Perché Wiesbaden 1932


PERCHE' "WIESBADEN 1932"? Leggete qui



Detto ciò, benvenuti nel mio Blog, angolo per riflessioni da condividere con colleghi e amici selezionati.











martedì 20 marzo 2012

UN CASO DI ODIO NEL CONTROTRANSFERT

Racconta Margareth Little (Alla ricerca del Vero Sé, Astrolabio) che un giorno Winnicott, suo analista, le dichiarò: “io odio sua madre”.
Questa affermazione mi è tornata in mente alle parole di Roberta: “ripenso a quando stavo in macchina seduta vicino a mio padre, e sentivo il suo dolore”.
La mia paziente è una donna la cui vita è stata precocemente spezzata proprio dal padre, sotto gli occhi indifferenti della madre. Dall’età di quattro anni, Roberta ha subito ogni sorta di abusi sessuali che lei mi racconta con dovizia di particolari atroci. La madre ancora oggi nega ogni evidenza. La vita di Roberta è alla deriva, schiacciata dalla vergogna, e dalla paralisi mentale che le impedisce qualsiasi lavoro. L’ultima volta ha rinunciato a fare la barista perché era terrorizzata all’idea di servire un caffè al tavolino per paura che le cadesse per terra, o di dare un resto.
La sua relazione con Franco, l’uomo con cui vive, è perennemente sul punto di spezzarsi: non soltanto perché la loro vita sessuale è disturbata dalle crisi di angoscia e di panico che si scatenano in lei nei momenti d'intimità, ma anche perché i bisogni emotivi di Roberta, ogni volta che, irresistibilmente, torna ad essere una bambina piccola, sono troppo onerosi per le fragili spalle di Franco, e la situazione si rovescia quando, a parti invertite, è a lei che spetta il provvisorio ruolo materno, in questa coppia senza figli.

Io odio il padre di Roberta. Mentre, lei parla, raccontandomi di aver sentito “il suo dolore”, io sento crescere in me una rabbia sorda verso quell’uomo che non ho mai incontrato, e che, probabilmente, nulla sa della mia esistenza.

Io conosco bene quel bisogno di amore per il padre che Roberta prova: è il tentativo di far nascere un fiore là dove c’è il deserto, o quello di sciogliere il gelo con il calore del cuore. Ma purtroppo so anche che la strada del perdono è lunga e tortuosa, e che la meta non può essere raggiunta senza che la vittima possa avere la coscienza più piena delle proprie ragioni. Invece, ogni volta che Roberta si immagina incapace di tener dritta la tazzina del caffè fino al tavolino del bar, ribadisce inconsciamente tutto il disprezzo per se stessa che il padre le ha fatto ingoiare assieme ai propri escrementi.


A questo bilanciamento io mi illudo serva il mio odio per il padre, che non posso e non voglio negare. Anche se, probabilmente, a Roberta servirà di più il mio calore. Ma, per oggi, questo è ciò che passa il convento.

3 commenti:

  1. Ho fatto due associazioni leggendo con emozione il tuo post:
    - la prima mi ha riportato alla giornata Ferenczi di Firenze e alle riflessioni di Borgogno sul fatto che il terapeuta debba "tenere" nella propria pancia emozioni non pensabili per il paziente, chissà per quanto tempo, ritrovandosi in qualche modo costretto a conservarle e viverle in una sorta, e questa è una mia immagine, di "working through per procura". In una storia così drammatica chissà, mi chiedo, se la paziente potrà un giorno accogliere nella propria pancia tali emozioni, basta una vita per "elaborare" avvenimenti del genere?
    - mi è poi tornato alla mente un giovane 30enne abbandonato dal padre quando ancora era nella pancia della mamma. Lui iniziò la terapia perchè faticava ormai a vivere sotto la cupola mentale materna, fatta di "chi è più fortunato di te", "non devi essere arrabbiato con papà". E un giorno, al terzo anno di terapia, mi disse: "lo sa cosa penso, dottore? Ma perchè devo perdonare mio padre? Ma chi l'ha detto? Sono trent'anni che mi sento diverso dagli altri per causa sua e dovrei perdonarlo?!"
    Forse in futuro potrebbe tornare sui suoi passi ma in quei momenti io ho sentito che poteva, finalmente, dare voce al suo pensiero e sentire che uscire dall'ombra della cupola materna non faceva soffrire nessuno.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Infatti basta con l'imposizione del perdono per essere- ancora una volta- buoni... perchè funzionale ad una società che non distingue più troppo tra buoni e cattivi? O che non spinge più molto per una giustizia piena? Perdono perdonino gli altri. Perdonino perdoni chi senta. Ma che venga imposto o "suggerito" come metodo di rinconciliazione personale...beh le cose '''personali''' hanno tante vie quante sono le teste, perciò quando non è un modo per risciacquare vissuti o liquidare fatti...o sentimenti(!) lasciamolo alle coscienze personali.
      Fortuna che fu una donna sopra ogni sospetto di giustizialismo, Alice Miller a dire: "Non è vero che il perdono libera dall'odio: aiuta semplicemente a coprirlo e pertanto, nell'inconscio, a occultarlo. Non è vero che, con l'età, diventiamo più tolleranti, al contrario: il bambino tollera le assurdità dei genitori perché le considera normali e non può difendersi. Soltanto l'adulto soffre della mancanza di libertà e della costrizione, ma avverte la sofferenza nel rapporto con le figure sostitutive dei genitori, con i propri figli e con il partner. L'inconscia paura infantile di fronte ai genitori lo trattiene dal riconoscere la verità. Non è vero che l'odio ingenera la malattia: può farlo l'odio quando è rimosso o scisso, ma non il sentimento consapevolmente vissuto ed espresso."
      E per completare il quadro, se posso mettere un link esterno: http://www.nontogliermiilsorriso.org/drupal/articoli/proposito-perdono#.VI5ty3sWKQQ

      D'altrone la "prescrizione del perdono" come può essere terapeutica? Qualsiasi cosa sia contro l'autenticità comoda o scomoda dei sentimenti individuali che soggiaciono a un discorso personale, come può trovare un approdo? La stessa prassi di indirizzamento psicologico o morale dovrebbe afferire più alle sfere religiose o a Stati autoritari paternalistici, non certo alla psicoanalisi per quella che si è professata essere.

      Detto questo, in particolare in riferimento ai traumi, ben sapendo che la vittima è sempre in fase di ritraumatizzazione, ovvero è come se vivesse continuamente nella sua vita ciò che ha subito in passato, ebbene sarebbe come chiedere a chi sta venendo brutalmente pestato, in quello stesso attimo, di perdonare chi lo "esibisce" alla morte. O per chi ha terminato un processo terapeutico di assimilazione del subìto, di perdonare appena a terra, liberato dall'aguzzino, con le ferite sanguinanti.
      L'orrore dell'anacronismo è sempre ritraumatizzazione o impossibilità paradossa di sviluppare un processo verosimile che si inserisca in presupposti reali liberi da imposizioni preconcette.
      Paradossalmente è processo patologico, un nodo esterno che si impone sul processo mentale.

      Elimina
  2. Leggendo, mi tornano alla mente gli anni del mio tirocinio in Manicomio a Padova. Nel gennaio del 1976 varcavo la soglia di quel luogo di dolore e di torture; con sgomento e paura assistevo alle violenze che venivano inflitte ai malati, non potendo credere che questo fuori non si sapesse o si facesse finta di niente, odiavo profondamente i così detti curanti, il fatto che l'elettroshock loro dicevano che faceva bene ma, quando ho chiesto che lo facessero a me, mi hanno presa di peso e mi hanno portata fuori la stanza: allora non c'erano gli psicofarmaci e gli infermieri erano assunti per le loro dimensioni corporee, atte a contenere i matti.
    In tutte le anamnesi c'era una violenza subita da un familiare o da un vicino di casa, ma descritta come se avessero 2 denti di meno, sia donne che uomini.
    Ho ritrovato l'odore lo "sperdimento" descritto da Alda Merini nel libro “L'altra verità”, dove lei racconta dei suoi anni passati in Manicomio a Milano. Anche la scrittrice Janet Frame ha scritto un libro - che non si trova più in vendita perché non è abbastanza commerciale, dal titolo “Dentro il muro” - dove racconta del suo ricovero il Manicomio.
    Quando mi sento incapace a far fronte a emozioni così enormi come quelle che hai descritto nel blog, mi faccio fare una "coccola" da un amico, leggo soprattutto autobiografie per cercare di capire come fanno gli altri a dare un senso alla vita.
    Ieri leggevo un libro dal titolo: “Il lupo e il filosofo” di Mark Rowlands, che scrive:
    "Gli uomini sono quegli animali che credono alle storie che raccontano su se stessi (...) la scimmia è la tendenza a comprendere il mondo in termini strumentali: il valore di ogni cosa è in funzione di ciò che quella cosa può fare per la scimmia. (...) E fra tutte le scimmie, è in noi umani che tale tendenza trova la sua espressione più completa.Tu sei molte cose. Ma il tu più importante non è quello che ordisce complotti: è quello che resta dopo che sono falliti (…) In qualche parte della mia anima viveva ancora un lupo. A volte è necessario lasciare parlare il lupo che c'è in noi per mettere a tacere l'incessante chiacchiericcio della scimmia. I lupi non sanno mentire".

    RispondiElimina