varie parti del mondo per riflettere assieme sui temi a loro cari.
Le associazioni culturali simili alla nostra (ve ne sono, in numero crescente, in varie nazioni) non sono per nulla definibili come società psicoanalitiche nel senso proprio del termine. Una società psicoanalitica di stampo tradizionale, in qualsiasi orientamento e compagine internazionale essa si riconosca, ha caratteristiche ben precise, disponendo innanzitutto di  un Istituto di training che forma allievi ai quali conferisce la qualifica di psicoanalista come risultato di tale formazione, e, in genere, è composta soltanto di soci formati al proprio interno.
L'Associazione Culturale Sàndor Ferenczi ad esempio, non è nulla di tutto questo: promuove incroci di saperi diversi, fa circolare le idee, non fornisce diplomi o qualifiche , né decreta appartenenze. È nata e continuerà a essere, orgogliosamente, un luogo trasversale e aperto a chiunque condivida le stesse finalità, inclusivo e soprattutto scientificamente laico, nel senso più ampio che a tale termine si può conferire.

Ma allora, ci si potrebbe chiedere, quali caratteristiche dovrebbero avere psicoanalisti o psicoterapeuti che abbiano scelto l'opera di Sàndor Ferenczi come fonte principale di ispirazione?

Cercherò di rispondere, senza l'ambizione di scrivere un "manifesto" (non ne avrei l'autorità, né la necessaria statura scientifica), ma provando a tracciare una mappa aperta e suscettibile di ogni sorta di integrazioni e modifiche, alle quali solleciterei chi mi legge a contribuire. Elencherò quindi alcune caratteristiche così da delineare un profilo.

1) Innanzitutto, il bipersonalismo. È l'idea che nella situazione analitica non entra soltanto l'inconscio del paziente ma anche quello dell'analista. Anche l'inconscio dell'analista deve essere analizzato in primo luogo dal terapeuta stesso, che dovrebbe essere in grado di accogliere con onestà autocritica le eventuali intuizioni "controtransferali" del paziente, riconoscendole e ammettendone con lui la fondatezza. Un comportamento opposto avrebbe come conseguenza la repressione della capacità intuitiva del paziente che sarebbe spinto, come sostiene Ferenczi nel Diario Clinico, a "essere offeso per la mancanza o scarsità di interesse"; a "cercare la causa della mancata reazione in se stesso, nella qualità della sua comunicazione" e, ciò che è più grave, "a dubitare della realtà del contenuto" dei propri pensieri (Diario Clinico, 7 Gennaio 1932, "L'insensibilità dell'analista").
2) In secondo luogo un'attenzione precisa e non occasionale agli eventi storici della vita del paziente e al loro manifestarsi all'interno delle produzioni inconsce. In particolare alle esperienze traumatiche e al loro potenziale "estrattivo" (il termine è di Borgogno) e distruttivo delle passioni vitali e delle pulsioni autoconservative dell'individuo.
3) Poi, una declinazione della tecnica e dell'atteggiamento emotivo che includa lo stile materno nel lavoro clinico, non disdegnando di aiutare il paziente a vivere un'"esperienza emozionale correttiva" che, depurata di qualsiasi atteggiamento pedagogico e saldamente sostenuta dalla capacità di utilizzare la rêverie di entrambi gli interlocutori, consenta la ripetizione degli affetti mobilitati nella precedente relazione traumatica in un contesto questa volta protettivo, per un "nuovo inizio" (secondo la nota definizione di Michael Balint).
4) La disposizione a sostenere un alto grado di mutualità nella relazione terapeutica, mantenendo come punto fermo l'asimmetria della stessa.
5) Lo studio critico e spassionato della storia della psicoanalisi come fonte di riflessione sulla realtà naturalmente e vitalmente conflittuale del pensiero psicoanalitico e delle vicende del suo  sviluppo, nella serena convinzione che la psicoanalisi, come tutto ciò che è vivo, si muove e si trasforma incessantemente.
6) La tensione verso una condizione di autentica "laicità" della psicoanalisi (dove con l'aggettivo "laico" si intende non semplicemente "non medico", come nell'uso storicamente invalso, ma più correttamente "non clericale") nel rispetto della sua originaria ispirazione anti-idolatrica, attraverso la consapevolezza della necessità di superamento di qualsiasi forma di clericalismo e di idealizzazione dei Padri, che rischi di condurre a forme larvate di conformismo scientifico e di autoritarismo didattico.

Questi ed altri a venire (la discussione è aperta) i punti che potrebbero caratterizzare il profilo di un ipotetico o ideale analista che si ispiri alle idee di Ferenczi.

sabato 24 novembre 2012

ALDO BUSI E IL BAMBINO TRANSGENDER


Sulla scia di un tristissimo episodio di cronaca (il suicidio di un adolescente che era stato oggetto di scherno da parte di compagni omofobi), su "Repubblica" di oggi 24 novembre 2012, Aldo Busi pubblica un lungo e interessante articolo che parla di un bambino transgender e della sua famiglia tollerante.
Dalle parole dello scrittore, da quel suo compiaciuto stupore per un padre e una madre che dicono "non ci vuol molto ad essere dei bravi pedagoghi: invece di strappare i suoni che vuoi tu, col rischio di avere in risposta le urla sincopate di una bestiola in gabbia, resti in ascolto dell'umanità per come è fatta", si intuisce tutto il dolore di chi si è sentito straniero nella propria famiglia, irrimediabilmente "diverso" e rifiutato.
Come si fa, allora, a non solidarizzare con Busi, come si fa a non condividerne l'ammirazione per una famiglia che compie lo sforzo estremo di rinunciare a proiettare nel figlio reale un qualsiasi figlio immaginato? La questione riveste primaria importanza anche perché non investe soltanto le scelte di genere o di orientamento sessuale dei nostri figli e il loro eventuale sviluppo "atipico". Essa riguarda ogni ambito dello sviluppo della personalità. Mio padre, buonanima, uomo buono ma devoto a un certo sistema di valori socioculturali e a una certa ideologia politica allora egemone, soffrì molto quando scoprì di essersi allevato in seno un figlio "comunista" e troppo incline a sfuggire le scelte di vita che la famiglia intera aveva sognato per lui. Questa fu  la storia di centinaia di individui appartenenti alla mia generazione, mentre a quelli appartenenti alle generazioni successive accadde, una volta diventati genitori, anche di "peggio", per essersi dovuti adattare ad accettare scelte dei figli imprevedibili nel costume, nelle aspirazioni, nei valori. Non tutto, di ciò che andava contro i desideri dei genitori, fu egualmente accettabile, egualmente condivisibile, sopratutto se incompatibile con la felicità e con la vita; ma certo, si pose, forse in misura mai sperimentata prima, la necessità di mettersi "in ascolto dell'umanità per come è fatta", rinunciando una volta per tutte al paternalismo, a quella "pedagogia nera", patriarcale e distruttiva, che tanti guasti aveva prodotto durante il secolo che ci aveva preceduti.
Tuttavia anche oggi, quarantacinque anni dopo quel fatale 1968, per ogni individuo che si affacci all'esperienza genitoriale si pone il tema stringente di una rinuncia alla soddisfazione narcisistica di promuovere in misura prioritaria il proprio compimento, in favore del compimento di qualcun altro. Ogni volta che diventiamo genitori dobbiamo compiere una rinuncia: se ciò non accadesse, i nostri figli dovrebbero subire la proiezione dei nostri desideri, delle nostre identificazioni fino a esserne riempiti fino a scoppiare e a ribellarsi; oppure a sottomettervisi, lasciando morire così la propria anima, assieme alla propria irripetibile unicità.
Fra le divergenze più acute che un individuo eterosessuale può incontrare lungo il percorso della propria paternità vi può essere quella di un figlio omosessuale o "addirittura" transgender. Questa trasgressione suprema del genere o dell'orientamento apparentemente assegnatoci dalla natura, può essere sì una espressione di totale aspirazione alla libertà, che come tale va difesa e valorizzata; ma può esse anche altro.
Intorno alla fondamentale questione dei diritti delle persone omosessuali e transgender, oggi, nel nostro sempre vivace Paese, si affrontano due partiti uno dei quali è sicuramente estremista, becero, violento e razzista, mentre l'altro corre il rischio di fare della propria generosità e sensibilità un rituale vuoto e conformista.
Dico ciò pensando proprio al bambino transgender raccontato da Busi e alla sua coraggiosa famiglia: perché quel bambino oggi rischia di essere sacralizzato, innalzato sugli altari, diventando un piccolo Buddha intoccabile, cioè un paria. Dico questo perché ho notato con preoccupazione che dalle parole del padre raccontate da Busi è assente qualsiasi idea di conflitto, di sofferenza, di insofferenza. In quella famiglia regna la Pace Perfetta, la Tolleranza Assoluta, la capacità definitiva di rinunciare al proprio narcisismo che ci spinge ad imporre al nostro bambino reale gli abiti mentali del bambino desiderato. 
Di certo, l'omosessualità non è una malattia, come è definitivamente chiaro anche agli occhi della psichiatria maggiormente ancorata al passato. Ma ciò non significa che un omosessuale sia una persona esente da angosce e sofferenze per le identiche umanissime ragioni per le quali soffriamo tutti. Nell'esercizio della professione, ho visto fin troppi individui fuggire da un'identità di genere per sottrarsi o per assecondare la bramosia dei loro stupratori: ragazze che volevano farsi amputare i seni, per diventare maschi. O ragazzini diventati gay per sottostare a una volontà altrui. Certo il modo gay non si esaurisce in questo: è molto altro, di più e di meglio. Ma di fronte ad ogni individuo, di qualsiasi orientamento e genere, dobbiamo porci in ascolto reale, a tutto campo, guardandoci dalle demonizzazioni come anche da idealizzazioni che possono rivelarsi altrettanto traditrici.
E ai genitori del bambino descritto tanto trionfalisticamente da Busi, vorrei dire di fare attenzione alle sue troppe personalità, e alla sua capacità di tenerle tutte assieme. Perché fra i pericoli del mondo non c'è soltanto la violenza degli intolleranti, c'è anche la capacità di tenuta della mente. Perché di confusione si può anche morire. 

martedì 20 novembre 2012

DAL TRONO DI DIO

Soledad è una donna appassionata, la cui disposizione all’attaccamento si è rivelata, fin dal primo istante, estremamente tenace. La “sento” solidamente attaccata e bisognosa di legame, anche se ciò contrasta con l’ipotesi di ambivalenza che si può avanzare di fronte al ripetersi dei suoi piccoli ritardi, che sono giustificati dal fatto che il mio studio sarebbe “a tron di dio”, vale a dire in un punto lontanissimo, irraggiungibile (prima di questa circostanza non avevo mai pensato - che potere straordinario ha la scrittura!- al significato di questa frase idiomatica: il trono di Dio è il punto più lontano da raggiungere, da qualsiasi latitudine noi partiamo, e forse anche la sorgente del TUONO di Dio, cioè della paranoia primaria).
Forse è per questa ragione che, come chi abbia compiuto un cammino tanto lungo, Soledad deve trattenermi saldamente dentro il suo campo visivo rimanendo seduta di fronte a me, anziché sdraiarsi sul lettino come pure le ho più volte suggerito.
Se io fossi uno psicoanalista blank screen (qualcuno obietterà: “se tu fossi uno psicoanalista”) avrei forse, con un po’ di fatica e una buona dose di imposizione, ottenuto che Soledad si sdraiasse, lasciando poi al lavoro interpretativo il compito di venire a capo del suo conflitto, che è quello -mi par di capire- di chi è molto preoccupato di suggere il latte materno fino all’ultima goccia, non lasciandosi sfuggire niente, nella probabile convinzione che comunque niente basterà.
Per ottenere questo scopo, Soledad si attacca con gli strumenti di un’allegria di fondo che pervade la sua depressione, e che mi diverte molto.
E’ molto piacevole stare a contatto con Soledad, anche se ciò mi impedisce di fare un lavoro più pulitamente psicoanalitico (anche noi terapeuti bipersonalisti ci proviamo); qualcuno potrebbe chiamare tutto ciò seduzione, ma essere sedotti significa essere trascinati in un luogo dove un altro ci conduce prima ancora che noi abbiamo deciso di andarci, mentre io sono un compagno di viaggio ostinato e piuttosto litigioso. Così non ho paura della seduttività di Soledad (siamo tutti e due abbastanza anziani da non farci venire idee troppo strane o pericolose), e per questo, nel cammino che abbiamo intrapreso, mi pongo soprattutto l’obiettivo di precederla sempre di qualche passo, per aspettarla dietro ogni curva, seduto sulla seggiola della Madre, anziché sul trono di Dio. Prima o poi lei, che è una donna molto intelligente, imparerà a distinguere.

Ciò premesso, mi chiedo che cosa perdiamo, Soledad e anche io, dal fatto che non si stia facendo un lavoro conforme al canone.
Da tempo considero il lavoro terapeutico di questo genere come una possibile risposta al tema sollevato da Winnicott, quando parla della funzione di specchio esercitato dal volto della madre sullo sguardo del bambino (o del paziente). E’ questo, io credo, il punto dal quale dobbiamo partire, se vogliamo riflettere sulla dinamica della relazione terapeutica vis-à-vis, che può essere una riedizione del legame madre-bambino quale si presenta nei primi anni di vita.
In confronto a ciò, il lavoro psicoanalitico con il paziente sdraiato sul lettino mi sembra più simile alla rêverie che si instaura fra madre e figlio (figlia) durante la gravidanza. Escluso ogni altro tipo di comunicazione mimica e persino verbale, la comunicazione è condotta attraverso le identificazioni reciproche; una specie di telepatia, insomma.

La considerevole difficoltà che deriva dalla pretesa di effettuare del lavoro psicoanalitico da una posizione vis-à-vis è quella della comunicazione gestuale, il più delle volte inconscia, che si svolge in entrambi i sensi fra paziente e analista.
In questo caso lo sguardo e la mimica facciale veicolano comunicazioni che l’analista non è quasi mai in grado di controllare, e che possono essere comprese e decodificate soltanto in parte e soprattutto dopo che si sono manifestate.


Un esempio: l’altro giorno, pochi minuti prima che una Soledad insolitamente puntuale entrasse nella stanza, avevo appreso dal computer una notizia (non ricordo esattamente quale) che doveva avermi reso pensieroso. Pertanto, devo aver accolto Soledad con una faccia particolarmente “blank screen”. In seguito a ciò, quando la donna, con l’espressione preoccupata, mi ha chiesto: “è arrabbiato?”, mi sono sentito per un attimo spiazzato, e ho risposto proprio quello che non avrei dovuto, ciò che chiude ogni ipotesi, anziché aprirla: “no, non sono arrabbiato”, senza approfondire ulteriormente l’argomento.
Nel rivedere criticamente quella mia risposta, mi sono giustificato con me stesso dicendomi che, se la paziente fosse stata sdraiata sul lettino, avrei avuto tutto il tempo di rimanere in silenzio e di pensare, ricorrendo a quel rallentamento del tempo forse un po’ artificiale ma tanto prezioso per il lavoro dell’analista; e poi -ho aggiunto fra me e me- la percezione di Soledad non era il frutto di una sua proiezione, perché il mio stato d’animo era effettivamente occupato da un pensiero spiacevole.
Ma è sufficiente tutto ciò a liquidare la questione? Direi di no, anzi: posso ipotizzare persino che la percezione angosciata dei contenuti provenienti dal mio interno e l’aspettativa che essi avessero un significato per lei persecutorio (il "Tuono di Dio") debba essere, a seguito della mia performance così intempestiva e poco brillante, persino aumentata.

Soledad ha percepito la reale esistenza di miei pensieri “neri”, percezione che ha coinciso con il saluto, quindi con l’accoglienza (in un certo senso: con la nascita). Il mio comportamento successivo è stato quello di affermare con sbrigativa perentorietà che non c’era rabbia dentro di me (effettivamente, non ero arrabbiato), evitando di spiegare la vera causa della mia espressione mimica. La paziente potrebbe aver percepito un messaggio del genere: “ciò che c‘è dentro di me e che ti fa paura non devi saperlo”: un viatico poco rassicurante per la notte. Poiché non si può dormire con un pensiero del genere, si seppellisce tutto nel più profondo della cantina; poi, dal buio, saliranno gl’incubi. Soledad è stata “male accolta”, e il bambino male accolto, sostiene Ferenczi, è soggetto in maniera particolarmente intensa a desideri di morte.
E allora che fare? Non posso essere certo che la prossima volta farò meglio, perché il ritmo della comunicazione vis-à-vis non consente più di tanto il controllo preventivo delle comunicazioni. E allora non c’è che una strada: quella di tornare, appena se ne presenterà l’occasione, sull’argomento, scendendo “attivamente” in cantina a cercare quello che si è depositato per portarlo alla luce del sole. Il cantiere è aperto, e la psicoterapia vis-à-vis può essere non inutilmente l’analisi fatta con il senno di poi.

martedì 6 novembre 2012

AVER TORTO

Carlotta (nome di fantasia) è una psicologa da anni impegnata nella tutela dei bambini e nel sostegno alla genitorialità.
L'altro giorno, mentre pranzavamo assieme, abbiamo a lungo ragionato sulla diversità fra il sentirsi arbitri di vicende familiari complesse, e il far fronte alle nostre normali (e talvolta dolorose) incombenze di genitori. Pochi giorni dopo, mi ha fatto pervenire questa "lettera indirizzata a se stessa", che mi ha autorizzato a pubblicare sul Blog.

Lettera a me stessa
di Carlotta B.

Hai sempre avuto ragione. Come tutti, del resto, hanno sempre ragione. Avevi ragione quando litigavi con tuo padre per la politica, e l'avesti persino quella volta che ti bocciarono sonoramente lasciandoti con il culo per terra. Quella volta lì eri sicura di aver torto perché loro non potevano sbagliare; ma capire dove avevi sbagliato tu era un rebus impossibile da risolvere. Ci vollero anni di penitenza per arrivare a comprendere che tutta quell'infallibilità che avevi loro attribuito era l'esigenza nevrotica di una bambina insicura che aveva deciso di costruirsi un padre onnipotente che la proteggesse per sempre. E fu una grande emozione scoprire un giorno che in quei tuoi fallimenti c'era una verità: fallivi perché qualcosa in quel padre onnipotente non ti piaceva affatto. E l'errore era stato quello di non aver dato voce a quel tuo dissenso, nell'averlo soffocato nascondendolo persino a te stessa, perché eri terrorizzata dall'idea di rimanere sola. Quindi hai avuto ragione anche quando hai avuto torto: una discreta soddisfazione, anche se il prezzo pagato era stato alto. E poi hai avuto ragione un mucchio di volte, scontrandoti in maniera sanguigna, e arrabbiandoti fino a rischiare di star male, contro la superficialità la rozzezza e l'ignoranza dei tuoi avversari. Avevi combattuto, insomma. In nome dell'aver ragione.
Ma ora hai torto. Ora che lei se ne va, e tu ti arrabbi perché non lo fa rispettando i modi e i tempi canonici. Ora che fa qualcosa che accoglieresti con soddisfazione in qualsiasi tuo paziente: uno qualsiasi di quelli che speri imparino a stare in piedi da soli. Perché è per questo che si fanno i figli (come non ti stanchi di ripetere ogni volta in cui ostenti la tua ragione da vendere): per vederli andar via e dire: "ho fatto il mio lavoro". Perché sai (lo predichi da anni) che tutto nasce dal narcisismo dei genitori che considerano i figli come un dono per sé. Quando era nata, tu ti eri consolata di quel distacco da te, pensando: "ora il mio narcisismo ha imboccato una curva a gomito: prima la mia vita era esclusivamente dedita alla realizzazione di me stessa, mentre ora io passo in secondo piano". Ma quanta autenticità vi era in tanta saggezza? E dov'era finito l'egoismo di sempre? Sparito per sempre? O messo solo momentaneamente da parte? Certo, non ci si può annullare per i figli come aveva fatto tua madre con te, ma almeno non bisogna perdere le coordinate: il tuo GPS interno dovrebbe sempre indicarti il punto in cui ti trovi. E tu ora sei nel punto del torto marcio.
Ti preoccupavi tanto per quella figlia che non cresceva, sempre un po' imbambolata, sempre lenta. Hai speso ogni sforzo e ogni soldo per aiutarla. Volevi che diventasse adulta, una bella mente. Come la tua. Diciamo la verità: avresti voluto farne una copia di te, qualcuno che potesse portare avanti la tua voglia di sapere, avida e incessante. Perché una vita non basta, e ogni volta che guardi la tua libreria ti chiedi dove finirà tutto questo, dopo. Non sei abbastanza importante perché possa diventare un museo né così irrilevante da poter mandare tutto al negozio dei libri usati senza nemmeno un rimpianto. Così avresti voluto che lei ti continuasse. Ma se tanto mi dà tanto, potrebbe essere che anche lei abbia tentato di fallire per sottrarsi ai tuoi desideri di farne una copia; in fondo, è la stessa cosa che hai fatto tu con i Maestri. Così è rimasta lì, sospesa fra il crescere e il non crescere, ostinatamente attaccata alle favole dell'infanzia fintanto che un giorno vi ha detto, senza che nessuno se lo aspettasse, che avrebbe preferito vivere da un'altra parte. Dapprima hai sorriso, poi hai pensato che ci fosse qualcuno con cui volesse aver campo libero, poi hai cominciato a sentire che lei ci tiene davvero, che non è la sfuriata di un momento, che è un'esigenza e non un capriccio. E hai cominciato a non voler capire più e ad arrabbiarti. Ma siccome hai capito benissimo, ciò che ti resta è questa tua tristezza. 
E quindi, che dire adesso delle curve a gomito del narcisismo? Se tuo figlio decide di provare a camminare da solo dovresti prendere la notizia con soddisfazione. Ma non puoi perché questo  è un altro segno del tuo invecchiare. E allora non ti restano che rabbia e tristezza, e alla fine di tutto questo, la calma sensazione di aver torto."

sabato 20 ottobre 2012

PENSIERI DI UN PORTIERE D'ALBERGO


Io non me lo ricordo, ma quella volta ai nastri di partenza eravamo milioni. Avessi avuto l'esperienza del dopo, mai e poi mai mi sarei sognato di vincere. Ma, grazie al buio di quell'ignoranza assoluta che nulla concede alla sfiducia o al super-Io castrante, corsi e corsi e corsi, e arrivai, incredibilmente, primo. Anzi unico. E dire che in seguito non sarebbe mai più successo: anzi, essendo io sempre un po' grasso, lento e scoordinato, avrei ben presto rinunciato a correre, e, soprattutto, a gareggiare.
Ma quella volta andò così e fui insignito dell'alloro. Quando vinci, però, un minuto dopo sei di nuovo davanti a un'altra sfida, ma per parecchio tempo fui senza concorrenti.
Quando uscii fuori, poi, mi resi conto molto presto che dovevo muovermi con circospezione assoluta, perché il paesaggio era pieno di macerie di guerra. Anzi di molte guerre: la prima e più devastante era appena finita, e nelle fotografie di allora sono assieme a mio padre e mia madre vicino a una colonna con gli stemmi delle repubbliche marinare, mezza sbriciolata. Una colonna che non avrei più rivisto. E poi c'erano le guerre piccole, fatte di battaglie il cui fischiare di pallottole mi faceva bruciare la pelle. Ma in qualche modo me la cavai sempre, anche se tutto il dolore che c'era attorno a me avrei dovuto portarlo sulle spalle per un tempo lunghissimo. Forse fu proprio quel peso sulle spalle a rallentare la mia corsa, e forse fu per questo che non mi mossi mai più con la velocità della prima volta. Ma qualcuno che viaggiava con me portando lo stesso peso non ce la fece ad arrivare in fondo, e ancora una volta mi trovai a correre da solo.
Sono stato un corridore fortunato, nonostante tutto. Alla fine ho sempre vinto: non senza sforzo, né con l'oro del primo posto, magari con eccessiva lentezza, ma alla fine sono sempre arrivato alla meta con poche ammaccature. Una fu più dolorosa e lunga a guarire delle altre, ma alla fine anche quella smise di far male (solo ogni tanto, si fa sentire ancora). E in fondo a tutto c'è lei, la Signora, quella che vince sempre. Anche con lei dovrò gareggiare, fino alla corsa più difficile, quella in cui è matematicamente sicuro che perderò. Finora si è fatta vedere da lontano, come chi non ha troppa fretta d'incontrarti. Ma il tempo che resta prima dell'inizio dell'ultima manche corre veloce.

Ieri, alla reception della pensione che guarda sul lago, si è presentata una sconosciuta, di nome Soledad. Non era prenotata, ma siccome avevo una stanza libera, non c'è stato problema ad accoglierla. È una donna in là negli anni. Dev'essere stata molto bella da giovane: lo si capisce dai lineamenti del viso, dai suoi occhi, e soprattutto dalle mani. Mi pare anzi di capire che sia stata una tombeuse d'hommes, una stracciacuori. Ha avuto quattro mariti e un certo numero di figli, e proviene da una famiglia che non sembra averle lasciato, al contrario della maggior parte degli altri miei ospiti, gravi ferite nell'anima. Eppure  tutti i suoi racconti sono coperti da un velo uniforme di tristezza. Alcuni anni fa ha incontrato anche lei la Signora, che però le è andata molto vicina. Infinitamente più vicina che a me.
Ora, il problema sembra quello di cercare, durante il lungo soggiorno in questa pensione che guarda sul lago, una cura ricostituente, una qualche acqua termale che le restituisca quella vitalità di cui mi racconta di essere stata tanto ricca. Benvenuta Soledad, le ho detto, mentre registravo i suoi documenti. Poi, quando è salita in camera, mi sono chiesto: qui la gente viene a prendere qualcosa che io ho. Ma siccome anch'io, come Soledad, ho un appuntamento indefinito con la Signora, mi chiedo dove prenderò quello che le serve. Ma non preoccupiamoci, ho finito per pensare. Il viaggio certamente ha un capolinea, ma il panorama che incontreremo prima di arrivare a destinazione potrà essere molto, molto bello.

mercoledì 3 ottobre 2012

LO STATO MENTALE DEL TERAPEUTA


La dott.ssa Amalia L. è la psicoterapeuta di Giorgio, un bambino di terza elementare che all’età di tre anni e mezzo è stato operato per un tumore al cervello. Qualche settimana prima delle vacanze estive, Amalia mi aveva chiesto di aiutarla perché si sentiva in un vicolo cieco: la terapia era iniziata da un paio di mesi ma Giorgio non sembrava voler entrare in relazione con lei, e soprattutto “non toccava la scatola”. La “scatola” è il contenitore dei giocattoli che si usano normalmente in psicoterapia infantile. Mi disse che  Giorgio si limitava a disegnare.
Non trovando nulla di strano in questo comportamento, dissi che avremmo potuto studiare assieme la gran copia di disegni prodotti dal bambino, mettendoli in relazione con lo svolgersi delle sedute, ma Amalia non sembrava particolarmente persuasa che questa soluzione potesse rivelarsi soddisfacente. Appariva invece molto ansiosa di scoprire “dove lei stesse sbagliando”.
Fra tutte le informazioni che Amalia mi fornì ve ne fu una particolarmente inquietante: aveva saputo da un’insegnante che durante il ricovero in ospedale, Giorgio avrebbe “assistito” alla morte di un coetaneo compagno di stanza.
Di fronte a questa notizia, feci un commento che sembrò colpire molto Amalia: “accidenti", osservai: "questo bambino ha già incontrato la morte per ben due volte”.
Udite queste parole, che a me sembravano di un’ovvietà assoluta, Amalia spalancò gli occhi, e si affrettò ad appuntarle sul proprio taccuino.
Confesso che, in quel momento, ebbi dentro di me un moto di fastidio. Possibile, mi dicevo, che una donna laureata in psicologia, da poco diplomata specialista in psicoterapia, senta il bisogno di appuntarsi una considerazione tanto evidente? Il bambino ha avuto un tumore al cervello e ha visto morire un compagno: non sono questi due incontri con la morte? E c’è bisogno di prendere appunti? E’ così bassa la fiducia della collega nella possibilità di trattenere i pensieri che riguardano i suoi pazienti? Poiché avevo in mente troppo poco, non dissi nulla; le vacanze estive erano imminenti, e a settembre, al rientro, ci saremmo rivisti per capire se fosse il caso di procedere a  una supervisione. 
Stamani,  dopo due mesi, ho rivisto Amalia, che, sorridente, mi ha detto che dopo il nostro incontro, le cose sono molto cambiate. “Si vede che il tuo passaggio ha avviato una trasformazione”, mi ha detto Amalia, facendomi sentire un po’ San Francesco. “Pensa, ha aggiunto, che Giorgio mi ha raccontato tutto della malattia e dell’operazione, mi ha fatto vedere i suoi “tagli” (le cicatrici operatorie sul cranio e sul corpo), e infine mi ha detto di aver assistito alla morte di un suo amico”.
A quel punto, mi è tornato in mente l’episodio dell’annotazione che Amalia aveva trascritto, e del moto di impazienza che mi aveva attraversato. Ma questa volta l’ho guardato sotto una luce diversa. Mi sono ricordato della gravidanza di Amalia, della sua gioia e delle sue ansie. Dopo quel pensiero, non avevo più davanti a me una collega in difficoltà, ma una madre spaventata per qualcosa che potrebbe accadere a ogni bambino. Le ho chiesto: “quanti anni ha tuo figlio?” “Tre e mezzo” mi ha risposto. "Quanti anni aveva Giorgio all’epoca dell’operazione?” “Tre anni e mezzo! Anche lui!” ha esclamato con emozionata sorpresa. “Ecco vedi, le ho detto. Quando ti sei trovata di fronte alle angosce di morte di questo bambino, ti sei rifugiata in un isolamento che te lo faceva sentire irraggiungibile. In realtà eri tu che non riuscivi a stare a contatto con tutta quella angoscia. L’ho notato quando ti sei appuntata la mia osservazione sul fatto che il bambino aveva conosciuto troppo presto la morte, come se avessi detto qualcosa di particolarmente intelligente o sofisticato, un insegnamento magistrale da mandare a memoria. In realtà dicevo soltanto qualcosa di evidente, che tu non volevi vedere perché l'idea di perdere un figlio per me, per te, per tutti, è insopportabile. Quando sei uscita da quella supervisione eri tu ad essere trasformata: ti eri aperta, eri diventata finalmente pervia alle comunicazioni di Giorgio, che sono infarcite di contenuti terribili, impensabili.
“Hai ragione”, mi hai risposto. “ora Giorgio è completamente diverso da prima”.
Questo episodio mi ha confermato una volta di più che anche se l'interpretazione può essere illuminante e trasformativa, in psicoterapia ciò che il terapeuta fa o dice conta meno di ciò che egli è: del suo stato mentale, insomma, consapevole o meno che sia.

SUL SENSO DI FIDUCIA

John Bowlby, che tentò con successo di coniugare la psicoanalisi all’etologia, osservò che i cuccioli dei primati usano  il corpo della madre come una “base” a cui rimanere aggrappati e dalla quale allontanarsi progressivamente, salvo ritornarvi al minimo segnale di pericolo, in un processo che li familiarizza con l’ambiente esterno, denso di pericoli e popolato di predatori. In conseguenza di questo processo di autonomizzazione lenta e progressiva, l’individuo acquisisce una funzione interna che l’Autore ha chiamato “base sicura” e che consiste nella capacità autonoma di ricognizione e di vigilanza a scopo autoprotettivo, ereditata per via introiettiva dal caregiver.
Tale concetto assomiglia per molti versi a quello di “fiducia di base” (basic trust), teorizzato da Erik Erikson, secondo il quale, il bambino, appena entrato nel mondo succedaneo all’ambiente intrauterino, può sopportarne le spigolosità e i potenziali pericoli delegando ai genitori quasi tutte le funzioni deputate alla conservazione. Soltanto nell’ignoranza della propria mortalità e vulnerabilità, l’essere umano, privo di difese autonome, può percorrere un lungo tratto iniziale della vita senza soccombere all’angoscia.
Tuttavia, quando il processo giunge a un certo grado di maturazione, è necessario che tale delega cessi. Con l’acquisizione progressiva di abilità e competenze, il senso di fiducia, inizialmente rivolto alle figure di accudimento, subisce una flessione verso l’interno, dove ora risiedono le risorse indispensabili all’autoconservazione.
Tale processo è però condizionato dal fatto che anche le figure di accudimento, capaci di normale sollecitudine parentale, cedano in qualche modo il proprio compito di presidio ambientale, fidando nella bontà e nella maturità del “genitore interno” in tal modo formatosi nel figlio.
Si può dire quindi che l’acquisizione della fiducia nelle proprie capacità è un processo estremamente delicato e complesso che si fonda su una progressiva cessione di competenza da parte dei caregiver e di presa in carico del medesimo da parte del soggetto in età evolutiva. Una combinazione cioè fra la naturale predisposizione allo sviluppo e l’incontro con un ambiente che tale sviluppo promuova anziché ostacolare.
Ciò è quanto dovrebbe accadere in situazioni standard, caratterizzate da un felice accoglimento del neonato in famiglia, e da una buona dotazione di maturità da parte dei genitori che non dovrebbero essere eccessivamente ansiosi né troppo distanti. Ma la clinica ci mette quotidianamente a contatto con situazioni meno ideali.

Lucrezia è una ragazza di vent’anni che i genitori considerano poco affidabile. L’eccesso di angoscia nei confronti dei pericoli del mondo la spinge da un lato a fare un affidamento esagerato nella propria famiglia, integrato da un eccesso di fobie: in particolare da una marcata tanatofobia relativa ai genitori.
A dispetto di un atteggiamento così cauto e difeso, Lucrezia, durante la prima adolescenza, si è per due volte “perduta”, sparendo totalmente dalla normale attenzione dei genitori: una volta su di un treno che l’ha portata fuori regione e una seconda volta, sbagliando nel prendere un mezzo pubblico, si è trovata in aperta campagna in ore serali, al buio, sulle alture circostanti la città. In entrambi i casi il telefono cellulare di Lucrezia era risultato fuori uso.
In pratica, Lucrezia, che è figlia unica, non può fare sufficiente affidamento nella propria lucidità, carenza che compensa con un eccesso di allarme nei confronti di pericoli inesistenti o irrilevanti (ad esempio la puntura di insetti che teme come potenzialmente velenosa) e con un eccesso di angoscia relativa alla futura scomparsa degli ancor giovani genitori.
Recentemente, Lucrezia ha avuto un comportamento assolutamente imprevisto da parte di chi la conosce, ivi compreso il Collega che l’ha in cura. A seguito di una discussione banale durante la quale la ragazza ha accusato ripetutamene i genitori di “non avere fiducia in lei”, Lucrezia decide di “andar via di casa”, progetto irrealizzabile data la condizione di incapacità economica della ragazza, ancora agli inizi del percorso universitario. Ciononostante, lei decide di occupare l’appartamento vuoto di una zia temporaneamente assente ubicato in una zona periferica e lontana da casa. Il suo progetto è quello di rimanere in quel luogo fino al ritorno della zia, previsto dopo un mese, dopodiché farà ritorno in famiglia.

L’episodio parrebbe un poco rilevante “colpo di testa” per la sua apparente ingenuità, ma durante le ore che seguono, nei genitori comincia a farsi strada l’idea che il tentativo della ragazza, solo in apparenza polemico e melodrammatico, sia in realtà finalizzato all’esigenza, che era fino a quel momento passata inosservata, di mettersi alla prova in maniera non semplicemente infantile, ma utile a rimettere in moto una situazione ormai stagnante.
Durante l’esperimento, la ragazza afferma di volersi mantenere con i propri modesti risparmi e con le “paghette” settimanali che i genitori continueranno a corrisponderle. L’operazione è per molti versi irrealistica, ma ciò che sorprende è l’inaspettata determinazione e la relativa serenità della ragazza.
Con uno sforzo emotivo non privo di momenti depressivi (“mi sembra di star soffrendo di un maternity blues”, mi dirà il padre che mi interpella per un parere), i genitori decidono di stare al gioco. Durante le ore seguenti, entrambi si confidano reciprocamente di essere usi a fare fantasie terrificanti (stupri, omicidi, ecc.) circa i pericoli che la ragazza potrebbe correre ogni volta che non sia “coperta” dal loro controllo o da quello di qualche altra persona affidabile (anche coetanea di Lucrezia) la cui presenza ha su di loro un effetto rassicurante.
Quando la vicenda mi viene esposta, la situazione appare caratterizzata da un circolo vizioso: la sfiducia che Lucrezia ha nelle proprie capacità aumenta la sfiducia dei genitori, la quale a sua volta fa diminuire ulteriormente l’autostima della ragazza. L’esito inaspettato (e confortante) di tale vicenda consiste nella “rottura” di tale situazione di stallo che viene operata per volontà dell'interessata medesima e a dispetto delle proprie fobie, che a questo punto appaiono come il reciproco delle angosce dei genitori. Questi ultimi, raggiungendo dosi ulteriori di insight riconoscono di sentirsi leggermente a disagio persino quando Lucrezia è fuori casa in condizioni di sicurezza. La ragazza ha raggiunto una maturità sufficiente a comprendere che l’aiuto che può ricevere dai propri genitori è limitato da queste difficoltà. Per questa ragione, si può giungere a ipotizzare che anche i due precedenti “smarrimenti nel bosco” siano stati dei rudimentali tentativi di rompere un meccanismo circolare da troppo tempo operante.

mercoledì 26 settembre 2012

OBJET TROUVÉ

Per Jamila, ragazza scampata a un padre sadico, a una religione che non rispetta le donne, agli scafisti, alla furia del mare, credo di essere un «objet trouvé» o un accidente: qualcosa (una cosa?)  che si incontra per caso, camminando in uno spazio sterminato perché privo di confini, di strade e di senso, e nella disperata speranza che il lancio dei dadi che costituisce per lei l’unica opzione esistenziale abbia come risultato un doppio sei, al di fuori del quale sembra esserci il nulla, un vuoto che potrebbe essere riempito soltanto da nuove persecuzioni.
Questa riflessione mi sale alla mente subito dopo la chiusura di una seduta durante la quale il contatto ha fluttuato a lungo nell’aria: Jamila è arrivata in ritardo, e quando sono andato a chiamarla, telefonava. Ha continuato per un po’ a parlare al telefono mentre mi seguiva lungo il corridoio, e ha smesso all’improvviso rivolgendomi un sorriso carico di malinconia, nel momento in cui ha attraversato la porta. Subito dopo, mentre ci stavamo sedendo, ha iniziato a cantare. Canta spesso Jamila, anzi “sempre” come proclama con finto orgoglio; e il suo canto ha il rumore dell’ansia, della paura a stento mantenuta sotto traccia.
Parliamo dei suoi contatti. Che non sa mantenere, che teme di perdere, che  a volte sembrano sfuggirle sotto i colpi della sua stessa spietatezza. Eppure Jamila è buona: il suo senso di giustizia è cresciuto nella desolazione desertica della violenza e dell’assenza di affetti. E questo la costringe a sentirsi a volte troppo permeabile e a volte inutilmente spietata.
Mentre Jamila parla, ho spesso la sensazione di perderla. E questa sensazione, oggi, si è presentata in forma di sonno, violento e apparentemente immotivato.
Il sonno mi mette a disagio: sono forse disinteressato a lei, troppo tiepido verso i suoi affetti disperati, anch’io da mettere nel novero di quanti le hanno girato le spalle?
"Lo sa che l’ho appena persa?" Le chiedo. "Mi capita sempre, risponde, io rifiuto le persone". Anche quelle di cui sente di avere un disperato bisogno? Mi chiedo. Ma non aggiungo altro: credo che nessuno dei due, ameno per il momento, sarebbe in grado di rispondere con certezza.

La seduta si avvia alla fine. Ci rivedremo fra sette giorni, sempre alla stessa ora. "Alle tre e mezza?" Mi chiede Jamila. "No, alle tre, come sempre". Oggi è arrivata con un po’ di ritardo credendo di essere in anticipo. Spesso Jamila mi telefona il giorno prima: è domani la seduta? E’ alle tre e un quarto? Sembra che nella sua agenda, un appuntamento che aspira a radicarsi, faccia ancora troppa paura.

mercoledì 19 settembre 2012

GUARDARSI NEGLI OCCHI


Il detto popolare afferma che gli occhi sono specchio dell’anima, in ciò confortato dalle parole del filosofo.
Nel dialogo con il pittore Parrasio sulla forma della psiche, Socrate insiste nel chiedere che cosa di essa la pittura possa imitare:

«E imitate voi anche l’indole dell’anima, e il carattere che è più facile da persuadere, e quello che è più docile, e quello più amabile e quello più desiderabile e attraente? Oppure tutto ciò non è imitabile?»
«E come, Socrate, può essere imitabile ciò che non ha proporzione né colore né alcuna delle qualità che poco fa hai detto e che in nessun modo possono vedersi?»
«Ma non accade mai nell’Uomo, dice ancora Socrate, di guardare qualcuno con benevolenza o con ostilità?»
«Mi sembra di sì”
«E non è dunque ciò imitabile attraverso l’espressione degli occhi?»
(Senofonte, Memorabili, III, 10)


    Quindi è vero: il guardarsi negli occhi rivela ciò che non sempre si vorrebbe rivelare, ciò che i galatei sospettano di indiscrezione. 
    D’altronde, l’espressione «guardami nel bianco degli occhi», usata come esortazione a una franchezza totale, rivela un lato ambiguo, perché il bianco, che gli anatomisti chiamano “sclera”, non è ancora il centro della pupilla, che non per caso è un’apertura. «Guardami nel bianco degli occhi» è un invito all’intimità con riserva, misto di incoraggiamento e di rifiuto.
    Gli psicoanalisti che avevano relegato la psicoterapia vis-à-vis nel novero di attività che non è necessario studiare con particolare attenzione, avevano forse timore di essere svelati essi stessi nel momento in cui avessero tentato di scoprire qualcosa che non apparteneva a loro. E chi vuol negare allo sguardo altrui la propria anima mantiene gli occhi fissi al suolo.
    Soltanto Winnicott scrisse che nella relazione intima più precoce, il neonato si rispecchia nello sguardo della madre, riconoscendosi. 
    Quindi, il guardarsi negli occhi può essere una condizione di sopravvivenza dell’anima.